SUMMER OPEN SEA KAYAK EXPEDITION...

... un altro lungo viaggio in Grecia...
prima le coste occidentali delle Isole Ioniche... quelle che più ci sono piaciute nei viaggi precedenti, e poi il periplo del Peloponneso.
Per noi è un viaggio aperto, sia per il tempo a disposizione che per altri kayaker che si vorranno unire a noi.
Partiremo ai primi di maggio e contiamo di finire entro settembre. Controllando la posizione che regolarmente pubblicheremo
sul blog e su Facebook, sarà possibile raggiungerci in ogni momento per far parte della squadra.
Tatiana e Mauro


Please use the translator on the left.
We're paddling most of the day and we don't have enough time to translate every single post...
We're confident you understand our position!

Le nostre pagine Facebook: Tatiana Cappucci - Mauro Ferro
_____________________________________________________________________________________________________

lunedì 24 luglio 2017

Completato il periplo della prima penisola, l'Argolide.

Venerdì 21 luglio 2017 - 76° giorno di viaggio
Agios Emilianos - Porto Keli (25 km di cui 3+5 in traversata)
Vento N 10-12 nodi (F3-4) - mare poco mosso - 28°C
Noi ci era ancora mai capitato di iniziare la giornata ingaggiando una battaglia navale!
Dalla "nostra" spiaggetta idilliaca sotto i pini marittimi del promontorio più ricco del Peloponneso ci affacciamo sullo stretto della vicina isola di Spetses. Non c'è nessuno che corre avanti e indietro, di traghetti o aliscafi neanche l'ombra, solo qualche barca a vela che incrocia al largo. Passiamo con una brezza decisa che ci spinge a poppa, tenendo una discreta andatura per l'intera traversata. Solo quando siamo quasi sotto il faro del porto di Spetses sopraggiunge a motore un due alberi battente bandiera francese: per cinque minuti pieni non accenna alla minima variazione della rotta di collisione, nè noi due, stanchi di tutti questi soprusi subiti dai cafonauti di turno, sia a vela che a motore, accenniamo a diminuire la nostra velocità di crociera. Siamo a remi, col vento a favore, figurarsi se pensiamo di fermarci per far passare un'imbarcazione che non ha alcun diritto di precedenza. Ma non c'è niente da fare: vince la legge del più grosso e il due alberi taglia a pochi metri dalle nostre prue, raccogliendo uno stuolo di insulti multilingue in cui ormai ci stiamo specializzando. Purtroppo.
Chiusa la battaglia navale, costeggiamo l'isola di Spetses e subito capiamo che scivola all'ultimo posto delle isole papabili. Per quanto abbia una costa molto bella, caratterizzata da queste strane formazioni rocciose di conglomerati di ciottoli policromi, sormontate da bellissimi e verdissimi e pini marittimi, è tutta lottizzata con ville lussuose circondate da parchi privati, che in più punti hanno privatizzato anche le spiagge. Non ci sentiamo a nostro agio. Facciamo una breve sosta all'ombra di una caletta stranamente priva di yatch all'ancora (anzi, doppia ancora e doppia cima tirata a terra, come sempre!) e rinunciamo a farci un campo notturno, come era nelle nostre intenzioni iniziali, perchè tutta questa ricchezza ostentata non è proprio di nostro gradimento.
Non appena completiamo il periplo dell'isola, e riappare davanti alle nostre prue la periferia della piccola cittadina portuale, ci scambiamo uno sguardo d'intesa e traversiamo di nuovo sul Peloponneso: nessuna battaglia navale stavolta, passa solo la bettolina dell'acqua potabile ma ad una distanza tale da non disturbare la nostra rotta neanche con le onde prodotte dal suo scafo rosso e rugginoso.
La luce del tardo pomeriggio scende radente sullo stretto braccio di mare ed illumina alcune piccole meduse "occhio di bue", quelle della specie Cotylorhiza tuberculata che mi piacciono tanto, con la cappella ocra come un uovo fritto e con i tentacoli corti e pieni di piccoli pon-pon violacei, in tutto simili alle gonnelline tradizionali dei danzatori greci.
Evitiamo Porto Keli per i troppi yachts assiepati all'ingresso e all'interno di questo piccolo porto naturale incassato tra i due promontorio rocciosi, bassi e disabitati che proteggono il canale d'accesso. Ripieghiamo su una delle prime calette che si aprono subito a nord di questa opulenta cittadina balneare e facciamo la scelta giusta: la spiaggia è tutta per noi, sempre in ombra, con uno spiazzo sotto i pini perfetto per la nostra tenda.
Non abbiamo mai apprezzato così tanto la solitudine di un viaggio in kayak!

Il faro di Spetses
I conglomerati dell'isola

Sabato 22 luglio 2017 - 77° giorno di viaggio
Porto Keli - Kiladha (22 km)
Vento N 10-14 nodi (F3-4) in attenuazione - mare poco mosso - 31°C
Non ci era ancora mai capitato di svegliarci così contenti!
Per nessun motivo in particolare, ma per ogni cosa in generale: il silenzio animato dallo stridio delle cicale, la calma che regna sovrana nella "nostra" cala, la lentezza con cui possiamo goderci ogni singolo istante di questa nuova giornata di mare.
Per via del forte vento contrario, che soffia cocciuto ed insistente sin dal primo mattino, ci troviamo a "scogliettare" il più vicino possibile alla costa rocciosa e frastagliata, passando a pochi metri dagli scogli e costringendo i Voyager a giocare loro malgrado nei giardini di roccia. Il Voyager, con lo scafo così pronunciato, non è proprio il kayak più adatto per praticare il "rock gardening" ma noi ce la mettiamo tutta per convincerlo a sottrarsi quanto più al lungo possibile alla ostinazione con cui queste raffiche contrarie ostacolano la nostra avanzata.
Quando passiamo il piccolo faro di Akrotiri Korakas, un cilindro basso e tozzo dipinto di bianco che ci ricorda L'Uomo di Latta, il simpatico personaggio del Mago di Oz, il vento è ancora più forte e più contrario. Gli ultimi 10 chilometri della giornata sono sfibranti.
Non so come, troviamo le forze per contrastare ogni singola sferzata e per avanzare metro dopo metro fino al bel paesino di Kiladha, incassato all'interno di un ampio golfo naturale protetto da ogni vento, dove l'acqua diventa immota come tavola blu.
Il piccolo centro è molto ben curato: il cimitero è affacciato sul mare, la cattedrale rosata domina il porto, il lungo mare è animato dalla febbre del sabato sera. Una trentina di vele dondolano in rada e sembra che vogliano proteggere i piccoli gozzi colorati attraccati alle banchine. L'ingresso del golfo è dominato dall'isola privata Koronidha, che ha un molo stracolmo di yacth battenti bandiera panamense (!), una pista di atterraggio per l'elicottero che fa spesso la spola con la terra ferma ed un grande parco illuminato di notte con tante luci arancioni quante sono le piante che nascondono la grande villa centrale. Sul versante nord della baia di Kiladha appare maestosa la grande grotta Frachthi, pure illuminata di notte ma con luci più tenui e discrete: la cartellonistica spiega che la grotta è stata abitata continuativamente dal 40.000 a.c per tutte e tre le ere geologiche successive del Paleolitico, Mesolitico e Neolitico, un raro esempio di occupazione così prolungata ed uno dei siti meglio conservati, studiati e conosciuti dell'Età della Pietra nell'Europa meridionale.
Prima ancora di scoprire tutte queste belle cose, noi sbarchiamo nei pressi del vecchio cantiere navale, il luogo ideale per i nostri due piccoli panfili, tirati in secca accanto a dei vecchi gozzi imbandierati, a loro volta tirati in secca su un possente invaso di legno, usato per tutto il secolo scorso per costruire quelle ricercate opere d'arte che erano le barche di legno. C'è anche una esposizione fotografica che, per quanto scolorita dal sole, racconta le vicende di questo storico cantiere navale, di cui i locali vanno con tutta evidenza ancora molto orgogliosi.
Siccome sembra la cosa più normale del mondo, e nessuno sembra fare caso a noi, montiamo la tenda proprio nel vecchio cantiere navale, sotto i gozzi imbandierati e sotto la cattedrale in cui si sta celebrando un matrimonio ortodosso. Mentre ceniamo all'aperto nella taverna che dà sulla piazzetta centrale, entra nel golfo ed attracca sul molo di fronte al nostro tavolo il traghetto più piccolo del mondo: sul castello di poppa c'è posto si e no per il capitano e tra le paratie laterali sono sistemate soltanto tre (giuro, solo tre!) vetture con tanto di passeggeri stipati a bordo, perchè non ci sono altri spazi disponibili (e siccome una è un furgone nove posti, calcoliamo che il traghetto più piccolo del mondo possa trasportare al massimo una ventina di persone, compresi i due membri dell'equipaggio, non di più!).
E' uno spettacolo che mette allegria, tutto il paesino costiero nel suo complesso.
Torniamo in tenda pronti per dormire ma a mezzanotte attacca la musica dal vivo del vicino bar sulla spiaggia e...

Lo sbarco nel vecchio cantiere navale di Kiladha
La calma della mattina dopo...
L'isola di Romvi

Domenica 23 luglio 2017 - 78° giorno di viaggio
Kiladha - Isola Romvi (33 km di cui 12 in traversata)
Vento SW 8-10 nodi (F 3) - mare da calmo a mosso - 33°C
Non ci era ancora mai capitato di dormire coi tappi nelle orecchie per tutta la notte!
Mi sveglio di soprassalto: qualcuno suona con insistenza al campanello di casa.
Mauro mugugna che sono tre mesi ormai che non viviamo più tra quattro mura e che i rintocchi fortissimi che scuotono me e la tenda, tanto da essere percepiti nonostante i tappi calcati nelle orecchie, sono quelli delle campane della chiesa sotto cui abbiamo trascorso la notte.
C'è la messa ortodossa, cantata dal pope e sparata negli altoparlanti del cortile per quasi due ore, con un nuovo scampanare che viene lanciato nell'aria tranquilla della domenica mattina ogni venti minuti circa. Non male, per iniziare in pace la giornata.
Tutto di questo paesino ci piace, pure la messa domenicale, tranne l'acqua delle bocchette del porto turistico: non sappiamo se sia o meno potabile ma al primo assaggio risulta talmente disgustosa che per la prima volta dall'inizio del viaggio ci decidiamo a comprare sei bottiglie d'acqua, insieme a qualche biscottino per la prima colazione.
La piatta calma in cui pagaiamo all'interno del golfo di Kiladha e per i primi 10 chilometri verso la Baia di Vourlia ci fa esultare non appena compare una serie di piccole ondine prodotte da uno dei pochissimi barchini di passaggio. Dobbiamo aspettare di raggiungere il primo capo pronunciato perchè la tavola blu si trasformi in un mare appena increspato, che diventa mosso non appena decidiamo di traversare sull'isola di Platia.
Le varie baie di questo tratto di costa sono tutte intasate di allevamenti ittici e le belle calette che si aprono lungo la costa non sono per niente appetibili, oltre a non avere più alcuna traccia di pini marittimi ma soltanto di bassa macchia mediterranea. Le lunghe spiagge che si susseguono ancora più a nord, oltre il paesino di Panagia Irion, che di bello ha solo il nome, sono punteggiate di troppi campeggi, per quel che leggiamo sulla mappa, e anche di troppi alberghi, per quel che vediamo dal kayak. Dato che la brezza rinforza, decidiamo di tagliare al largo questa costa bassa ed anonima e di puntare diretti sull'isola di fronte, anche quella bassa ed anonima ma di certo più attraente di questa parte del Peloponneso.
E meno male che traversiamo! La musica sparata da uno dei mucic-bar poco oltre ci raggiunge in mare aperto quando siamo distanti anche più di tre chilometri: nonostante il vento spiri dal mare, e dovrebbe quindi disperdere quella lagna su per i monti, noi la sentiamo così forte da temere per l'incolumità psico-fisica dei bagnanti che soggiornano da quelle parti.
Meno male che traversiamo anche perchè vediamo una cosa mai vista prima: delle grandi reti usate per le vasche di allevamento, stese al sole per essere asciugate e riparate, issate verso il cielo con grandi funi appese a pali alti una decina di metri o più, così ampie e gonfie da ricordare le vele rosse di Anish Kapoor!
Meno male che traversiamo perchè abbiamo sempre vento al giardinetto, così possiamo goderci il mare aperto e macinare chilometri senza fare quasi nessuna fatica (anche se l'unico modo per non sentirmi stanca credo sia quello di drogarmi di caffè frappè!)
Allo scoccare della quinta ora di navigazione ci ritroviamo sotto il lilliputh-faro dell'isola di Romvi: stentiamo a credere che un'isola così alta, rocciosa ed impervia possa nascondere una spiaggia nella sua baia più protetta, ma quando finalmente raggiungiamo anche la più piccola isoletta di Daskaliò allora capiamo che le isole greche sanno offrire paesaggi diversi e diversificati anche nel raggio di pochi chilometri. La spiaggia c'è, anche se di ciottoli, e ad un primo sguardo è anche molto accogliente.
C'è solo una vela in rada, battente la "solita" bandiera tedesca verticale, e poco più in là un papà con due bambine che fanno il bagno in libertà. Non appena sbarchiamo si avvicinano per chiedere se davvero stiamo facendo il periplo di tutto il Peloponneso. "Da dove siete partiti?" ci chiede il papà che parla, oltre all'inglese, anche un fluente italiano, e che quasi trasale quando arriva la nostra risposta: "Da Igoumenitza". Ci spiega di essere arrivato sulla "nostra" spiaggia lungo il sentiero che in venti minuti attraversa l'isola e ci dice di aver lasciato sull'altro versante un pedalò con cui traghetta lui e le bimbe verso casa: che bel modo di trascorrere la domenica al mare!

Immersi nel verde...
In navigazione lungo il versante nord-occidentale dell'Argolide
La chiesetta all'ingresso della baia di Karathonas
I nostri due piccoio panfili saranno in ottima compagnia!

Lunedì 24 luglio 2017 - 79° giorno di viaggio 
Nisos Romvi - Paralia Karathonas (8 km di cui 300 metri in traversata)
Vento variabile - mare calmo - 35°C
Non ci era ancora mai capitato di dover sospendere il viaggio!
I pochi chilometri della tappa odierna sono dovuti al fatto che alle porte della città di Nafplio abbiamo trovato, grazie all'interessamento dei nostri soliti amici greci, un centro di attività outdoor dove lasciare i nostri due panfili per i prossimi giorni.
Ci preme seguire alcune cose che non vogliamo in alcun modo delegare ad altri...
Pagaiamo lungo la scogliera rocciosa che nasconde la cittadina di Tolo, così piena di grattacieli da respingerci all'istante, e in poco tempo raggiungiamo la piccola chiesetta bianca posta a guardia dell'ingresso della baia. I ragazzi di Panexpedition ci accolgono con la solita cortesia a cui ci hanno da tempo abituato tutti i greci ed Alex, il titolare, ci intrattiene con una serie di notizie molto interessanti sulla sua città natale: non appena riprenderemo il viaggio, troveremo certamente il modo di pagaiare insieme a lui sotto i bastioni delle quattro fortezze che impreziosiscono la città di Nafplio.
Sono sempre così belle ed emozionanti queste amicizie che il kayak ci permette di stringere!

Check-in/OK messaggio dal Tatiyak SPOT Localizzatore SPOT Personal Tracker

Tatiyak SPOT
Latitudine:37.54335
Longitudine:22.82210
Posizione GPS Data/Ora:07/24/2017 13:12:11 CEST

Messaggio:Isole Ioniche e Peloponneso Kayak Tour 2017. Stiamo bene e il viaggio prosegue come programmato...

Fai clic sul seguente collegamento per vedere dove mi trovo.
http://fms.ws/lGzV5/37.54335N/22.82210E

Se il link sopra non funziona , provate questo link:
http://maps.google.com/maps?f=q&hl=en&geocode=&q=37.54335,22.82210&ll=37.54335,22.82210&ie=UTF8&z=12&om=1

Tatiyak SPOT

Hai ricevuto questo messaggio perché Tatiyak SPOT ti ha aggiunto al suo elenco di contatti SPOT.

FindMeSPOT.com

giovedì 20 luglio 2017

Meltemi e mare mosso: abbinamento perfetto!

Giovedì 13 luglio 2017 - 67° giorno di viaggio
Paralia Ishtmia - Megara (27 km)
Vento SE 8-10 nodi (F3) - mare quasi calmo - 35°C
Lasciamo il Canale di Corinto con una leggera brezza a favore.
Non abbiamo un programma preciso per la giornata: costeggiare o passare al largo.
Molto dipende dal paesaggio e dal traffico di mare e di terra. Non appena avvertiamo qualche rumore molesto, ci spostiamo a debita distanza. Dopo le lunghe giornate trascorse nella civiltà, specie quelle passate sulla popolare spiaggia di Posidonia in attesa di ricevere l'autorizzazione per attraversare il Canale di Corinto, adesso abbiamo bisogno di qualche giorno di libertà, di silenzio e di solitudine: noi, i kayak ed il mare.
La prima spiaggia di Kavo è attrezzata e la musica avvolge gli ombrelloni colorati. Tagliamo al largo sull'altro versante dell'ampio Golfo di Loutrà Elenis, che pure lasciamo volentieri scomparire dietro il leggero velo di foschia perchè anche il suo lungomare è affollato di taverne, bar e negozi.
Vogliamo le prue dei nostri due panfili verso una spiaggetta isolata e raggiungibile solo dal mare, visibile già in lontananza e sempre più bella man mano che ci avvicina. E' una piccola caletta di ciottoli bianchi incoronata dal verde accesso della macchia circostante: ci sono cinque tende montate sotto i pini e un vassoio di carta con quattro bicchieri di plastica di caffè frappè, tutti con la cannuccia nera ancora infilata nel foro. Ce ne andiamo subito: se non siamo capaci di tenere bene neanche il posto che scegliamo per passare i fine settimana, figuriamoci il resto della costa!
Sul capo si susseguono uno dietro l'altro le vasche abbandonate per l'allevamento del pesce, ora buone solo come tavole rotonde per i gabbiani.
Il vento rinforza e cambia direzione, diventando contrario: così però si porta via gli ultimi strascichi di voci e disco bar.
Pagaiamo di buona lena fino alle sette di sera, quando la temperatura diventa sopportabile.
Sbarchiamo in una piccola ansa protetta dal vento quando il sole è ormai calato dietro i monti e l'ha lasciata già tutta in ombra.
L'ambiente è molto invitante: un boschetto di pini sotto il quale sono state montate e lasciate due tende colorate, una doccia da campeggio, un'amaca, un ombrellone ed un grande bidone blu per la raccolta dei rifiuti. I frequentatori abituali di questa spiaggia si sono dati un gran da fare per sistemare al meglio ogni cosa e hanno persino realizzato sotto la boscaglia una grande piazzola ricoperta di ciottolini bianchi, ripulita di aghi di pino e perfetta per montarci un'altra tenda, la nostra.
La battigia è ricolma di ricci rossi, spiaggiati da tempo dopo chissà quale mareggiata, e solo pochi hanno ancora le spine attaccate: ne faccio incetta, sotto lo sguardo benevolo e rassegnato dell'Uomo di Ferro, che deve forse intuire dal sacchetto con cui torno alla base che non ne ho mai trovati così tanti tutti insieme!
La notte arriva presto e la mezza luna avvolge la spiaggia di un velo d'argento...

La prima sosta sul Peloponneso orientale dopo il passaggio del Canale del Corinto...
L'alba sul Peloponneso orientale
Il porto di Palià Epidauro

Venerdì 14 luglio 2017 - 68° giorno di viaggio
Megara - Palià Epidauro (25 km)
Vento ENE 10 nodi (F3) - mare quasi calmo - 35°C
La sveglia è all'alba, per via del sole che sorge dritto in tenda e per colpa di un nugolo di mosche, vespe e zanzare che ci tormenta appena mettiamo il naso fuori. Non tira una bava di vento, a dispetto delle previsioni: vediamo il mare increspato in lontananza, ma qui nella baia tutto è così immoto che il tempo sembra essersi fermato ed il caldo è così pastoso da rendere insopportabile ogni movimento sin dal primo mattino.
Partiamo di buon'ora, nella speranza di trovare refrigerio in mare.
Invece, la tavola blu è piatta come uno specchio. In più, è tutto un susseguirsi di allevamenti ittici e l'odore acre del mangime sparato nelle vasche non è dei più invitanti. Ma come: dopo cani, bambini, urla, traffico e musica, adesso ci si mettono anche i motori! L'Uomo di Ferro è fuori di sé.
Dobbiamo superare l'ultimo promontorio che chiude a sud il Golfo di Sofiko per lasciarci alle spalle le vasche dei pesci e ritrovare il mare aperto: finalmente possiamo goderci il suono delle gocce d'acqua che cadono dalla pagaia. Un lusso!
Appena oltre il capo, avvistiamo due tartarughe, una per uno, a poca distanza l'una dall'altra. Entrambe si inabissano non appena ci scorgono.
Il caldo è insopportabile anche oggi, fortuna che di tanto in tanto una leggerissima brezza contraria arriva a rinfrescare l'aria: anche se è contraria, ringraziamo di essere frenati nella nostra avanzata ma di ricevere almeno un qualche sollievo. Anche l'acqua è bollente ed esultiamo quelle rare volte che lungo la costa scoviamo una zona di acqua gelata, dovuta di certo alle infiltrazioni di acqua dolce provenienti dai monti circostanti. Il paesaggio è incantevole, specie quando raggiungiamo la baia che precede il paesino di Palià Epidauro, dove i pini marittimi crescono a pochi metri dal mare, avvolgendo nelle loro ombre ampie e fresche un gran numero di tende. Siamo tentati di sbarcare ma non vogliamo svegliarci un'altra volta all'alba perchè il sole entra nella nostra tenda prima ancora di fare capolino sul resto del mondo: ci serve una cala orientata ad ovest, stasera, non più ad est!
Raggiungiamo il bel golfo del paese di Palià Epidauro e facciamo per entrare in porto, l'unico che ci sia mai capitato di vedere senza alcun molo frangiflutti: ci sono solo due pilastri di cemento abbandonati in mezzo al mare, con le sommità dipinte di bianco, una fascia orizzontale rossa per uno ed una fascia orizzontale verde per l'altro... Nient'altro che due piloni. Chissà cosa aspettano a costruire il resto del porto. Oppure hanno deciso che va bene così, almeno non si insabbia!
Forse hanno scelto di non completare il porto per via della città sommersa dell'antica Epidauro, che deve essere da qualche parte qui vicino, oppure per non alterare la conformazione delle varie spiagge che si aprono all'intorno. Una è la nostra: protetta dal solito bosco di pini, ginepri e tamerici, è al riparo sia dal sole che dal vento. Nel frattempo, infatti, è finalmente arrivato il vento annunciato dalle previsioni e con lui anche una serie di barche a vela che gettano l'ancora in porto, in mezzo al golfo, proprio davanti ai nostri due panfili.
In spiaggia siamo soli: sbarchiamo contenti e ci dirigiamo in paese per spesa, bancomat e cena in taverna!

In navigazione nel Golfo di Epidauro
Il promontorio-non-isola
Il campo davanti alla villetta del contadino col cane
Temporale a Poros!

Sabato 15 luglio 2017 - 69° giorno di viaggio
Palià Epidauro - Agios Nikolaos (26 km)
Vento ENE 10 nodi (F3) in rinforzo nel pomeriggio - mare da quasi calmo a poco mosso - 34°C
La notte è stata un inferno: non sappiamo se sono peggio le zanzare oppure le persone.
Fino alle due del mattino le due ragazze "vicine di tenda" hanno chiacchierato fitto-fitto sulla spiaggia a due passi dalle nostre teste. Alle tre del mattino sono arrivate altre quattro ragazze per fare il bagno di notte e per ridere tra loro per oltre un'ora. Quando sembrava che si fossero acquietate, sono arrivati altri due ragazzi che hanno montato un mezzo condominio al centro della radura, piazzando due bei faretti che sparavano luce accecante fin dentro la nostra tenda. Tappi e paraocchi non sono serviti a scacciare malditesta e malumore.
Al mattino ci svegliamo molto tardi, grazie alla corretta disposizione del nostro campo e all'ombra che si mantiene fino dopo le undici.
Partiamo alle due del pomeriggio, per mille motivi diversi, tipo io che chiedo a Mauro: "Ma che stavo facendo?" e lui che mi risponde "Ti stavi distraendo, come al solito!"
Costeggiamo al largo la strada litoranea scavata nella roccia, con tanto di frane verso il mare e di tunnel in cemento dove uno smottamento più importante ha sepolto una parte della carreggiata. Dirigiamo verso il paesino di Nisidha: non posso mancare l'incontro con questo luogo che ha lo stesso nome del mia prima palestra di kayak, l'isoletta di Nisida nel Golfo di Pozzuoli. Ci andavo spesso in kayak e passavo interi pomeriggi a leggere sugli scogli piatti dell'ingresso della vecchia bocca del vulcano, col tempo diventata una splendida baia chiusa in cui sarebbe vietato passare ma dove i guardiani del carcere minorile chiudono spesso un occhio sulle infrazioni compiute in mare (che forse per loro si trasformano in un piacevole diversivo rispetto alla routine delle giornate di lavoro...). Ma insomma, la Nisidha del Peloponneso ha solo una parvenza di piccola isoletta, non ha il fascino della "mia" prima Nisida ed è soltanto un paesucolo abbarbicato ad un promontorio che domina il profondo Golfo di Epidauro.
Abbiamo già dal mattino deciso di non costeggiare fino all'istmo che si intravede laggiù in fondo, sormontato da una torre di avvistamento e da una strada costiera che rende ancor più evidente l'impossibilità di attraversarlo in kayak (hanno concentrato ogni sforzo nell'apertura del Canale di Corinto e questo piccolo istmo di meno di un chilometro non l'hanno mai neanche preso in considerazione: si deve aggirare tutta la penisola!).
Decidiamo così di attraversare il golfo una volta raggiunta Nisidha ma il vento interferisce coi nostri piani e ci impone una sosta forzata poco prima del paese: il vento annunciato da NE gira repentino ed entra da SE, con l'urgenza tipica dei venti catabatici ed una forza tale da imbiancare tutto il golfo in poco meno di cinque minuti.
Sbarchiamo per una breve sosta su una spiaggetta rimasta miracolosamente intatta dopo la frana che ha tirato giù un altro pezzo di strada costiera e tra i mille galleggianti spiaggiati troviamo anche un paio di copertoni di auto ed un pezzo di guard-rail. Mangiamo una barretta per recuperare energie e per lasciar passare qualche minuto: di solito, dopo il primo avviso, i venti catabatici si stabilizzano ad una velocità di poco inferiore.
Se non si fosse alzato il vento contrario, avremmo volentieri costeggiato fino all'istmo e poi anche risalito l'altro versante del Golfo di Epidauro per visitare il piccolo porticciolo di Vathi (l'ennesimo porticciolo chiamato Vathi della nostra amata Grecia!). Ma con questo vento dispettoso non ha alcun senso impiegare le prossime ore per pagaiare a testa bassa contro le raffiche che precipitano giù dalla montagna. E così alle cinque del pomeriggio, quando il golfo è ancora tutto rigato da onde perfettamente allineate, noi riprendiamo il mare in direzione del capo opposto, tagliando di netto una buona parte del golfo e puntiamo la caletta isolata in cui spunta soltanto una casetta dal tetto rosso e qualche alberello che fa presagire l'ombra necessaria a sopportare il sole cocente del mattino.
Mentre pagaiamo in mezzo al mare, in questa pseudo-traversata che ci fa divertire e stancare al tempo stesso, il sole si nasconde dapprima dietro una nuvoletta che pare seguire la nostra rotta e poi sotto un fronte nuvoloso di tutto rispetto che ricopre grandi spicchi di cielo sopra le nostre teste. Almeno la temperatura diventa accettabile e non è più così cocente come nella giornata di ieri. Col vento al mascone arranchiamo per quasi due ore, finchè non ne possiamo più e scegliamo di virare le prue di quasi 90 gradi, di sfruttare il vento al giardinetto e di filare fuori dal golfo. Dimenticata la casetta e l'ombra degli alberelli, ci portiamo su quel capo laggiù che spicca per le sue rocce rosse, in netto contrasto con la piccola chiesetta bianca sull'estremità.
Mi piace sempre tanto quando abbiamo l'elasticità di adattare i nostri programmi alle variazioni meteorologiche e di approfittare delle condizioni circostanti per trarne qualche piccolo vantaggio. Almeno così smettiamo di faticare per risalire le onde e possiamo riprendere un po' di fiato.
Poi sembra comparire una secca ma sono dei pescioni enormi che mangiano a quattro palmenti. Provo a calare una delle mie lenze ma loro sono più veloci di me e scompaiono subito nel mare blu. Tornano però non appena tiriamo i kayak in secca, su una spiaggia di pietre rosse, tanti ciottoli ben levigati ma grossi come delle arance.
L'unico tratto accogliente di costa è quello prospiciente una villetta a due piani: veniamo accettati prima dal cane, un bellissimo esemplare di husky bianco, che ci fissa per lunghi minuti ma non accenna mai ad abbaiare, e poi dal padrone, un contadino che annaffia l'orto e che appena vede le nostre manovre di accampamento ci porta due bottiglie d'acqua ghiacciata.
Ceniamo davanti alla tenda, ammirando il tramonto sul Peloponneso e aspettando la notte fresca ma abitata da troppi esserini zampettanti...

La spiaggia della "monnezza" a nord di Poros
Il campo a Paralia Bidalika sul Peloponneso, di fronte alle isole gemelle di Skyli e Spathi...
In traversata verso Hidra!

Domenica 16 luglio 2017 - 70° giorno di viaggio
Agio Nikolaos - Paralia Vagionia, Poros (25 km di cui 11 in traversata)
Vento NE 15-18 nodi (F4-5) - mare da calmo a molto mosso - 32°C
Il risveglio è precoce, sia per il sole che morde sia per le uova di struzzo sui cui abbiamo dormito.
Questi ciottoloni rossi sono ben levigati e ricchi di piccole inclusioni scure, sassi di origine vulcanica come tutta la zona circostante e l'intera isola. Mauro è stato capace anche stavolta di trovare un quadratino adatto per montare la tenda e con degli aggiustamenti strategici, che hanno richiesto oltre un'ora di lavoro, ha reso abitabile un dirupo sconnesso. In effetti, anche lui ha preso a giocare coi sassi, non li impila come faccio io ma li sposta e li sistema ad arte per creare dei ripiani perfetti che neanche con una livella...
Salutiamo dal mare il cane ed il contadino e proseguiamo il periplo di questo strano promontorio-non-isola.
Arriviamo presto al porto principale di Methana ma per evitare la calca sbarchiamo nella caletta subito precedente, dove ci sono solo una famigliola ed una coppia all'ombra dei due unici ombrelloni di legno della spiaggia. Siamo quasi soli e questo ci basta. L'unico problema rimane la scarsa e discontinua connessione, in un giorno per noi speciale perchè vogliamo chiamare il Mammut per farle gli auguri di buon compleanno (ma non ce la sentiamo proprio di infilarci nel caos della città di mare!).
Questa mattina è partita come una delle solite mattine afose, senza un briciolo di vento, che ci obbliga a ripetute abluzioni per rinfrescarci e che ci fa consumare una grande quantità d'acqua da bere. Ma si trasforma presto in una giornata molto diversa dal solito, con vento forte e freddo e con mare grosso ed impegnativo. Come ieri, adattiamo il nostro viaggio alle condizioni meteo-marine che incontriamo: il vento che si fa sempre più insistente ci aiuterebbe ad entrare velocemente nel grande Golfo di Poros ma poi saremmo costretti a pagaiare contro vento per risalire tutto l'altro versante. Scegliamo quindi di tagliare al largo.
Sono stanca e preferirei fare un sonnellino durante la pausa ma Mauro mi sprona a riprendere a pagaiare: "Intanto che non c'è ancora vento!", dice.
Il vento forte arriva quando siamo al centro del golfo, neanche si fosse calibrato sulla nostra andatura.
Il mare diventa nero come il petrolio e fa risaltare il bianco opalescente sia delle creste dei cavalloni che delle vele che incrociano in ogni direzione. Solo il cafonauta sul motoscafo a tre piani non sa bene che rotta scegliere quando si approssima ai nostri due piccoli panfili e si becca una lunga serie di insulti multilingue, prima in italiano e poi pure in greco! A parte questa piccola disavventura, tutta la traversata è molto divertente. Anche se un tantino impegnativa. Vento forte, onde alte, le isole intorno che appaiono e scompaiono: la navigazione inizia con un mare quasi tranquillo per i nostri gusti, con ondicelle al mascone che a volte ricoprono i ponti dei kayak ma che raramente ci richiedono degli appoggi per mantenere l'equilibrio; pochi minuti dopo, invece, il mare si gonfia e le onde salgono ad oltre un metro, spesso frangenti e sempre quando ci passiamo noi sotto! L'andatura è molto piacevole, comunque, col mare al giardinetto e le onde corpose che spingono sempre in avanti con fare deciso e delicato al tempo stesso, basta infilare la pagaia sulla cresta e seguire l'andamento del mare.
Alla fine, quando siamo ormai in prossimità dell'isola, incontriamo sul capo una bella lavatrice del tipo "ognuno per se", resa ancora più difficile dalla presenza di un gommone con due sub a bordo che stanno forse cercando di sbrogliare la cima dell'ancora arrotolata all'elica del motore perchè rimangono per oltre mezz'ora a tergiversare proprio sul capo più esposto al vento e alle correnti... e che ci costringono a pagaiare sempre più sotto la scogliera sommersa di frangenti, in una zona di mare bianco che in altre circostanze avremmo volentieri evitato.
L'ingresso nella baia è da capelli dritti in testa perchè le onde già grosse in mare aperto una volta sospinte nello spazio ristretto della caletta rocciosa non hanno altro sfogo se non verso l'alto. Dopo un buon quarto d'ora di sali scendi e di spiaggia che appare e scompare, scoviamo un piccolo porticciolo ricavato sul lato più protetto dell'insenatura, dove c'è persino un po' di sabbia. Tiriamo i kayak in secca e ci ricaviamo un angolino tra i due gozzi grande abbastanza anche per la nostra tenda.
Ci meritiamo la cena in kantina!

Mauro sotto il faro di Hidra
Tatiana sotto il faro di Hidra
La costa rocciosa del versante meridionale di Hidra

Lunedì 17 luglio 2017 - 71° giorno di viaggio
Paralia Vagionia, Poros - Paralia Bidalika, Peloponneso (21 km)
Vento NE 8-10 nodi (F3) - mare da poco mosso a mosso - 26°C
Ci sveglia un temporale notturno alle cinque del mattino: scuoto Mauro dal suo lieve russare ed in pochi minuti montiamo il telo esterno della tenda. I goccioloni freddi ci inzuppano la maglietta che usiamo come pigiama e cominciamo presto a battere i denti dal freddo: restiamo avvolti nel sacco a pelo per una decina di minuti prima di far svanire questa inaspettata sensazione di inverno anticipato. Riusciamo a riprendere sonno solo perchè non siamo abituati a svegliarci in una stagione sbagliata e dormiamo fino a tardi perchè il sole resta nascosto prima dietro il monte e poi dietro altri nuvoloni che si addensano durante la mattinata.
Ci meritiamo la colazione in kantina! Pranzo, a dire il vero, visto che la cucina apre solo dopo l'una e noi ci predisponiamo ad attendere l'orario giusto all'ombra degli ombrelloni di paglia che circondano la piccola roulotte che funge da kantina. Gli altri ombrelloni che punteggiano la spiaggia sono stati tutti tolti di buon'ora, prima i cappelli in ferro e poi anche i pali di legno: temiamo che i gestori della kantina sappiano qualcosa che noi ignoriamo sull'arrivo di un'altra forte perturbazione, magari una burrasca che minaccia di sradicare gli ombrelloni... invece, è solo arrivato il diniego della licenza, ci spiegano subito con evidente disappunto, visto che siamo ormai a stagione inoltrata!
Partiamo con calma, tanto il mare è con noi anche oggi.
E facciamo bene ad aspettare, perchè nel frattempo arriva un altro temporale.
Ci vestiamo di tutto punto, con giacca d'acqua e cappello nord-ovest, cosa che non saremmo riusciti a fare se fossimo partiti prima e l'acquazzone ci avesse sorpreso in mare. La pioggia è fitta e pesante, tipica di un temporale estivo in piena regola, ed in un attimo scompare il resto del mondo.
Immergiamo le mani in acqua per scaldarle e intanto le cipolle dell'insalata greca mangiata a pranzo vanno su e giù insieme alle onde lunghe che avvolgono l'isola. La pioggia ci segue per alcuni chilometri ed il mare diventa di un colore scuro e metallico che ci trasmette una punta di tristezza. Ma dura poco: sostituiamo il cappello nord-ovest con il solito cappello estivo dopo appena mezz'ora di pagaiata tranquilla e troviamo poco oltre anche una caletta dove sbarcare per togliere la giacca d'acqua.
Atterriamo su un cumulo di immondizia. Mai vista una spiaggia più sporca di questa: la plastica si deve essere ammonticchiata nel corso di diverse mareggiate in chissà quanti anni! E' talmente sporca che la tristezza torna e mi strappa qualche lacrima amara. Ma poi la tentazione di grufolare è talmente forte che istigo Mauro a fumare pur di avere il tempo di rovistare tra bottiglie, giocattoli rotti, tappi colorati, tubi e zaini, persino pezzi di automobili e galleggianti dello sciacquone del water... io trovo due formine, qualche rastrello ed una decina di palline, lui invece solo cose utili: un altro thermos in buone condizioni, solo un po' arrugginito. In quel cumulo di plastica, però, riesco a scovare un nuovo ornamento per la mia prua e riparto col morale un po' risollevato: alla fine, deve essere proprio vero che c'è sempre del bello in ogni cosa, anche la più brutta!
Dopo la pausa veloce e proficua riprendiamo la navigazione per raggiungere il Golfo di Poros, col suo piccolo stretto a separarlo dal resto del Peloponneso. Pagaiamo accanto ad una delle isolette che incoronano questa parte del Peloponneso, Nisos Modi, lunga e stretta e con una cresta rocciosa che la fa assomigliare ad un grande drago addormentato. Non appena avvistiamo il primo dei quattro alberghi bianchi a sette piani, però, puntiamo diretti sull'altro versante dello stretto e, schivando prima l'aliscafo di linea e poi un catamarano della Tasmania (che ci passa davanti senza mai virare dalla rotta di collisione finché non ci siamo costretti a fermarci per farlo passare!), arriviamo sull'estremità orientale della prima grande penisola del Peloponneso e ci mettiamo in cerca del nostro campo per la notte.
Sbarchiamo in una baietta ridossata proprio quando il sole, comparso per qualche minuto, viene di nuovo oscurato da nuvoloni grigi e pesanti.
Ci sbrighiamo a sistemare la tenda sotto una coppia di bellissimi eucaliptus e per non farci trovare impreparati montiamo anche il secondo telo: nel frattempo, un papà ed una bambina sono intenti a sgonfiare un bellissimo materassino a forma di aragosta e ci scambiamo i soliti saluti di rito.
Per la prima volta dall'inizio del viaggio dormiamo con l'apertura della tenda opposta al mare, per assecondare l'inclinazione del terreno: affacciamo così su un grande campo di giovani ulivi sotto i quali corrono tubi di irrigazione a disegnare in terra perfette corsie nere. Fotografiamo una grandissima mantide religiosa e poi restiamo qualche minuto ad ascoltare la risacca, stasera molto variegata per via del fronte di posidonia che ha creato bastioni tra cui l'acqua si insinua con gorgoglii ogni volta differenti.
Mentre ci prepariamo a dormire, arriva un'auto che parcheggia proprio accanto alla nostra tenda: scendono il papà e la bambina di prima, mano nella mano, e ci dicono: "Hello, my friends, this is a little present for you!". L'entrata della tenda viene occupata da una grande busta ricolma di pomodori, cetrioli, cipolle, peperoni e limoni... così freschi da inondare tutto l'interno col loro profumo intenso!

Il campo a Limnioniza su Hidra

Martedì 18 luglio 2017 - 72° giorno di viaggio
Paralia Bidalika, Peloponneso - Limnioniza, Hidra (21 km di cui 10 in traversata)
Vento N 14-18 nodi (F4-5) - mare mosso - 25°C 
Stamattina è il vento che ci sveglia, ma neanche troppo presto.
I rami bassi degli eucaliptus ci fanno ombra per tutta la mattina e ci tornano utili per stendere quel che si è bagnato durante la notte.
Ha piovuto ancora, fino alle due del mattino, prima qualche gocciolina leggera che ticchettava appena sulla tenda, poi goccioloni pesanti che hanno tamburellato a lungo sulle nostre teste e che hanno lavato per bene i kayak e l'attrezzatura lasciata all'aperto.
Appena finita la colazione, saliamo sul piccolo promontorio per andare a misurare con l'anemometro il vento che da ore gonfia il mare nello stretto tra questa estremità del Peloponneso e le due isolette gemelle di fronte: la mappa 1:200.00 che stiamo usando per questa zona non riporta il nome del capo principale, ma quello delle isole è invece ben indicato, Nisos Skyli a nord e Nisos Spathi a sud. Ci sediamo su uno dei massi che permettono di godere di un'ampia visuale sulla baia ed avvistiamo dall'alto un'altra tartaruga Caretta caretta che nuota in superficie e che di tanto in tanto tira fuori la testolina per sbuffare e respirare.
Le raffiche raggiungono i venti nodi: le previsioni sono confermate. Partiamo.
Avremmo voluto costeggiare il tratto meridionale di questo bel promontorio poco abitato del Peloponneso e poi traversare sulla grande isola di Hidra per raggiungere il suo porto principale, affacciato sul versante settentrionale, e dopo la sosta in paese, magari con una passaggio veloce in taverna, avremmo voluto risalire la costa nord-orientale per portarci sul versante meridionale. Con questo vento forte che soffierà imperterrito per altri tre giorni, e che ci ricorda così tanto il Meltemi delle Isole Cicladi, dobbiamo per forza rivedere i nostri piani: sfruttiamo la sua spinta, rinunciamo alla visita dell'unica cittadina di Hidra e costeggiamo soltanto il suo versante meridionale. Del resto, in questo viaggio, a differenza del precedente, non abbiamo mai effettuato il periplo completo delle isole, come invece abbiamo fatto con tutte le Isole Cicladi, ma ci siamo limitati ad esplorare il versante che sapevamo o intuivamo più interessante, specie se lontano dai centri abitati e dalle località turistiche come è nel caso di Hidra. Di questa isola che incorona la prima penisola del Peloponneso abbiamo a lungo sentito parlare, sempre con entusiasmo, sia da greci che da stranieri, e la scorsa estate su Kimolos, una delle Cicladi Occidentali, abbiamo avuto la fortuna di incontrare una coppia di medici originari proprio di Hidra, che da canoisti praticanti ci avevano consigliato vivamente di fare una tappa sulla loro isola natale. Siamo rimasti in contatto, come ci capita spesso con le persone che incontriamo durante i nostri viaggi in kayak, ma loro saranno di ritorno a Hidra per le vacanze estive soltanto ad agosto inoltrato. Dovremo contare sull'ospitalità di qualche altro locale...
Il vento è così forte che le barche a vela che risalgono a motore verso nord restano a lungo bloccate nello stretto tra le due isolette gemelle: noi ci passiamo in mezzo con le onde al giardinetto e dopo appena dieci minuti siamo pronti per affrontare la nostra traversata verso il faro di Hidra, sull'estremità nord-orientale dell'isola. Evitiamo prima una barca a vela che ci passa a prua e subito dopo un catamarano che, caso unico ed isolato, cambia rotta ed incrocia a poppa. Dei traghetti che fanno la spola tra il Peloponneso, l'isola di Poros, quella di Hidra e la successiva isola di Spetses non c'è traccia, forse per l'orario sempre alquanto attardato con cui noi di solito ci mettiamo in mare. Oggi navighiamo dall'una alle quattro e mezza del pomeriggio, coprendo la traversata in meno di due ore e godendoci nel tempo restante la costa brulla e rocciosa di Hidra.
La navigazione in mare aperto, benchè impegnativa, non ci impensierisce mai, anzi ci diverte e gratifica perchè erano giorni ormai che non ci capitava più di affrontare un mare mosso come quello che avevamo lasciato l'estate scorsa alle Isole Cicladi. Affacciati sul Mar Egeo, ritroviamo oggi molte similitudini con le condizioni in cui avevamo pagaiato in quel lungo viaggio in compagnia del Meltemi. Questo vento cala la sera, sempre, e benchè spiri da nord non siamo proprio sicuri che si possa definire propriamente un Meltemi. Ma ci tiene sul chi va là come un vero Meltemi.
Le raffiche sono potenti, ma molto meno di quando ci trovavamo ancora tra le isolette gemelle di Skyli e Spathi, dove risentivano dell'orografia del terreno e si rincorrevano tra le colline spoglie. Qui al largo non trovano ostacoli e gonfiano il mare con delle belle onde regolari che a tratti raggiungono anche i due metri. Il cielo è ancora coperto e come ieri una nuvoletta scura ci segue in traversata. Poi a Hidra scompare.
Questa traversata silenziosa e solitaria mi fa pensare che molto di quel che ho imparato in kayak lo devo ai viaggi per mare. Non tanto ai libri letti, o ai corsi seguiti, o alle cose sentite dai tanti pagaiatori conosciuti negli anni, ma piuttosto alle lunghe ore di navigazione, al tempo passato con la pagaia in mano, ai giorni trascorsi in mare. Penso a quanto è bello navigare in mare aperto, alle emozioni che provo a stare in kayak, a come ho imparato ad amare questa vista di mare. Ripenso ai viaggi fatti insieme all'Uomo di Ferro e a quanto sono diventati importanti per me: nei corsi ho imparato le manovre di conduzione del kayak, la risalita o i salvataggi assistiti, nei libri ho capito i diversi metodi di insegnamento e le diverse tecniche di conduzione del gruppo, oltre alla secolare cultura Inuit e alla lunga storia del kayak da mare, alla evoluzione dei modelli e all'annosa questione della lunghezza delle pagaie, al miglioramento dei materiali e delle attrezzature di sicurezza. Lo studio mi ha fatto scoprire un mondo ma è stato poi il viaggio che mi ha fatto amare questo mondo. E' in viaggio che ho imparato a conoscere il mare, a capire le sue intemperanze, a riconoscere i suoi sbalzi d'umore. E' in viaggio che ho capito come mettere in pratica le cose studiate in teoria. Ed è sempre in viaggio che ho saputo fondere in un'unica grande assoluta passione le tante piccole passioni che già occupavano la mia vita, la musica, la lettura, la scrittura, la fotografia, la raccolta di piccole cose preziose e di tanti momenti unici... L'esperienza migliore è quella vissuta in navigazione.
E' grazie ai tanti viaggi fatti che mi diverto così tanto in mezzo a questo bel mare mosso!
Persa in mezzo a tutti questi pensieri non mi accorgo quasi che la traversata volge ormai al termine e il tempo vola via veloce come le berte che planano intorno ai nostri kayak, molto più vicine delle altre volte.
Il faro del capo nord-orientale di Hidra non è un lilliputh-faro, come avevo pensato in un primo momento, non riuscendo a scorgerlo da nessuna parte, ma un vero faro in muratura con le belle greche in marmo bianco ad abbellire gli angoli della torre che sorregge la luce. La lavatrice che incontriamo sotto il faro è una di quelle da tenere impegnati a lungo, concentrati sull'andirivieni di onde che sbattono sulla costa rocciosa e cercano un modo per tornare al largo. Il kayak prende a "sculettare" di qua e di là così tanto che è del tutto inutile cercare di tenerlo a bada: lui ed il mare stanno facendo conoscenza e tanto vale lasciarli fare. Dopo una ventina di minuti usciamo da quel bailamme di onde e spruzzi e ci ritroviamo sotto la scogliera bianca, dilavata e brulla del versante meridionale di Hidra. Da soli. Soltanto noi, i kayak ed il mare.
Una meraviglia che dura un'altra oretta, fino alla "nostra" spiaggetta, raggiungibile quasi solo dal mare: quasi perchè c'è un sentiero impervio che scende dalla chiesetta di Aghios Nikolaos e che viene percorso con evidente difficoltà da due australiani che appena giù si tuffano in acqua per una nuotata rinfrescante. Ci fanno i complimenti per i bei kayak e per il bel viaggio prima di arrampicarsi ancora su per il sentiero e scomparire dietro uno dei tornanti più alti. Non c'è ombra perchè non ci sono alberi, ma non c'è neanche il sole perchè le nuvole lo hanno nascosto ancora.
Adesso restiamo davvero soli e ci godiamo il lungo pomeriggio di libertà: riposiamo, nuotiamo, scriviamo, ceniamo e... grufoliamo. Dopo tante cose inutili, ne trovo finalmente una utile che persino l'Uomo di Ferro riesce ad apprezzare: un tre-piedi snodabile per la macchina fotografica quasi nuovo che subito scompare in un dei gavoni del suo Voyager...
E ci ritiriamo in tenda ancor prima che faccia buio: col secondo telo montato a scopo scaramantico.

Ancora in navigazione lungo il versante meridionale di Hidra...
Le gole profonde di Hidra...
Lungo il verdeggiante versante occidentale di Hidra
Il faro di Dokos
Mercoledì 19 luglio 2017 - 73° giorno di viaggio
Limnioniza, Hidra - Paralia Agios Nikolaos, Dokos (28 km di cui quattro in traversata)
Vento N 12-15 nodi (F4) - mare da mosso a poco mosso - 26°C
E va bene: forse questo è il vero Meltemi. Soffia per tutta la notte, imperterrito, e ci strappa più volte dai nostri sonni.
Al risveglio, però, il sole tarda a fare capolino da dietro il promontorio sul mare e possiamo prendercela comoda come sempre.
Quando lungo lo stesso sentiero che ieri pomeriggio avevano percorso i due australiani scendono altri cinque escursionisti francesi, Mauro comincia a scalpitare ed elabora la seguente teoria che mi sento di condividere: quando la spiaggia è deserta, un gruppo di cinque persone è molto più numeroso di due gruppi da 2+3 persone! Vero!
Costeggiamo quest'isola rocciosa ed impervia, con grandi scogliere bianche, di tanto in tanto colorate da inserzioni verdi e rosse, come i ciottolini di cui era ricca la "nostra" spiaggia. Contiamo appena una decina di casette bianche, una decina di chiesette bianche ed un numero uguale di alberi. Ci sono però due lunghissimi muretti di pietre che corrono dalla cima della montagna fin giù al mare e che dividono chissà quali proprietà, visto che non c'è neanche l'ombra di altre costruzioni o di armenti e in giro non vediamo né sentiamo neanche una capra. Il versante meridionale è battuto da forti venti catabatici che lo rendono brullo e sassoso e che ci impongono di variare la nostra strategia di navigazione, prima cercando di sfruttare il vento che avvolge l'isola e poi cercando di evitare le raffiche contrarie che scendono giù dalle gole. Procediamo così a zig-zag, prima al largo, poi lungo costa, passando da un'andatura di quattro nodi nel mare increspato di onde frangenti ad una misera velocità di 0.0 nel mare piatto come uno specchio ma schiacciato da raffiche potenti che si infilano nelle gole.
Le pareti rocciose diventano sempre più alte ed impervie e verso la parte sud-occidentale di Hidra si incontrano dei veri e propri canyon che dividono le vallate e creano scenari fuori dal comune. Sul capo occidentale si aprono una serie di piccole isolette che proteggono una delle baie più ampie e ridossate dell'isola, dove vengono a gettare l'ancora diverse imbarcazioni. C'è troppa gente, per i nostri gusti: erano già tanti i cinque escursionisti francesi, questi turisti assiepati sotto gli ombrelloni sono un esercito! Ci sono anche due barche a vela e due yacth a cinque piani ormeggiati in rada e noi, coi nostri due piccoli panfili, ci sentiamo di troppo.
Puntiamo la caletta isolata più a sud, così piccola da essere trascurata dalle grandi masse: è tutta per noi e possiamo elaborare un piano di riserva. L'idea iniziale era di raggiungere la cala affollata e di fare campo lì, se ci fosse stato almeno un albero per procurarci l'ombra che ieri non era fondamentale ma che oggi diventa indispensabile perchè il cielo si è finalmente liberato da ogni nuvolone e, benchè la temperatura sia ancora "bassa", quando il vento cala il sole torna a mordere come nei giorni scorsi. Scartato questo piano n.1, passiamo al piano n.2: traversare prima sull'isola intermedia di Dokos e poi sul promontorio di Ermioni sul Peloponneso, così da essere sicuri di trovare una connessione abbastanza forte per riuscire finalmente ad aggiornare il blog. Ma il piano n2. comporta anche un ritorno alla civiltà ex abrupto. Non siamo preparati. Elaboriamo allora il piano n.3: traversare su Dokos e cercare un campo nella sua baia più ampia. Anche se dobbiamo pagaiare contro vento. Anche se rischiamo di impiegare ore per coprire la breve traversata che separa le due isole. Tutto pur di sottrarci alla folla per almeno un'altra giornata!
Scelto con convinzione ed entusiasmo il piano n.3, ci prepariamo a traversare sul bel faro di pietra di Dokos proprio qualche minuto dopo che il veloce catamarano colorato ha fatto il suo ingresso nello stretto. Appena mettiamo la prua dei Voyager oltre il capo, le raffiche sono così forti che restiamo bloccati nello stesso punto per qualche minuto, come le barche a vela rimanevano bloccate ieri nello stretto tra le due isole gemelle. Ma poi qualcosa succede, come sempre, e riusciamo a risalire il vento contrario, anche se molto lentamente. Il mare rimane tutto per noi e benchè le onde siano contrarie ci tengono allegri per tutto il tempo. E' sempre bello capire che nonostante le raffiche a 18-20 nodi siamo ancora capaci di avanzare contro vento! Sotto le scogliere rocciose di Dokos, poi, troviamo anche una bella lavatrice incasinata che ci tiene occupati per altri tre chilometri, forse i più faticosi della giornata.
Il Meltemi sembra volerci dare il suo saluto di bentornati nell'Egeo!
Anche Dokos è un'isola rocciosa, scoscesa e brulla. Il versante meridionale ha scogliere verticali che precipitano in mare e che non offrono alcun punto di sbarco. Il versante settentrionale, invece, si apre in un ampio golfo interno che ospita ben due piccoli porticcioli turistici, attrezzati di tutto punto. Appena ci affacciamo al suo interno, temiamo di essere caduti dalla padella nella brace perchè al molo sono attraccate oltre trenta barche a vela. Poi però capiamo che la "nostra" spiaggia è poco più in là ed è la più incassata della baia, la più ridossata dal vento e la più trascurata dai velisti: in rada contiamo appena cinque vele.
Sbarchiamo tra un gregge di capre che pascola in spiaggia e riceviamo presto anche la visita di un mulo: Mauro stringe amicizia con tutti, purchè non siano bipedi!

L'arrivo ad Agios Nikolaos su Dokos
Il campo ideale nella pietraia di capre di Dokos
In traversata da Dokos al Peloponneso, qui nella baia di Kranidhi...
L'ingresso nella baia più protetta di Agios Emilianos, di nuovo sul Peloponneso!

Giovedì 20 luglio 2017 - 74° giorno di viaggio
Paralia Aghios Nikolaos, Dokos - Agios Emilianos, Peloponneso (18 km di cui 9 in traversata)
Vento N 12-15 nodi (F4) - mare da mosso a calmo - 28°C
Siamo come sempre fortunati, abbiamo trovato il campo ideale: è al riparo dal vento, dal sole della sera e del mattino, è isolato e bello.
Peccato solo che sia una pietraia adatta solo alle capre. Con una chiesetta bianca, dedicata neanche a dirlo al santo più gettonato della chiesa ortodossa greca, San Nicola. La signora che ieri sera era scesa a dorso di mulo, torna stamattina ad accendere la moto-pompa per riempire d'acqua dolce le vasche usate come abbeveratoi per le capre e si ferma a fare quattro chiacchiere in dialetto stretto: indossa un paio di vecchi panta-collant viola e un maglietta a righe gialle e verdi, ha i capelli neri con la ricrescita bianca di quattro dita ed un mollettone per tenerli legati che ha un grande fiocco di plastica rosa... sembra Maga Magò e non capiamo una parola di quel che urla ai cani, al mulo e a noi. Capiamo però che l'isola di Dokos non è disabitata, tutt'altro.
In mare ci aspettano onde al giardinetto che ci spingono lungo tutto il versante settentrionale dell'isola, fin dentro lo stretto canale che la separa dal Peloponneso, dove si intensificano sia le correnti che le raffiche, costrette tra due alti promontori rocciosi quasi gemelli. Il vento ci spinge anche dopo, quando scegliamo di non risalire il golfo di Ermioni e neanche di entrare in quello successivo di Kranidhi, soffocato da alberghi troppo alti e troppo brutti, ma di proseguire verso sud col vento in poppa e di affrontare una traversata lunga nove chilometri: corriamo a nove chilometri orari, quindi arriviamo in un batti baleno, ben prima del previsto, e avendo pagaiato poco meno di tre ore.
Succede che mi perdo in un mare di pensieri, ancora una volta, e le ore in mare volano via.
Passiamo d'infilata la luce bianca e rossa fissata su un pilastro di cemento a segnalare una secca di scogli affioranti e d'un tratto ci ritroviamo in un mare del tutto diverso: di là dal capo c'erano solo cavalli bianchi, di quà dal capo c'è solo uno specchio piatto verde e azzurro.
Appena oltre il capo sormontato da una chiesetta bianca troviamo il nostro nuovo campo. Anche questo ha tutte le caretteristiche di un campo ideale: sabbia fine, acqua trasparente, baia protetta dal vento, stradina costeggiata da oleandri in fiore ed una piccola pineta ombreggiata perfetta per la nostra tenda. Inoltre, si avvicina un signore molto gentile che metà in greco e metà in inglese ci chiede dove siamo diretti e, saputo del giro del Peloponneso, ci chiede anche di scattare una foto-ricordo insieme. Prima di tornare sotto il suo ombrellone, ci spiega che scriverà un articolo per il giornale locale dell'Isola di Naxos, nelle Cicladi Orientali: a saperlo prima, ci saremmo messi in ghigheri!
Prima di montare, visto che è appena passata l'ora di pranzo, ci concediamo un lungo bagno ristoratore, uno shampo che desideravamo da giorni e un'asciugata completa al contenuto del mio terzo gavone, che ha imbarcato acqua a palate perchè non ho fatto attenzione a sistemare a dovere la cimetta di sicurezza del tappo, che rimasta incastrata tra la mastra ed il tappo stesso ha "risucchiato" acqua durante tutta la traversata... Nessun danno, comunque, perchè il telo da mare che sistemo sopra a tutte le sacche stagne ha assorbito la maggior parte del liquido, le sacche stagne per quanto datate sono ancora in buono stato e soprattutto lo "straccio di sentina" che sistemiamo sul fondo di ogni gavone ha dimostrato ancora una volta di assolvere a dovere alla sua funzione.
Le cicale friniscono all'impazzata: quando il vento cala non si respira dal caldo.
Ci cambiamo in fretta e altrettanto in fretta salutiamo i nostri due panfili, adagiati all'ombra di due bei cespugli.
Siamo pronti per andare in taverna: e per aggiornare finalmente il blog!

Check-in/OK messaggio dal Tatiyak SPOT Localizzatore SPOT Personal Tracker

Tatiyak SPOT
Latitudine:37.29497
Longitudine:23.18216
Posizione GPS Data/Ora:07/20/2017 13:14:50 CEST

Messaggio:Isole Ioniche e Peloponneso Kayak Tour 2017. Stiamo bene e il viaggio prosegue come programmato...

Fai clic sul seguente collegamento per vedere dove mi trovo.
http://fms.ws/l6Oer/37.29497N/23.18216E

Se il link sopra non funziona , provate questo link:
http://maps.google.com/maps?f=q&hl=en&geocode=&q=37.29497,23.18216&ll=37.29497,23.18216&ie=UTF8&z=12&om=1

Tatiyak SPOT

Hai ricevuto questo messaggio perché Tatiyak SPOT ti ha aggiunto al suo elenco di contatti SPOT.

FindMeSPOT.com

mercoledì 12 luglio 2017

Passiamo in kayak il Canale di Corinto!

"Perchè non attraversi il canale insieme a noi?"
"Ma questo è il vostro viaggio e oggi è un momento speciale..."
"Però insieme è molto più emozionante! Come on, join us!"


E così, senza averlo programmato, Manolis attraversa il canale insieme a noi!
Trascorriamo l'intera giornata in compagnia di un amico, una guida e un fotografo personale!!
Passare il Canale di Corinto è senza dubbio una delle esperienze più emozionanti di questo viaggio!!!

Sabato 8 luglio 2017 - 63° giorno di viaggio
Corinto - Corinto (0 km)
Vento NW 5 nodi (F2) - mare calmo - 34°C
Sapevamo da tempo di dover attendere qualche giorno prima di poter passare il Canale di Corinto.
Il nostro amico George Gazetas, in contatto frequente con la direzione del canale per aiutarci con le pratiche burocratiche, ci aveva detto sin dal mese di maggio, quando abbiamo trascorso con lui a Lefkada un'intera settimana per dei corsi di kayak, che sarebbe stato possibile attraversare il canale soltanto di martedì, il giorno della settimana in cui è chiuso al traffico dalle 6 del mattino alle 6 del pomeriggio per i lavori di ordinaria manutenzione. Quando siamo sbarcati sulle coste del Peloponneso, subito dopo aver traversato dall'isola di Zante, abbiamo ricevuto un bel messaggio da George: "Hi guys, siete pronti per passare il canale domani?" Saremmo anche stati contenti di rispondere subito di si, ma certo, siamo più che pronti per passare il canale! Sole che... eravamo distanti oltre 200 chilometri da Corinto e neanche pagaiando giorno e notte saremmo riusciti a coprire una tale distanza! Abbiamo così fatto un rapido calcolo e concordato con George di richiedere l'autorizzazione ad attraversare il Canale per il successivo martedì 11 luglio 2017. Ed abbiamo iniziato l'avvicinamento a Corinto, pagaiando lungo la costa meridionale dell'omonimo golfo, martoriata dal cemento a tal punto da deprimerci un bel po'.
Ma appena arrivati a Corinto gli eventi hanno subito preso un'altra piega e sono successe cose del tutto inaspettate!
Mai avremmo immaginato che queste giornate di attesa si sarebbero riempite di così tante esperienze diverse!

Campo sulla spiaggia di Posidonia, sul versante nord-occidentale dello stretto di Corinto
L'arrivo di Manolis è una festa!
Un articolo di 20 pagine sul periplo del Peloponneso di Manolis pubblicato della rivista greca Panorama!
La visita alla rocca dell'antica Corinto
Relax al fresco sul Lago Doxa
Visita al faro di Akrotiri Melagavi e al laghetto di Vouliagmeni!

Domenica 9 luglio 2017 - 64° giorno di viaggio
Corinto - Corinto (0 km = 300 km in auto!)
Vento NW 5 nodi (F2) - mare calmo - 34°C
Ieri sera è arrivato Manolis!
E' stata una sorpresa incredibile, del tutto inaspettata e davvero graditissima!
Manolis Loudaros il nostro amico greco con cui l'estate passata abbiamo trascorso una settimana indimenticabile nella sua isola natale Anafi. Ci siamo conosciuti qualche anno fa ad Anglesey durante il mio soggiorno invernale ed abbiamo subito avuto un'intesa eccezionale: Manolis è uno dei kayaker più appassionati ed intraprendenti che ci sia mai capitato di conoscere e negli ultimi tempi abbiamo avuto contatti sempre più frequenti. Soprattutto perchè Manolis ha completato il periplo del Peloponneso nel mese di gennaio 2017, sotto una delle nevicate storiche e del tutto inusuali che la Grecia ricordi, affrontando temperature polari, continui temporali e condizioni meteo-marine proibitive: in soli 34 giorni ha pagaiato intorno a questa grande isola artificiale e ci ha offerto l'occasione unica di vivere in anteprima il viaggio che noi stessi stiamo ora intraprendendo. C'è stata sin da subito una spontanea collaborazione, con continui scambi di informazioni che sono andati avanti anche dal vivo, ora che ci siamo ritrovati. Come ci aveva raccontato tutto delle sua isola mentre eravamo impegnati con il periplo delle Cicladi, anche adesso ci spiega un'infinità di cose sul Peloponneso, lasciandoci prendere appunti sulla mappa così da essere doppiamente preparati per affrontare le prossime settimane!
Manolis ha ovviamente attraversato il Canale di Corinto in gennaio, durante l'ultima giornata della sua spedizione invernale, ed è ancora in contatto con la direzione del canale e, come ha già fatto George Gazetas, si mette a nostra completa disposizione per sbrigare le ultime formalità.
Prima però si offre di farci da guida turistica in lungo ed in largo per il Peloponneso: avrebbe dovuto guidare una spedizione in kayak che è stata annullata all'ultimo minuto. Così Manolis è libero per qualche giorno: appena arrivato ci propone di salire alla vecchia città di Corinto per ammirare la fortezza che circonda tutta la cresta del massiccio affacciato sul mare; oggi ci porta in montagna per trascorrere l'intera giornata al fresco, sulle sponde del piccolo ed incantevole Lago Doxa, vicino alla grande piana di Feneos nel Peloponneso settentrionale, ma così distante dal mare da non risentire delle temperature africane che in questi giorni stanno investendo la costa; domani, invece, ci porta al mare per visitare sia il bel faro di Akrotiri Melagavi, che abbiamo per giorni intravisto sull'altro versante del golfo, e sia il piccolo lago costiero e marino che si apre proprio sotto il suo promontorio (e dove i nostri amici monegaschi Nathalie ed Alain Antognelli avevano scelto di attendere l'autorizzazione a passare a loro volta il Canale di Corinto durante il loro lungo viaggio "The Route"). Manolis ci aiuta anche a risolvere una serie pressoché infinita di piccole faccende pratiche, come per esempio trovare una lavanderia in città per lavare le nostre cose, che dopo oltre due mesi di viaggio hanno preso colore ed odore indescrivibili. E ci porta a mangiare nei posti migliori, con le portate più grandi e gustose e col panorama più spettacolare sul golfo: ogni sera questo specchio d'acqua, stranamente calmo per l'assenza dei venti dominanti, ci offre un tramonto in technicolor, col cielo che si riempie di una sfumatura del tutto speciale e col mare che si tinge di un rosso melograno mai visto prima!

L'incontro con Theodora!
L'attesa prima di traversare il Canale di Corinto!
L'ingresso appena oltre il ponte "sommergibile"
 

Lunedì 10 luglio 2017 - 65° giorno di viaggio
Corinto - Corinto (0 km = 50 km in auto!)
Vento NW 5 nodi (F2) - mare calmo - 34°C
Oggi è giorno di incontri.
Manolis ci accompagna in auto fino al centro di controllo del Canale di Corinto.
Arriviamo di buon'ora al "Customer Service Department", all'altra estremità del canale, quella che si apre sul Golfo di Atene. Fuori c'è un caldo appiccicoso ed insopportabile, dentro c'è un ambiente fresco e piacevole, con una temperatura ragionevole resa stabile dal sistema di aria condizionata. Aspettiamo qualche minuto nell'atrio, giusto il tempo di ammirare le fotografie d'epoca risalenti ai lavori di realizzazione del canale: ci colpiscono soprattutto i progetti ingegneristici che mostrano in sezione la speciale forma trapezoidale asimmetrica e le varie stratificazione del terreno circostante. Poi entriamo nell'ufficio di Theodora, la responsabile delle pubbliche relazioni: con poche telefonate risolve ogni cosa e ci conferma che abbiamo l'autorizzazione per passare in kayak il canale!
Ora dobbiamo solo capire qual'è il momento migliore per attraversare. Non ci sono tabelle di marea disponibili per il canale e ci affidiamo alla conoscenza diretta dei ragazzi che lavorano alla torre di controllo. Theodora è così gentile che ci chiamerà ancora un paio di volte per fornirci informazioni dettagliate. E anche per dirci che ha contattato due fotografi professionisti per realizzare un servizio fotografico completo!
Torniamo alla "nostra" spiaggia e facciamo mente locale: dobbiamo mettere in carica il VHF per le eventuali comunicazioni via radio con il centro operativo del canale, dobbiamo controllare le macchine fotografiche e le videocamere per essere sicuri di avere memoria sufficiente a riprendere ogni singolo momento del passaggio del canale... soprattutto dobbiamo scaricare un po' di tensione: le emozioni che abbiamo accumulato sono talmente tante che serve a tutti e tre un po' di tempo per elaborarle!
Ci spostiamo quindi su una delle sponde del canale, vicino alla spiaggia di Posidonia, sul versante nord-occidentale dello stretto. Ci accomodiamo accanto ai pescatori che abitualmente si siedono tra le bitte arrugginite e ci godiamo un altro tramonto infuocato sul Golfo di Corinto, mentre transitano dentro e fuori del canale diverse imbarcazioni a motore. Finalmente cala la temperatura al calar della sera e riusciamo a rilassarci un poco quando scende l'oscurità. Dormiamo in tenda per l'ultima volta sulla spiaggia che ci ha ospitato per quattro notti e stavolta siamo in ottima compagnia: Manolis monta la sua tenda poco più in là dei nostri due Voyager, si tuffa nel mare nero per un ultimo bagno refrigerante e come noi si prepara a dormire sotto la luna piena che sorge rossa e grande proprio quando noi cediamo alla stanchezza e chiudiamo gli occhi...

 
Non si vede tanto ma sotto l'albero c'è il cartello della distanza di 3300 metri!

Martedì 11 luglio 2017 - 65° giorno di viaggio
Paralia Posidonia - Paralia Isthmia (9 km)
Vento variabile - mare calmo - 35°C
La telefonata di conferma arriva alle nove del mattino: presentarsi alla torre di ingresso per le 10.30!
Ci sbrighiamo a smontare il campo e a preparare i kayak: contro ogni previsione, finiamo tutto in un'ora ed arriviamo in orario all'appuntamento.
L'altoparlante dice qualcosa al nostro indirizzo, noi capiamo solo la parola "canoe". Manolis ci precede e parla in greco con l'addetto al ponte.
Diversamente dal solito, oggi il canale non è chiuso per la manutenzione settimanale: benchè sia martedì, non sappiamo bene per quale ragione, il canale rimane aperto ed il traffico a motore è intenso come in tutti gli altri giorni della settimana. Comincio a sentirmi nervosa.
Dobbiamo aspettare che passi il traghetto della consueta visita turistica del canale: non appena avrà eseguito l'inversione di marcia noi potremo accodarci e seguirlo all'interno del canale. La tensione sale ed è visibile sui nostri volti. Sbarchiamo all'ombra di una tamerice proprio accanto al ponte "sommergibile".
Anche Manolis è emozionato, sebbene per lui sia la seconda volta, anche se del tutto inaspettata, che attraversa in kayak il Canale di Corinto.
Sono mesi che aspettiamo questo momento, Mauro ed io, da quando abbiamo cominciato a programmare il viaggio intorno al Peloponneso. Abbiamo scritto una prima mail per richiedere l'autorizzazione al passaggio nel mese di aprile, seguendo il consiglio di Manolis di inviare una richiesta formale con largo anticipo sul nostro arrivo. Anche i nostri amici monegaschi ci avevano consigliato di fare lo stesso: loro avevano chiesto di passare solo una settimana prima ed il permesso gli era stato negato. La gestione del traffico marittimo del Canale di Corinto è estremamente complicata e nonostante sia richiesto alla barche in transito di annunciarsi per tempo, quasi nessuno rispetta la regola ed in tanti si presentano all'ingresso senza alcun preavviso. Noi tre kayak siamo stati autorizzati al passaggio già nella giornata di ieri, ma quel che non era in programma è l'apertura straordinaria del canale: dobbiamo infilarci tra un'imbarcazione e l'altra. Ascolto i racconti di Manolis sulle turbolenze provocate dalle eliche delle barche a motore, quei continui rigurgiti che anche lui ha dovuto affrontare in gennaio quando ha attraversato il canale di domenica, con un'autorizzazione del tutto eccezionale perchè si trattava dell'ultima giornata di navigazione del suo periplo del Peloponneso. La mia ansia cresce visibilmente. Meno male che la compagnia è delle migliori: con poche battute e qualche fotografia tutto si stempera e ritorna il sorriso.
E' arrivato il momento tanto atteso: si parte!
Ci suggeriscono di mantenere una distanza di venti metri dall'ultima barca a vela che si accoda al traghetto turistico, cosa che sappiamo essere possibile soltanto per i primi minuti, dopo di che il traghetto e le vele continuano con la loro solita velocità di crociera ed in pochi minuti arrivano all'altra estremità del canale, mentre noi siamo ancora al primo chilometro...

Il Canale di Corinto ha una storia antica.
Il primo ad avere avuto l'idea di tagliare la terra per fare entrare il mare è stato il tiranno Periandros nel 602 avanti Cristo (tanto usava gli schiavi!).
Anche l'imperatore romano Nerone aveva provato a realizzare il progetto nel 67 a.C. ma aveva dovuto presto rinunciare perchè qualcun altro lo aveva spodestato. Il catalogo di promozione predisposto dall'attuale società di gestione del Canale riporta anche la notizia che San Paolo ha visitato il luogo, ma quando non era ancora stata completata l'opera. In realtà, per avere un canale vero e proprio bisognerà arrivare alla fine del 1800: nel 1830 vengono quantificati i costi, nel 1869 vengono approvati i nuovi piani di realizzazione (che seguono l'antico programma di Nerone, ritenuto il più logico ed economico) e soltanto nel 1893 vengono finalmente completati i lavori. L'inaugurazione del canale risale al 6 agosto (non osiamo immaginare a quanto caldo facesse durante la cerimonia!) ma l'apertura ufficiale è stata rimandata al mese di novembre perchè le pareti latrali avevano subito dato segni di cedimento. Durante la seconda guerra mondiale i tedeschi hanno bombardato il ponte della ferrovia che corre sul canale e hanno provocato ingenti danni al canale stesso a cause dell'enorme quantità di detriti che ha a lungo ostruito il passaggio. La ricostruzione è del 1949 e del 1980 è la costituzione di una nuova società per la gestione del canale.  
Il Canale di Corinto ha un lunghezza complessiva di 6343 metri, istmi inclusi, una larghezza di 21.3 metri sul fondo e di 24.6 metri al livello del mare, una profondità di 7.5 metri e l'altezza massima delle pareti è di ben 90 metri! Hanno lavorato alla realizzazione del canale oltre 2500 addetti, utilizzando i macchinari più avanzati dell'epoca, riuscendo anche nell'opera di rivestimento del fondo fino a 2 metri sul livello del mare (in alcuni punti del canale è ancora possibile riconoscere questo manto particolare, anche se per lunghi tratti è ormai scomparso...). La manutenzione del canale deve fare fronte anche ai frequenti terremoti che interessano la zona e che provocano continue frane lungo le pareti interne, chiaramente riconoscibili durante il tragitto.
Il Canale di Corinto è attraversato ogni anno da 12.000 barche di 50 nazionalità differenti: poco prima del nostro ingresso sono passati sette grandi pescherecci turchi diretti in nord Africa e normalmente c'è gran via vai di panfili, navi da crociera e navi commerciali. La corrente che interessa il canale è di 2.5 nodi, raramente di 3 nodi, e l'escursione di marea raggiunge solitamente i 60 centimetri.
La navigazione del canale segue il senso unico alternato per evitare collisioni o incidenti di sorta. Le barche transitano a distanze regolari le une dalle altre ed è obbligatorio l'ausilio del rimorchiatore per le navi che eccedono un determinato tonnellaggio, che trasportano materiale pericoloso o infiammabile e per tutte quelle che scelgono la navigazione notturna (non è raro che le operazioni di transito richiedano diverse ore: una volta sono state necessarie ben sei ore per far passare una nave da crociera larga così tanto da arrivare a meno di un metro dalla pareti del canale!). Per passare è richiesta la presentazione di una lunga serie di documenti relativi alla barca e al personale di bordo, oltre al numero di immatricolazione internazionale IMO e alla indicazione sia del porto di partenza che di destinazione. C'è ovviamente un canone di passaggio che deve essere corrisposto in anticipo e che varia a seconda del tipo di imbarcazione.
I kayak possono attraversare gratis!
La navigazione a remi è comunque vietata: l'attraversamento dei kayak è concesso solo previa autorizzazione specifica ed è consentito solo in casi del tutto eccezionali. L'occasione per passare il canale in kayak è comunque offerta una volta all'anno in occasione di una manifestazione pubblica organizzata per la prima volta nel 2016 e promossa dai locali centri nautici alla fine del mese di ottobre: è un'esperienza indimenticabile!
Il Canale di Corinto è reso ancora più speciale da una curiosità ingegneristica unica al mondo: alle due estremità del canale sono stati realizzati due ponti che si immergono completamente in acqua per consentire il transito delle navi. Crediamo si tratti dell'unico luogo al mondo in cui le barche passano sopra ad un ponte: ogni tanto, più volte al giorno, viene interdetto il passaggio alle automobili e ai pedoni, viene calata la sbarra ed accesa la luce rossa del semaforo e in 3.5 minuti il ponte scompare sott'acqua, per ricomparire subito dopo il passaggio dell'ultima imbarcazione. Restare a guardare quel suo movimento lento è quasi ipnotico, specialmente quando appena sotto il pelo dell'acqua tornano poco a poco visibili le quattro fasce gialle dei parapetti che delimitano le due corsie laterali ed il passaggio pedonale centrale. Certe volte, tra le tavole di legno bagnate e gocciolanti, risalgono anche dei bei pesciotti, raccolti al volo con un retino da pesca dallo stesso addetto alla manovra del ponte!

Entriamo nel canale senza prestare attenzione ai pescatori che affollano il molo.
L'ingresso del canale sul versante nord-occidentale, quello aperto sul Golfo di Corinto, è protetto da due grandi braccia di cemento che mostrano i segni del tempo e dell'aggressione del mare. Oggi è tutto calmo e tranquillo ma Manolis ci conferma che quando qui si alza il vento le onde non tardano a diventare alte anche tre metri. C'è una doppia spiaggetta proprio alla bocca del canale, dove fanno il bagno una serie di bimbetti che cercano di attirare la nostra attenzione con urla e strepiti: noi non li sentiamo neanche, presi come siamo dal compiere le prime pagaiate nel canale.
Superato il ponte all'estremità, quello a fasce gialle e nere che è appena riemerso dalle acque per far transitare le auto rimaste in attesa che passassero le barche (e noi subito dietro!), il canale si allarga quel poco per fare spazio ad un piccolo canale laterale di deflusso delle acque e di attenuazione della corrente nel canale principale. Appena oltre, le pareti di arenaria gialla salgono verticali quel tanto da richiamare degli spregiudicati tuffatori, che proprio mentre noi pagaiamo lì sotto si cimentano in tuffi acrobatici.
In questo primo tratto il canale è segnato dai chiari postumi di frane e smottamenti che hanno eroso le antiche mura di contenimento. Incontriamo subito il primo segnale di percorrenza, un piccolo cartello verde con i numeri bianchi della distanza percorsa, quasi nascosto dalla vegetazione che a tratti ricopre l'invaso. Ci sono anche tantissimi nidi di gabbiani e di piccioni, piccole nicchie che il vento ha scavato nel tempo. L'acqua ha un colore chiaro ma opaco.
Notiamo subito qualcosa di strano: la corrente è contraria, anche se leggermente. Lo chiederemo a Theodora una volta completato il passaggio e la sua risposta sarà limpida e precisa: non poteva essere altrimenti, perchè rispetto al piano di lavoro delle giornata non c'era un altro momento adatto per lasciarci passare.
Sappiamo di avere poco a tempo a disposizione per completare il transito ma la tentazione di scattare qualche altra fotografia è troppo forte. Manolis lascia la telecamera accesa per lunghi periodi, specie quando raggiungiamo i tre ponti centrali. C'è un momento in cui il silenzio regna sovrano: le pareti salgono ad altezza vertiginose e per noi che piccolini pagaiamo là sotto tutto sembra altissimo e lontanissimo. I due fotografi ci fanno segno dal ponte pedonale di fermarci per qualche momento e di ripetere il saluto con le pagaie innalzate al cielo. Quando siamo ormai oltre il secondo ponte "sommergibile", ci concediamo il lusso di un ultimo selfie tutti e tre insieme ed impieghiamo forse più del dovuto perchè l'addetto alla manovra di risalita del ponte ci richiama all'ordine.
Ora che siamo fuori possiamo tirare un sospiro di sollievo.
Ci vengono offerte tre bottiglie d'acqua ghiacciata e quando sbarchiamo nella piccolissima spiaggetta sotto la torre di controllo sono lì ad attenderci sia i due fotografi che la sorridente Theodora. "We are always happy when we can help!". Non può venire a festeggiare con noi: deve avvisare la stampa locale che tre kayak hanno appena passato il canale!

La torre di controllo sul versante sud-orientale del Canale di Corinto!

Mercoledì 12 luglio 2017 - 66° giorno di viaggio
Isthmia - Isthmia (0 km)
Vento SE 5 nodi (F2) - Mare quasi calmo - 36°C
Siamo di nuovo soli: Manolis è tornato ad Atene e noi ci prendiamo un giorno di sosta per aggiornare il blog.
Facciamo colazione all'ombra dei pini marittimi con il melone profumato che il nostro amico ci ha lasciato prima di andare via.
Il caldo è avvolgente e sfibrante: sembra che qualcuno abbia acceso un grande ventilatore che spande all'intorno soltanto aria bollente.
Non troviamo refrigerio neanche sotto la doccia, neanche al tavolino all'ombra del bar sulla spiaggia che ci ha accolto anche ieri sera...
Decidiamo allora che non ci deve più succedere nulla del genere: nelle ore più calde della giornata non vogliamo più farci sorprendere a terra (in tutti i sensi!). Da domani riprendiamo a pagaiare e resteremo in kayak il più a lungo possibile, specie quando fa talmente tanto caldo da non riuscire neanche a parlare... Meglio vivere in mare, molto meglio vivere il mare!
Boccheggiamo fino a sera, quando finalmente torna quella leggera brezza che precede il tramonto e che fa pregustare un'altra notte fresca ed arieggiata.
E' come se ci stessimo preparando a vivere un nuovo viaggio, il terzo dall'inizio di questa avventura estiva: dopo le splendide Isole Ioniche e dopo il famigerato Golfo di Corinto, ci aspetta adesso il resto del Peloponneso. A detta di molti le penisole meridionali sono selvagge ed affascinanti: non vediamo l'ora di esplorarle in kayak!