SUMMER OPEN SEA KAYAK EXPEDITION...

... un altro lungo viaggio in Grecia...
prima le coste occidentali delle Isole Ioniche... quelle che più ci sono piaciute nei viaggi precedenti, e poi il periplo del Peloponneso.
Per noi è un viaggio aperto, sia per il tempo a disposizione che per altri kayaker che si vorranno unire a noi.
Partiremo ai primi di maggio e contiamo di finire entro settembre. Controllando la posizione che regolarmente pubblicheremo
sul blog e su Facebook, sarà possibile raggiungerci in ogni momento per far parte della squadra.
Tatiana e Mauro


Please use the translator on the left.
We're paddling most of the day and we don't have enough time to translate every single post...
We're confident you understand our position!

Le nostre pagine Facebook: Tatiana Cappucci - Mauro Ferro
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lunedì 14 agosto 2017

Passato Capo Maleas, completiamo la seconda penisola...

Mercoledì 9 agosto 2017 - 87° giorno di viaggio
Velanidhia - Paleokastro (30 km)
Vento N 17-23 nodi (F5-6) - mare da mosso a calmo - 38°C
Capo Maleas: "Good luck!"
E' la prima cosa che ci dice il pescatore che arriva di primo mattino in porto.
Poi un secondo si avvicina in motorino, ci fa i complimenti per i kayak e a gesti ci dice altre cose: "Non andate oggi, c'è mare mosso, aspettate la bonaccia!" Che in greco ed in italiano si dice allo stesso modo ma che è prevista soltanto per sabato prossimo.
Capo Maleas sembra davvero un punto critico.
Nonostante i pareri contrari, noi ci prepariamo a salire in kayak.
Abbiamo ancora fame di mare e non se parla proprio di restare fermi a terra per un giorno intero.
Siamo esposti per oltre dieci chilometri al forte vento da nord che soffia alle nostre spalle e che batte proprio sulle scogliere del capo.
Sappiamo di non avere alcuna possibilità di sbarco per i successivi venti chilometri e appena lasciato il porticciolo protetto e ridossato di Velanidhia saggiamo il mare che frange sulla prime punte rocciose. Da là fuori si gode una splendida visuale sul paesino accoccolato in montagna, fatto tutto di casette bianche coi tetti spioventi di tegole rosse. Ci sono anche i resti di un paio di torri rotonde, costruite sulle colline più morbide e probabilmente più ventose. E' un paesaggio notevole ed accattivante, con una rigogliosa vegetazione che ricopre le vette e scende fino al mare.
Le onde crescono e spumeggiano sia sulla scogliera rocciosa che sugli isolotti circostanti: in alcuni tratti navighiamo in acque tranquille, quando la barriera di scogli affioranti spezza la sequenza di onde provenienti dal mare aperto; in altri punti, invece, ci ritroviamo in balia di frangenti imbiancati da riccioli di ritorno che creano una situazione ingarbugliata tutto intorno ai nostri due kayak. Dopo qualche minuto siamo in prossimità della baia che precede il capo e le onde, non trovando alcun ostacolo, corrono decise verso la costa senza impennarsi all'improvviso o schiantarsi di colpo.
Per un po' restiamo tranquilli.
Capo Maleas è ancora nascosto dietro una densa cortina di umidità.
E' un promontorio alto e disabitato che chiude a sud la lunga penisola di Monemvassia ed un sentiero accidentato corre lungo il suo versante orientale, dal borgo di Aghios Myros fino all'unica costruzione del capo, il faro imponente e slanciato di Capo Maleas. E' il punto di incontro delle correnti contrarie provenienti dal Mar Egeo ad est e dal Mar Ionio ad ovest, compresse nello stretto canale formato dall'estremità meridionale del Peloponneso e dalla vicina isola di Kythira. E' anche solitamente interessato da forti venti catabatici che avvolgo le sue scogliere verticali anche quando a terra spira una leggera brezzolina.
Oggi non sembra la giornata ideale per passare Capo Maleas: le condizioni meteo-marine sono le peggiori previste per l'intera settimana.
Ma noi confidiamo sui nostri due piccoli panfili e quando vediamo che al largo passa un bel veliero a tre alberi ci sentiamo confortati dalla sua presenza in mare e ci decidiamo ad affrontare il temibile passaggio.
Capo Maleas sembra attrarci come una calamita.
La sua cupola dorata brilla sotto il sole di mezzogiorno.
Le onde prendono a gonfiarsi fino a diventare alte 2-3 metri, quelle in arrivo frangono sotto le scogliere e creano una "lavatrice" impegnativa che però ancora ci fa divertire: la nostra velocità di crociera non diminuisce, anzi rimane in sincrono col mare di fondo. Ma c'è qualcosa che non torna: i kayak scivolano di lato, verso la costa, anche con la deriva calata al punto giusto. Sembrano richiamati dal faro, dal capo. Intanto il mare cresce e cominciano a formarsi cavalloni con creste sempre più allungate. Quando raggiungiamo il faro a malapena riusciamo a scattare qualche fotografia. Le ultime, per il momento. Capo Maleas è circondato da onde spumeggianti che corrono in tutte le direzioni. Non è facile cavalcarle perchè passano veloci sotto lo scafo del kayak e ogni tanto richiedono qualche appoggio della pagaia sull'acqua per mantenere l'equilibrio.
Ci lanciamo sguardi d'intesa: l'adrenalina sale e Mauro solleva entrambe le sopracciglia. Segno che anche per lui il mare sta diventando grosso.
Andiamo su e giù per un paio d'ore. Stando attendi a mantenere la distanza di sicurezza dalla costa rocciosa, imponente ed incombente.
Ad un tratto, veniamo raggiunti da un treno d'onde più corpose delle altre ed in un batti baleno ci ritroviamo dall'altra parte del capo.
Superiamo di gran carriera anche la chiesetta di Aghia Irini che sorge sulle scogliere rocciose a sud del faro di Capo Maleas.
Dovremmo ormai aver superato la zona critica. Adesso siamo ridossati dal vento da nord e corriamo lungo il versante meridionale del capo.
I venti però sono forti abbastanza da avvolgere l'intero promontorio, da prendere maggior forza in mare e da scendere con violenza dal monte.
Le raffiche catabatiche ci piombano addosso non appena viriamo le prue verso ovest. Sembrava fatta, invece siamo ancora in ballo!
Il vento corre sul mare e lo spiana: le onde sono diventate poco più alte dei nostri kayak e si riescono ad inseguire molto facilmente. Le raffiche raggiungono i trenta nodi e fanno sventolare le bandierine fissate sulle poppe dei Voyager come fossero due manichette a vento. Ci divertiamo a farci spingere in avanti per altri dieci chilometri, fino al secondo faro di Akrotiri Zovolo, dove la costa scende e si protende in mare con delle lingue di roccia bassa e levigata. La zona è pressochè disabitata e si intravedono solo quattro o cinque casette bianche che in questo momento devono essere sbatacchiate per bene dal vento. Oltre il secondo faro il mare si calma ancor di più e anche le raffiche accennano a diminuire.
Dopo qualche minuto entriamo nel porticciolo naturale di Prophitis Ilias, una sorta di piccolo fiordo incassato tra le basse scogliere di pietra lavica: ci sono una quarantina di gozzi attraccati lungo il molo che corre all'interno del fiordo, alcune casette basse intonacate di bianco ed un paio di signori gentili che ci salutano e si alzano subito dal tavolo per venire a vedere cosa combiniamo. Noi sbarchiamo su uno dei tre scivoli di cemento che ad intervalli regolari si aprono lungo il fiordo, tiriamo in secca i kayak e ci sediamo all'ombra dell'unica panchina del porto, proprio sotto lo sperone roccioso su cui si erge la chiesetta bianca e azzurra. Siamo scampati a Capo Maleas!
Il resto della navigazione è tranquillo e veloce: il vento che ancora spira deciso da nord avvolge completamente il capo meridionale e segue la sua costa occidentale, accompagnandoci fino alla nostra destinazione serale: una piccola spiaggia di sabbia alla base di una scogliera di arenaria.
In acqua ci sono ancora tante testoline e in spiaggia urlano ancora troppi bambini.
Ma è la nostra casa per una notte, ce la faremo andare bene!

La nostra casa per una notte nel porticciolo ridossato di Velanidhia... 
Verso Capo Maleas...
Da qualche parte laggiù dovrebbe esserci il faro di Capo Maleas...
La costa oltre Capo Maleas avvolta dai venti catabatici...

Giovedì 10 agosto 2017 - 88° giorno di viaggio
Paleokastro, Peloponneso - Paralia Mikros Simos, Elafonissos (24 km)
Vento variabile NE 10-12 nodi e poi SW 10-12 nodi (F3-4) - mare poco mosso - 36°C
Il cagnolino randagio diventato padrone indisturbato della spiaggia ci sveglia ancora prima che sorga il sole.
E' un bel cucciolo allegro e vivace ma ne combina di tutti i colori: si arrampica sulla tenda e stacca i tiranti, si appoggia con le zampe anteriori sulle zanzariera e prova a grattarla e smangiucchiarla, non contento si dirige poi ai kayak e prende a rosicchiare il costume di Mauro, lasciato a stendere sulla prua del Voyager. A fine mattinata, l'avrà sbranato e reso tutto a brandelli!
Questi "paciosi" cani randagi greci ci fanno compagnia dall'inizio del viaggio o quasi. Ce ne sono su tutte le spiagge, in ogni paese. Sono curati e sfamati da tutti e da nessuno, e loro, i cani, fanno lo stesso con gli uomini: non danno confidenza a nessuno ma giocano con tutti. Non abbaiano, non corrono, non si sgrullano vicino ai kayak. Sembra che abbiamo anche copiato le abitudini marine dei locali: scendono in spiaggia ad una certa ora, si rotolano ben bene nella sabbia e poi si avventurano in mare, si sciacquano e si rinfrescano, i più restano seduti nell'acqua bassa per lunghi minuti, guardando ansimanti il mare, poi si ritirano all'ombra di qualche rara pianta finchè non arriva il momento di ricominciare tutto d'accapo. Manca solo che indossino un cappello di paglia a falde larghe per sembrare proprio dei tipici bagnanti greci.
Salutiamo malvolentieri le varie conoscenze fatte in spiaggia tra ieri ed oggi, tutte simpatiche ed intriganti, da cui raccogliamo molte informazioni sul resto della costa che ci accingiamo a navigare. Ci godiamo la scena di una signora russa e di una ragazza tedesca che parlano amabilmente tra loro in italiano e poi ci avventuriamo in mare.
Il vento è contrario.
Quasi non ci lascia uscire dalla piccola baia che precede di poco l'ampia cittadina di Neapoli.
Per evitare i suoi palazzoni alti ed incombenti ci dirigiamo all'altra estremità del golfo, verso l'isola di Elafonissos.
Tutti quelli che sono stati nel Peloponneso si sono innamorati di Elafonissos. Tutti i nostri amici di kayak che sono venuti in vacanza nel Peloponneso ci hanno raccomandato di non mancare la visita di Elafonissos. Tutti. E allora periplo di Elafonissos sia!
Pagaiamo col vento al traverso per i dieci chilometri che ci separano dall'isola ed approdiamo all'ora di pranzo nel porticciolo della cittadina omonima: vuoi non fermarti a mangiare suvlaki e insalata greca? Detto fatto!
Quando riprendiamo il mare, il vento che ancora imbianca il golfo di Neapoli non riesce a scavalcare l'isola di Elafonissos e noi ci ritroviamo per qualche minuto in un mare piatto e azzurro come quello di una cartolina. Dura poco, però. Il vento riesce comunque ad avvolgere l'isola e mentre proseguiamo lungo il suo versante occidentale diretti verso sud ci ritroviamo a pagaiare controvento! Non è molto forte, perchè è soltanto un vento di ritorno, però rende più lunga del previsto la navigazione verso la nostra meta finale.
Sulla costa meridionale di Elafonissos si aprono due lunghe spiagge di sabbia chiara e fine, sormontate da alte e profonde dune dorate che si incontrano e congiungono quasi al centro, formando un promontorio che divide le spiagge e che si allunga in mare come una grande goccia. Ci sono dei ginepri giganteschi che punteggiano le dune: è incredibile ed affascinante la capacità che hanno questi arbusti di crescere sulla sabbia, in un ambiente all'apparenza arido ed ostile, e di saperlo rendere verde ed accogliente (c'è un ginepro che è stato capace di trattenere con le sue radici fini e fitte una collinetta intera di sabbia e che ora si erge maestoso ed impettito da quel suo castelletto come fosse il vero re del posto!)
Sbarchiamo tra una quantità eccessiva di barche in rada, di bagnanti in acqua e di bambini urlanti.
Questa spiaggia paradisiaca e caraibica che per alcuni sembra essere la migliore del Peloponneso a noi non sembra poi così speciale!

La sosta nel porticciolo-fiordo di Prophitis Ilias...
Un capo dromedario-coccodrillo!
Il campo a Paleokastro, nei pressi di Neapoli...
In pseudo-traversata verso Elafonissos...
Incontri in mare!

Venerdì 11 agosto 2017 - 89° giorno di viaggio
Paralia Mikros Simos, Elafonissos - Archangelos, Peloponneso (30 km)
Vento NE 12-15 nodi e poi SW 12-15 nodi (F4-5) - mare mosso - 34°C
Ci ricrediamo subito, però, non appena il sole cala oltre l'ultima duna e la notte si riempie di stelle e di silenzio.
In spiaggia non resta più nessuno, solo un paio di ragazzi greci che sono venuti a conoscerci per capire se eravamo gli stessi che avevano intravisto scendendo dal traghetto nel porticciolo di Elafonissos. Siamo noi, siamo i loro vicini di tenda, per una notte.
La luna cresce tardi e ci lascia il tempo di gustarci le costellazioni che si accendono una dietro l'altra intorno alla Via Lattea.
Le lucine dondolanti della vele in rada contribuiscono a creare un'atmosfera magica e non disturba più tanto la loro eccessiva prossimità alla riva...
Il mare ha un suo fascino particolare persino di notte!
Il risveglio è lento e piacevole: l'ombra del "nostro" ginepro ci tiene compagnia fino a quasi le dieci, quando monta di turno una bella bagnina abbronzata che non ci chiede di lasciare la spiaggia libera dai nostri due piccoli panfili, anzi ci chiede persino di fare una foto tutti e tre insieme, però capiamo bene che è arrivata l'ora di lasciare la spiaggia più bella e più affollata del Peloponneso per dirigere verso altri lidi.
Lo stesso lido, a dire il vero: perchè dopo due ore di pagaiata contro vento riusciamo a risalire per appena otto chilometri e ci ritroviamo nello stesso porticciolo di Elafonissos. Nonostante le (buone) intenzioni iniziali, ci fermiamo a sbocconcellare due gelati al cioccolato. Due per uno. Incredibile questo posto: ci sono due linee di navigazione concorrenti, una con un solo piccolo traghetto bianco che fa la spola tra le due sponde dello stretto, l'altra con due traghetti-ciabatta blu che, senza neanche chiudere i portelli, trasportano auto, camion e persone dall'isola al Peloponneso e viceversa. Pensavamo seguissero una tabella di marcia e andassero avanti e indietro in senso alternato, invece sembra che partano non appena sono carichi e quindi ogni tanto si ritrovano tutti e tre attraccati uno accanto all'altro nello stesso porticciolo di Elafonissos. Per questo motivo, forse ma non solo, le spiaggette rosse interne al porto si sono ridotte ad un paio di metri soltanto, ci stanno a mala pena i nostri due Voyager. Proprio mentre li tiriamo in secca, ci parcheggiano accanto non una ma addirittura due macchine. Sulla spiaggia, con le ruote sulla battigia, quasi in mare. Gli occupanti scendono e vanno a mangiare nella taverna accanto, che ha sistemato i tavolini di legno e le sedie colorate sulla stessa spiaggia, ma sotto l'unica tamerice del posto e qualche ombrellone color crema... Ieri abbiamo pensato che fosse un caso, oggi capiamo che è un'abitudine. Altre due auto sono parcheggiate sulla stessa spiaggia.
Stavolta sbarchiamo solo per una breve sosta: recuperate le energie ci rimettiamo in kayak.
La cittadina di Elafonissos è chiusa in mare da una chiesetta eretta sull'isolino che ostruisce il porticciolo, tanto che a pochi metri dalla cupola ortodossa hanno piazzato anche un lilliputh-faro bianco per segnalare una secca insidiosa. Noi passiamo agevolmente tra l'isolino ed il faro, evitando la rotta dei traghetti che continuano a fare su e giù. L'acqua è bassa e trasparente e man mano che procediamo verso il largo si colora di tutte le tonalità comprese tra il verde smeraldo ed il blu cobalto: due tartarughe nuotano tranquille vicine ai nostri kayak e scivolano sotto gli scafi, lasciandosi ammirare a lungo mentre sembrano dirigersi proprio verso il porticciolo di Elafonissos che abbiamo appena lasciato.
Oltre lo stretto, la costa corre ora frastagliata e variegata, prima bassa e sabbiosa, in tutto simile al tratto caraibico che si apre a sud di Elafonissos (ma questa spiaggia chissà perchè è molto meno frequentata!), poi bassa ed anonima, chiusa tra saline e stagni, poi ancora bassa e rocciosa con scogli nerastri e ricamati a segnare il limite tra terra e mare. Più a nord, ormai dentro al Golfo di Lakonikos, la costa diventa alta e interessante, con scogliere rocciose dorate e con cave di ferro dismesse e con promontori sormontati da torri a base quadrata (due di fila!) e con colline ondulate e con terreni coltivati di una tinta rosso fuoco quasi innaturale e con isolette sparse e secche pericolose e scogli appuntiti. A distanze pressoché regolari si alzano delle piccole punte rocciose che hanno il profilo netto ed inconfondibile di un dromedario, ma che viste da più vicino sembrano dei placidi coccodrilli pronti ad aprire quegli occhioni socchiusi e a saltar giù in mare.
Insomma, pagaiamo lungo una costa dalla grande varietà paesaggistica, fino al nostro nuovo campo per una notte.
E' una piccola caletta dove al tramonto arrivano cinque bimbetti per fare i tuffi dagli scogli, tra grida e schiamazzi che però non disturbano troppo l'Uomo di Ferro, che, mentre io aggiorno il diario, si cimenta in una nuova opera edile delle sue...

La chiesetta ortodossa appena fuori dal paesino di Elafonissos...
Un relitto lungo la costa meridionale dell'isola di Elafonissos
In attesa del tramonto sulla spiaggia di Mikros Simos all'isola di Elafonissos...
Risveglio ad Elafonissos...
Acque caraibiche ad Elafonissos...
Il piccolo faro nello stretto di Elafonissos...

Sabato 12 agosto 2017 - 90° giorno di viaggio
Archangelos - Paralia Kokinia (26 km)
Vento SW 12-14 nodi (F4) - mare poco mosso -  33°C
Ci svegliamo col sole in tenda ma dopo una notte al fresco.
La "nostra" caletta si riempie anche al mattino: due famiglie di greco-russi che stendono teli ovunque intorno ai nostri kayak.
L'ombra diminuisce velocemente e noi riusciamo a prendere il mare prima che scompaia del tutto il nostro ultimo triangolino di temporanea frescura.
Visto che insieme a noi entra anche un bel venticello a favore, scegliamo di "tagliare" il profondo golfo di Plytra, che ieri notte brillava sulla costa con troppe lucine giallognole, e di puntare diretti al capo opposto, un altro simil-dromedario-coccodrillo che sfoggia un piccolo lilliputh-faro posto in una posizione un po' strana, molto rientrato rispetto alla punta più esterna ma forse necessario a segnalare le secche che interessano l'ingresso del golfo stesso. Veniamo avvicinati dal solito cafonauta del fine settimana che ci taglia la rotta passando tra noi e la costa: ci convinciamo una volta di più di aver fatto la scelta giusta per rimanere quanto più possibile lontani dalla folla estiva.
Abbiamo bisogno di silenzio e solitudine come fossero aria pura da respirare.
Quando lungo la costa disabitata e rocciosa si apre una piccola caletta ridossata dal vento ci concediamo una breve sosta per il pranzo.
Gli amici che dovevano passare a trovarci hanno posticipato la venuta di una settimana e a noi tocca rifarci lo shampo!
Mentre ci asciughiamo al sole caldo del primo pomeriggio facciamo conoscenza con una simpatica signora greca che ha studiato a Pisa e che parla un italiano forbito ed impeccabile, del tutto privo di accento: ci racconta di essere sempre stata molto interessata alle inflessioni dialettali, che sono molto più forti nella lingua italiana che non in quella greca, e di avere imparato negli anni a riconoscere le provenienze geografiche indovinando i diversi dialetti, per esempio veneto o calabrese. La cosa mi suscita una grande ammirazione perchè significa non solo avere un buon orecchio musicale ma anche coltivare una profonda passione per una lingua straniera. E mi scopro sempre molto sorpresa che qualcuno si metta a studiare proprio l'italiano: c'è una lunga storia, dolorosa ed avvincente, che lega i giovani greci antifascisti che negli anni settanta si sono trasferiti in Italia sia per studiare all'università che per sottrarsi all'opprimente regime dei colonnelli, e c'è sempre stato questo generale interesse per la cultura italiana tutta, dalla musica lirica all'archeologia, dalla moda al design, dalla cucina all'arte... ma io continuo a chiedermi perchè uno debba dedicare tanto tempo ed energie ad un paese che non è più tanto bello e a della gente che non è più tanto brava. Insomma, visti i tempi che corrono, con la rinascita dell'orgoglio nazionalista e la scelta di proteggere la "razza italiana" e la scellerata politica di respingimento dei migranti, io mi stupisco di continuo che ci siano ancora persone interessate a capire il Bel Paese, a conoscere la Brava Gente e a studiare l'italiano...
Con questi e tanti altri pensieri ingarbugliati in testa riprendiamo a pagaiare lungo la costa verticale di Elea, un paesino arroccato sul mare che mostra una bella torre in pietra perfettamente restaurata (ma purtroppo anche circondata da condomini color aragosta e alberghi all'ultima moda).
Le scogliere di arenaria proseguono fino al fondo della lunga penisola di Monemvassia, tra colline coltivate e regolari filari di ulivi e piante da frutta.
Navighiamo con facilità, col vento in poppa.
Troviamo riparo sulla spiaggia di sabbia che chiude l'ampio golfo di Lakonikos, nei pressi di una piccola duna sorta vicino ad un boschetto di eucaliptus (o forse viceversa!), piantato quasi certamente per proteggere la retrostante coltivazione di ulivi ed aranci.
Sbarchiamo nel surf regolare e ravvicinato che si forma sul basso fondale sabbioso ed in pochi istanti ci ritroviamo i ponti dei kayak invasi dai lunghi filamenti verdi e marroni della Posidonia oceanica. Con le onde che frangono sulla battigia da ore si è formato uno scalino di sabbia alto abbastanza da farci consumare in un colpo solo le ultime energie rimaste. Mauro va in avanscoperta e scova uno zampillo d'acqua fresca che fuoriesce dai tubi dell'irrigazione: riusciamo a riempire quasi tre bottiglie d'acqua prima che chiudano l'impianto.
Il sole tramonta dietro le alture della penisola del Mani, rendendo dorata la lunga spiaggia che collega le due penisole: dormiamo all'ombra di una siepe di oleandri, nei pressi di un nido di tartarughe che è stato monitorato dai volontari greci di Archelon, l'associazione greca per la protezione delle tartarughe marine. Purtroppo, proprio accanto al nido scoviamo anche la carcassa di un grande esemplare di Caretta caretta, completamente sventrato e reso quasi irriconoscibile dalla forte risacca della giornata.
La notte stellata ci consola e prima di crollare dal sonno ci dedichiamo a riconoscere le nostre costellazioni preferite...

Risalendo la costa occidentale della penisola di Monemvassia, nel Golfo di Lakonikos...
Campo ad Archangelos...
L'ultimo tratto della penisola di Monemvassia...

Domenica 13 agosto 2017 - 91° giorno di viaggio
Paralia Kokinia - Paralia Trinisa (15 km)
Vento variabile prima SW 25-30 nodi (F6-7) poi NW 15-18 nodi (F4-5) - mare mosso - 32°C
Finalmente dormiamo dodici ore filate!
La mattina è fresca e ventosa sin dalle prime luci dell'alba.
Il vento spira ancora dalla direzione sbagliata: invece del dominante vento da nord, anche oggi c'è vento da sud!
E quindi ci sono onde frangenti anche stamattina: come lo sbarco di ieri, anche l'imbarco di oggi ci richiede più tempo del solito. Giriamo i kayak di prua per evitare di imbarcare troppa acqua e stavolta sono io che aiuto Mauro a chiudersi nel pozzetto e ad affrontare per primo le onde frangenti, che non sono ancora molto aggressive ma già abbastanza corpose da ricoprire i ponti bassi dei nostri Voyager. Io riesco a sedermi nel pozzetto e a tenere le gambe fuori quel tanto da respingere i cavalloni più impertinenti, ma quando alla fine riesco ad avvicinarmi a Mauro devo svuotare comunque il pozzetto che nel frattempo s'è riempito d'acqua e posidonia.
Il vento da sud non ci spinge, oggi, ma ci ostacola: ci raggiunge al mascone e blocca la nostra velocità di crociera a poco più di un nodo!
E' un avanzare lento ed avvilente: in oltre due ore siamo capaci di coprire appena sei chilometri. E intanto il vento cresce!
Stufi di spolmonarci controvento, e di battagliare con i frangenti sempre più alti, cerchiamo rifugio nella foce del fiume Evrotas, un corso d'acqua che taglia a metà l'ampia piana di Skala e che è stato ostruito a poche decine di metri dal mare, forse per conservare l'acqua dolce per l'irrigazione dei campi. Le onde diventano marroni, irregolari ed insidiose e l'ingresso nella foce è da capelli ritti in testa, specie quando avvistiamo dei massi semisommersi che l'ultima onda ha scoperto e che non abbiamo più il tempo di evitare. Fortuna che un'altra onda arriva subito a ricoprire il fondale e a salvare lo scafo dei Voyager!
Sbarchiamo nella melma tipica del letto di un fiume, un po' demoralizzati dagli scarsi risultati ma al tempo stesso confortati dall'aver trovato un riparo sicuro. Mauro impreca contro il fango che imprigiona i sandali, contro il vento che fa volare i cappelli e contro le pantegane che ancora non si vedono ma che sicuramente infestano le sponde del fiume. Subito dopo, però, scova un angolino bucolico come pochi, all'ombra di una piantagione di melograni, protetta dai soliti eucaliptus. Le piante alte frusciano nel vento e riproducono il rumore della burrasca.
Quando torno ai kayak per misurare le raffiche non riesco neanche a stare in piedi: trenta nodi tondi!
Restiamo all'ombra, mangiando una dietro l'altra le zuccherose arance che scoviamo tra gli alberi di ulivi.
Pensiamo a cosa fare e cambiamo programma almeno dieci volte.
Poi all'improvviso gli eucaliptus smettono di frusciare nel vento.
Come d'incanto le raffiche spariscono. Il mare si spiana: da increspato e rigato di frangenti bianchi e spumeggianti diventa in pochi minuti una perfetta tavola verde e blu. Il mare è sempre uno spettacolo affascinante ed offre emozoni sempre differenti.
Ci affrettiamo a salire in kayak e a riprendere la navigazione. Il momento è propizio e ci sembra quasi un regalo.
Dura poco, però, perchè un paio di chilometri oltre la foce del fiume il vento riprende a soffiare, stavolta in direzione opposta e manco a dirlo sempre contraria alla nostra rotta: il "nuovo" vento da nord-ovest ci avvolge ancora al mascone, adesso quello di destra, e riporta la nostra andatura alla miserevole lentezza di un nodo. Ci conforta solo l'incontro in mare con due tartarughe, una grande e placida che tira fuori la testolina per un paio di volte ed un'altra piccola e nervosa che subito si inabissa tra gli spruzzi delle onde e delle sue stesse pinne. Anche sulla lunga spiaggia di sabbia scorgiamo numerosi nidi segnalati coi legnetti sbiancati dal sole e sempre muniti del cartellino di alluminio di riconoscimento che luccica al sole.
Dopo troppe ore in mare e pochi chilometri coperti ci decidiamo a chiudere la giornata.
Titubanti, scegliamo di sbarcare nei pressi di una kantina un po' trasandata: ci sono una decina di ombrelloni, una doccia d'acqua dolce e la brace che crepita sul barbeque. Noi siamo in riserva d'acqua e abbiamo anche scaricato tutta l'apparecchiatura elettronica. Chiediamo prima di ogni altra cosa se c'è una presa libera e alla risposta affermativa capiamo che è il luogo ideale per una sosta prolungata: c'è acqua, c'è cibo, c'è birra, c'è ombra e c'è persino un grande fioritura di gigli di mare. La serata è addolcita dal loro profumo intenso e dall'aroma dello tsipouro che consumiamo dopo cena seduti ai tavolini insieme ai locali: siamo gli unici turisti della zona, a quanto pare!

Verso la cittadina di Elea...
La rocca di Elea (senza alberghi e condomini!)
Scogliere di arenaria...
Campo sulla spiaggia di Kokinia, all'estremità orientale del golfo di Lakonikos...
Campo sulla spiaggia di Trinisa, all'estremità occidentale del Golfo di Lakonikos

Lunedì 14 agosto 2017 - 92° giorno di viaggio
Paralia Trinisa - Paralia Trinisa (0 km)
Vento SW 17-21 nodi (F5) - mare mosso - 32°C
Oggi ci prendiamo un giorno di riposo.
Il vento soffia ancora in direzione ostinata e contraria.
Non vale la pena tentare l'avvicinamento alla penisola del Mani con queste condizioni meteorologiche.
Aspetteremo giorni migliori. Tanto più che oggi riceviamo una visita attesa e gradita: Maurizio e Laura passano a trovarci!
(Per dire: abitiamo a pochi chilometri di distanza e loro ne fanno circa tremila per venire a bersi una birra insieme in riva al mare!)
Intanto ci accomodiamo all'ombra degli stessi ombrelloni della stessa kantina, tra un folto gruppo di avventori brezzolati che innalzano notevolmente la media anagrafica e che ci fanno sentire i più giovani del posto: aggiorniamo il blog che langue da qualche giorno e facciamo amicizia con l'anziano gestore baffuto e curioso. Non parla inglese ed il nostro greco non ci permette ancora di imbastire una conversazione: interviene uno dei vecchietti più ciarlieri e si offre come traduttore. E' tutto un po' surreale ma adesso capiamo bene la sorpresa con cui ci hanno accolto in spiaggia ieri sera: con quel vento e con quel mare, tutti si sono chiesti a lungo da dove diavolo eravamo sbucati!
Oggi ci coccolano come due di famiglia, senza sapere ancora che la famiglia presto crescerà, e che oltre ai due amici arriverà anche un cane.
Rimaniamo in questa piccola oasi di pace, senza musica e senza case, anche domani, sia per gustarci la compagnia di Maurizio e Laura che per attendere il vento da nord. Meglio scendere verso sud col vento in poppa invece di litigare con Eolo un giorno sì e l'altro pure.
Si preannuncia una serata mangereccia e bevereccia, come è tradizione negli incontri con gli amici di kayak... Ad maiora!

martedì 8 agosto 2017

Il caldo è insopportabile!

Domenica 6 agosto 2017 - 84° giorno di viaggio
Kyparisi - Paralia Arianna (36 km)
Vento N 4-5 nodi (F2) - mare quasi calmo - 42°C
La notte passata sul molo del porticciolo di Kyparisi è stata la più calda di sempre.
Il cemento ha assorbito tutto il sole del giorno e, benchè sia andato in ombra già alle sei del pomeriggio, l'ha rilasciato gradualmente durante le ore notturne, rendendo infuocata la tenda, i materassini e i nostri corpi.
Abbiamo sudato anche senza muoverci e abbiamo dormito troppo poco per i nostri gusti.
Ci consoliamo con una tripla colazione alla taverna sul mare dove abbiamo già cenato ieri sera: prima salata con una bella frittata di formaggio e pomodori (l'abbiamo già detto che il sapore dei pomodori greci è insuperabile?!?), poi dolce con pane e miele e contorno di cocomero fresco ed infine con il rinforzo di un doppio cappuccino freddo, quello annegato nel ghiaccio.
La cala di Kyparisi è arieggiata al punto che nessuna delle vele attraccate al molo accenna a prendere il mare.
Appena oltre la bocca del golfo, però, spira una leggera brezza che ci accompagna verso sud.
Saliamo in kayak sollevati all'idea di andare là fuori a prendere un po' di fresco.
Il ruggito del mare si percepisce ancora sotto le scogliere rocciose che contornano questo tratto della penisola di Monemvassia e le montagne sono ancora incise da profonde gole che scendono irregolari dai picchi rocciosi e spogli fino alle strette vallate ricoperte di macchia mediterranea. Per oltre 15 chilometri, andando da Kyparisi verso sud, non ci sono sbarchi possibili e lungo la costa frastagliata ed inaccessibile si rincorrono solo orridi e canyon molto spettacolari. Di tanto in tanto si aprono fenditure nella roccia a picco sul mare e in quelle spaccature crescono delle gigantesche piante di capperi. Poco dopo, però, ritornano le colline morbide ricoperte di velluto, una folta vegetazione bassa ed intricata dove solo di tanto in tanto si innalza un albero poco più alto degli arbusti che lo circondano, come una maglia tirata nella trama di un tessuto.
Scegliamo di fare una breve sosta nell'ampia baia di Belese, dove una gola lunga e selvaggia scende dalla dorsale montuosa fino al mare, segnata da un torrente stagionale e forse da un sentiero che però non capiamo dove vada a finire. Non si vedono case o alberghi, e anche la strada costiera corre più all'interno, tanto che non si sente nessun rumore molesto all'intorno. Fatta eccezione per i tre motoscafi che vengono a gettare l'ancora davanti ai nostri kayak e che traccheggiano a lungo per sistemare i parabordi così da rimanere zatterati per il resto della giornata.
Il caldo e la ressa ci fanno riprendere il mare.
La costa adesso corre bassa e ondulata, tra colline ricoperte dalla vera macchia mediterranea, quella a macchie, per intenderci. Si intravedono alcune torri diroccate che, per essere così ravvicinate, abbiamo imparato a riconoscere come dei vecchi mulini a vento ormai abbandonati. Ancora non si vedono costruzioni di nessun tipo e solo quando ci portiamo sotto le scogliere di Limenas Gerakas scorgiamo le mura ciclopiche del sito archeologico che impreziosisce il paesino costiero già di suo molto caratteristico: l'ingresso del golfo è molto stretto, come molto stretto è anche il canale interno che porta ad una laguna sempre molto stretta, che si allunga nell'entroterra per qualche chilometro e che non offre alcuna possibilità di attracco per i nostri due piccoli panfili. La stradina costiera asfaltata corre tra l'acqua bassa e stagnante e le recinzioni dipinte di blu delle villette disseminate lungo il bacino interno e quando arriva al piccolo molo di attracco delle barche a vela (una decina di posti in tutto!) si insinua tra i tavolini apparecchiati delle tre taverne che arricchiscono il porto. Dopo aver perlustrato tutta la zona in cerca di un possibile campo per la notte dobbiamo ritornare sui nostri passi, uscire da questa curiosa e accattivante località poco turistica e continuare la nostra ricerca qualche chilometro più a sud.
Cinque per l'esattezza.
Oltre il promontorio alto, roccioso e biforcato di Akrotiri Gerakas si apre la nostra spiaggia per una notte.
Non facciamo in tempo a sbarcare che da lontano, nonostante la luce contraria del sole calante, scorgiamo due ciclisti ed una famigliola con bambini intenti a sventolarsi con i più disparati attrezzi: i genitori con i tubi rossi galleggianti per gli esercizi di acqua-gym, i bambini con le magliette ed i due ciclisti con le scarpette da bici, tanto che spingono le loro due ruote sulla spiaggia di ciottoli ancora scalzi e sempre scalzi imboccano il sentiero sterrato che porta alla strada principale. Ci sono vespe agguerrite ovunque. Ricoprono i nostri due kayak in un solo istante e ci succhiano le ultime energie rimaste: poche, a dire il vero. Per prima cosa montiamo la tenda, operazione difficile sotto i loro attacchi volanti, e una volta chiusi dentro ci mettiamo a mangiare... Poco, a dire il vero, perchè il caldo ci ha prosciugato e non abbiamo solo voglia di dormire!      

Il risveglio sul molo infuocato di Kyparisi... 
Sosta nella cala di Belese...
La baia interna di Limena Gerakas...
Lo sbarco sulla spiaggia delle vespe...
Il versante settentrionale del promontorio di Monemvassia... 

Lunedì 7 agosto 2017 - 85° giorno di viaggio
Paralia Arianna - Aghios Fokas (25 km)
Vento N 1-3 nodi (F2) - mare calmo - 43°C
Ingaggiamo una battaglia impari con le vespe ancora prima di svegliarci perchè per resistere alla seconda notte più calda del viaggio abbiamo dormito con tutte e due le zanzariere della tenda aperte, così che alle sei del mattino oltre alle zanzare e alle mosche fanno il loro ingresso trionfale anche le ottomila vespe del posto. Proviamo a respingerle e a mantenere la posizione e la calma fino alle otto, ma poi il sole si allea con il regno animale e non c'è più niente da fare. A mala pena, riusciamo a fare colazione in tenda, protetti dalle vespe ma distrutti da temperature simili a quelle di un vulcano in eruzione. Arriva poi il momento di affrontare il mondo esterno: popolato solo di vespe fameliche! Non funziona versare dell'acqua dolce in punti strategici lontani dalla tenda, per riuscire almeno a smontare il campo con due mani: passiamo invece tre ore a sventolarci freneticamente con uno strofinaccio, brandito con la mano destra a mo' di spada laser (peraltro del tutto inefficace!) e a riporre ogni pezzo della tenda con la mano sinistra (con esito pressoché disastroso!).
Siamo cotti per la mancanza di sonno e per la calura africana che tutto avvolge: così stanchi prima di salire in kayak non lo siamo mai stati.
Fuori dalla cala c'è una leggera brezzolina da nord che ci spinge dolcemente oltre l'ampio golfo che ci separa da Monemvassia.
Il promontorio di questo luogo speciale sorge maestoso dal mare ed è visibile a chilometri di distanza.
Quando finalmente siamo sotto il suo faro, possiamo ammirare i resti della fortificazione che corre tutto intorno alla sommità del monte ed il profilo netto della chiesa di Aghia Sofia, uno splendido esempio di luogo di culto ortodosso che in questo momento della giornata, sotto il sole cocente di mezzogiorno, offre a chi passa per mare le sue cupole di tegole rosse, le sue alte mura di mattoni rossi e le sue ondulate decorazioni esterne, sempre in tegole rosse, come per far risaltare i riflessi di luce sulle sue piccole finestrelle quadripartite.
Lo spettacolo continua poco oltre il nuovo faro del capo orientale di questo massiccio allungato in mare: le mura esterne, tutte merlate, del borgo fortificato si ergono sulle scogliere lambite dalle acque fredde e profonde del Mar Egeo e proteggono un paesino arroccato sul versante meridionale della rocca. Ricorda vagamente le Chora delle Isole Cicladi, i villaggi costruiti in collina lontano dal mare per evitare gli assalti dei pirati, ma Monemvassia è costruita tutta di pietra e anche le tegole dei tetti si mimetizzano con le tonalità del posto, tanto che quasi stride il bianco abbacinante delle due chiesette ortodosse che fanno capolino dalle mura. Lungo la scogliera si apre una porticina con l'arco a sesto acuto, ricavata nelle mastodontiche mura perimetrali e così piccola da sembrare quasi l'uscita del topolino: i bagnanti la usano per raggiungere il mare, dopo la visita d'obbligo al centro storico.
Noi saltiamo il giro turistico perchè le temperature sono prossime a quelle di fusione del ferro!
Ci rifugiamo invece prima in una taverna sul mare che pure essendo all'aperto e all'ombra ha attivato due ventilatori giganteschi e poi nel più vicino supermarket: apprezziamo così tanto l'aria condizionata che siamo tentati di restare a contemplare per il resto della giornata lo scaffale dei detersivi per i piatti. Fuori si muore dal caldo. Saliamo subito in kayak in cerca di refrigerio ma anche il mare ribolle. Seguiamo la rotta del "filo-di-gomitolo-quando-c'ha-appena-giocato-il-gatto", uno stratagemma che ci permette di inseguire per qualche chilometro le piccole lingue di brezzolina appena accennata sull'acqua. Speriamo di riprendere a respirare ma quella bava di vento è infingarda e traditrice, appena la raggiungiamo se ne va, lasciandoci i mezzo ad un mare d'olio bollente...
Ad un certo punto il miraggio: degli alberi sulla riva. Viriamo di 90°, convinti di avere scovato un posto all'ombra! Invece le piccolo piantine sono state da poco piantate al bordo di una strada sterrata che si inerpica nella vallata e non c'è la minima possibilità nè di sbarcare coi kayak nè di montare la tenda. Proseguiamo mogi e spolpati per altri 4-5 chilometri, finchè non scorgiamo una piccola caletta incastonata tra alcuni scogli affioranti segnalati con i paracarri stradali (!): c'è un triangolo di sabbia rossa, una serie di scogli irregolari ed un giardino aperto ed incolto subito oltre. Mauro riesce a ricavare, sudando come una doccia, uno spazio adatto per la nostra casetta ed io riesco a non rompermi una gamba andando su e giù per la scogliera dissestata. In acqua c'è talmente tanta plastica che galleggia in libertà che ci chiediamo perchè mai abbiamo raccolto quelle cinque buste a testa: per lasciarle (vorremmo ma non lo facciamo!) sopra al pannolino per bambini (usato!) che qualcuno ha dimenticato (!!!) sugli scogli!
La serata è meravigliosa: lo sguardo spazio sul mare aperto che si colora di porpora appena il sole tramonta dietro le due tamerici che, insieme alla leggera brezzolina serale, hanno contribuito ad abbassare notevolmente la temperatura percepita (sia esterna che interna, visto la rabbia scomposta che ci prende ogni volta che constatiamo quanto bravi siamo a sporcare un mare che sarebbe altrimenti limpido e stupendo...). Non ci sono nè vespe nè zanzare. Al largo incrocia qualche barchetta ritardataria: non la vediamo ma il borbottio del motore ci arriva attraverso la bruma serale.
Ci godiamo l'eclissi di luna senza dover fare altro che sdraiarci in tenda col naso all'insù...

Monemvassia vista dal mare!
Il cimitero di Monemvassia
Campo in una caletta senza nome nei pressi di Aghios Fokas...
Aspettando l'eclissi parziale di luna piena...
Il promontorio di Kamili, l'ultimo prima di Capo Maleas...
Il porticciolo di Velanidhia

Martedì 8 agosto 2017 - 86° giorno di viaggio
Aghios Fokas - Velanidhia (20 km)
Vento N 15-20 nodi (F5) in attenuazione - mare da mosso a poco mosso - 40°C
Non c'è niente da fare: la terra è infuocata.
Il cemento del molo, i ciottoli della spiaggia, la terra battuta di questo sterrato: tutto scotta!
La notte è stata un altro incubo di sudate, svegliate, bevute e altre sudate: non tira un alito di vento e la tenda è una sauna.
Partiamo già stanchi, sperando che questa alta pressione passi in fretta e arrivi finalmente il vento annunciato: serve per sopravvivere!
Le onde si ricoprono di ochette bianche non appena saliamo in kayak e il mare si agita per bene durante le prime ore di navigazione.
Ci basta poco per raggiungere la cala della sosta: Kastania è l'unica spiaggia che si apre lungo questo tratto di costa selvaggio e disabitato. Ci sono un grappolo di casette di pescatori e una manciata di gozzi tirati in secca sui ciottoli arroventati: poche persone intorno, un paio di turisti inglesi, due bambini in acqua. Il vento è durato appena un paio d'ore e adesso s'è stancato: non raggiunge il fondo della baia e ci fa morire di caldo anche qui.
In questo viaggio non è tanto il mare ed il vento a tenerci occupati, come era stato lo scorso anno alle Isole Cicladi, quanto piuttosto il caldo: la vera sfida di questa estate in kayak è sopravvivere alla temperatura che sale ogni giorno di più e che non ci lascia tregua alcuna...
Ci sono segni di incendi nei dintorni: ne avevamo visti molti sulla strada tra Atene e Nafplio, quando abbiamo sospeso il viaggio per volare a Glasgow, e poi ancora lungo le coste del Peloponneso in diversi punti sia sul mare che nell'entroterra. Molti sono roghi passati perchè la vegetazione è ricresciuta tutta intorno: ricordo che nel 2007, il primo anno in cui siamo venuti in Grecia in kayak, il Peloponneso era andato a fuoco e c'erano stati oltre che ingenti danni anche molti feriti e ben 63 morti! Lo ricordo bene perchè nel diario di quel viaggio ho conservato la foto di copertina della rivista settimanale "Internazionale", una immagine satellitare dell'intera regione avvolta da altissime lingue di fumo che da tutto il Peloponneso salivano alte verso il cielo... Una pratica dura a morire, quella di dare fuoco alla terra. E dieci anni non sono serviti ad imparare la lezione: gli incendi che anche quest'estate hanno funestato Grecia, Italia e molti altri luoghi meravigliosi in giro per il Mediterraneo hanno lasciato una nuova scia di morte e di cenere e chissà se basteranno altri dieci anni per far ricrescere qualcosa... La storia insegna ma non ha scolari, diceva Gramsci! Che tristezza!
Ripartiamo nella speranza di trovare rinfresco e conforto in mare ma dobbiamo ricrederci subito: nonostante le continue abluzioni la temperatura è tale da farci boccheggiare fino all'arrivo. Anche il porticciolo del paesino di Velanidhia è inondato dal sole ma non è toccato dal vento: prevediamo un lungo pomeriggio di attesa: questo è l'ultimo punto di approdo prima di affrontare Capo Gerakas, l'estrema punta meridionale della penisola di Monemvassia, esposto più di ogni altro a venti e correnti che qui si incontrano provenendo sia dall'Egeo che dall'Adriatico. Non ci sono altri possibili sbarchi per oltre 20 chilometri e così provati dal caldo come siamo preferiamo rimandare di un giorno l'incontro col temibile capo.
Speriamo di riuscire a dormire un po' meglio delle sere passate, accoccolati tra i gozzi del porticciolo, non sul cemento del molo ma sulla sabbia nera della spiaggia, che se era incandescente al nostro arrivo magari lo sarà meno durante la notte...
Intanto, siccome è risaputo che quando non si dorme si deve mangiare di più, ci sediamo in taverna fino al calar del sole!

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Messaggio:Isole Ioniche e Peloponneso Kayak Tour 2017. Stiamo bene e il viaggio prosegue come programmato...

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sabato 5 agosto 2017

Gli imprevisti del viaggio...

Mercoledì 2 agosto 2017 - 80° giorno di viaggio
Paralia Karathonas, Nafplio (0 km)
Vento NE 18-20 nodi (F5) - mare mosso - 33°C
Abbiamo sospeso il viaggio per una settimana.
Siamo andati in Scozia a salutare il nostro amico Henry.
Dopo cinque giorni e cinque aerei siamo tornati in Grecia.
Saltellando ad ovest e ad est, abbiamo impiegato 12 ore all'andata via Marsiglia ed Amsterdam e 8 ore al ritorno con uno scalo intermedio da Glasgow ad Atene, i due estremi di una Europa Unita che si può (ancora!) girare in lungo ed in largo con la sola carta di identità, senza bisogno di visti o passaporti che avrebbero altrimenti reso impossibile la nostra ultima visita a Henry!
Al rientro ci siamo concessi un giorno di assoluto riposo per rimettere in ordine sia la confusione impolverata nei gavoni dei kayak che le emozioni contrastanti nella nostra testa.
E' stata una trasferta imprevista che ci ha un po' provato: lo sbalzo di temperatura da 42°C a 13°C non ci ha trovati impreparati perchè avevamo indossato tutto quello che avevamo stivato in kayak per l'inizio primaverile del viaggio; la variazione della cucina dai piatti saporiti greci a quelli inodori-insapori-incolori del nord Europa non ci ha stupito più di tanto e al centro di Glasgow era in corso un evento culinario che ci ha permesso di mangiare gyros greci quasi tutti i giorni; quello che più ci è mancato è stato il sole, perchè lassù abbiamo trovato solo nuvole e pioggia!
I nostri amici greci hanno reso possibile quel che all'inizio sembrava impossibile: organizzare ogni cosa in appena due ore.
Senza il loro aiuto avremmo di certo impiegato molto più tempo, il che avrebbe significato, per noi e per Henry, non arrivare in tempo!
Stavros di Cannibal Kayak House ci ha messo in contatto con Alex di Panexpedition, presso la cui sede nautica sulla spiaggia di Karathonas nei presi della cittadina di Nafplio abbiamo lasciato i nostri due kayak. Savas e Panos, i soci di Alex, si sono presi cura di noi sin dal primo momento, come fossimo dei grandi amici di vecchia data, e ci hanno accompagnato in auto a prendere l'autobus da Nafplio ad Atene. Manolis di Oceanus Kayaking ci ha fatto da balia nella capitale, aspettandoci alla stazione centrale, accompagnandoci in aeroporto e ospitandoci per la notte sia all'andata che al ritorno. In Scozia Hamish, il figlio di Herny, ci ha trattato come due di famiglia, accogliendoci in casa e cedendoci la sua stanza da letto per l'intera nostra permanenza.
A rendere più lieve questo triste momento è intervenuta la coincidenza di una festa in spiaggia sia la sera della nostra partenza che la notte del nostro rientro, con tanto di barbeque e di tsipouro a volontà, oltre ad una cena in paese in compagnia di tutti i ragazzi di Panexpedition e anche un inusuale vento da Nord-Est che da giorni batte il golfo di Nafplio, solitamente invece interessato da venti di Sud-Ovest, come a volerci rendere più facile la ripresa del viaggio...

Con i ragazzi di Panexpedition: Panos, Vasas ed il cane Luna e Alexis!
Il campo nella cala di Kryoneri...
Le montagne di velluto!

Giovedì 3 agosto 2017 - 81° di viaggio
Paralia Karathonas - Kryoneri (30 km)
Vento NE 12-15 nodi (F4) - mare mosso - 35°C
La nostra tenda viene avvolta da due dj-set: due musiche diverse da due diverse direzioni che riecheggiano in controtempo fino alle sei del mattino, quando suona la sveglia. Troppo presto, per la voglia di sonno che c'è rimasta attaccata addosso! Ma Alexis ci ha invitato a partecipare alla sua escursione guidata al forte di Burgi, uno dei tre castelli fortificati che rendono unica la cittadina di Nafplio, e noi vogliamo arrivare puntali all'incontro, che però viene annullato perchè i clienti francesi si sono dati ammalati!
Ci mettiamo parecchio a riprenderci dalla notte insonne e a deciderci a salutare i nostri nuovi amici, i tre ragazzi di Panexpedition così allegri, motivati ed appassionati con cui abbiamo trascorso lunghe giornate indimenticabili. Se passate da queste parte non perdete l'occasione di uscire in kayak con loro!
Non vorremmo separarci così presto ma il vento ci chiama.
Ringraziamo Alex, Savas e Panos per la milionesima volta per la disponibilità e per l'ospitalità, ma soprattutto per l'accoglienza calorosa che ha contribuito a rendere questo nostro prolungato soggiorno un po' meno malinconico. Ci sbracciamo nei saluti per altri dieci minuti, loro dalla battigia e noi dal kayak, e ci separiamo dopo un ultimo rolling di commiato, eseguito nell'acqua bassa e calda della baia quando ormai era convinta di non sapere più come si fanno le capriole su un kayak carico da viaggio.
Siamo soli in mare.
I chilometri volano nel vento.
Seguiamo le onde incoronate di ochette bianche e recuperiamo energie...
Le grandi vallate verdi che si insinuano nell'entroterra ci fanno subito capire che stiamo entrando in una nuova regione: la seconda penisola del Peloponneso, quella chiamata Monemvasia dal nome della famosa roccaforte affacciata sul mare a quattro-cinque giorni di navigazione verso sud, si preannuncia diversa ed interessante, anche se le cime delle montagne sono sempre sormontate da lunghe file di pale eoliche.
Il mare ci spinge fuori dal golfo di Nafplio.
In quattro ore esatte copriamo la tappa giornaliera, senza fare mai una sosta.
Abbiamo fame di mare.
Non parliamo tra noi, così emozionati di essere di nuovo in kayak, e solo all'arrivo ci chiediamo cosa stia facendo la bettolina dell'acqua che entra nella nostra stessa baia e attracca proprio davanti alla nostra caletta. Il motore della pompa per caricare l'acqua e per riempire gli enormi serbatoi prende a far vibrare la spiaggia ma ci guardiamo sorridenti perchè in confronto alla musica assordante della notte precedente questo rumore di sottofondo diventa presto una morbida ninna nanna che ci accompagna nel sonno.
Per la prima volta da giorni andiamo a dormire prima delle dieci di sera, tanto che per scrivere il diario di viaggio non devo neanche accendere la luce frontale. Non appena sprofondiamo la testa nel cuscino, il motore della bettolina smette di lavorare e la notte si riempie della risacca del mare.


Venerdì 4 agosto 2017 - 82° giorno di viaggio
Kryoneri - Akrotiri Bournia (33 km)
Vento variabile - mare calmo - 38°C
Una seconda bettolina attracca nella "nostra" baia non appena la prima molla gli ormeggi.
Ci godiamo le varie manovre mentre facciamo colazione in riva al mare, sotto un sole impietoso sin dalla sette del mattino.
Partiamo presto e facciamo più soste, la seconda nell'unica taverna del porticciolo di Sambatiki, all'ombra fresca di una vite rampicante che ha ricoperto tutta la veranda. C'è poco da fare: il sapore dei pomodori greci è insuperabile!
La mattinata corre via tranquilla, col vento che soffia deciso da nord per un paio d'ore, prendendoci alle spalle e spingendoci veloci verso sud. Poi il vento cala all'improvviso e l'intero golfo dell'Argolide ricade in una statica calura agostana. Quando ci rimettiamo in kayak dopo il pranzetto veloce, il vento riprende a soffiare, stavolta però in direzione contraria, rendendo lento e faticoso il nostro procedere silenzioso.
Viviamo ancora sentimenti contrastanti, contenti di essere tornati a pagaiare e malinconici per l'assenza di Henry...
Siamo certi che, come sempre accade, presto o tardi il kayak ci aiuterà a curare le ferite!
Pagaiamo al largo dell'ampio golfo di Poulithron per essere sicuri di non incappare nei rumori molesti provenienti dalle spiagge attrezzate. Ci sono altre belle vallate ampie e coltivate che si alternano alle montagne tondeggianti che si spingono fino al mare. Ad un certo punto, però, le stesse montagne si ricoprono di una vegetazione così fitta che sembra siano state coperte con dei lenzuoli di velluto verde, come quando si ricoprono i mobili per non fare depositare la polvere. Sembrano colline di glassa al pistacchio: ci è tornata la fame, ci infiliamo nella prima caletta e sbarchiamo giusto in tempo per ingaggiare una lunga e snervante battaglia con le vespe del posto. Mi ritiro in tenda per mangiare e per scrivere mentre Mauro affronta impavido la compagnia ronzante di queste vespe tediose sempre in cerca d'acqua dolce. Per il resto, la spiaggia è tutta nostra e lo diventa davvero al calar del sole, quando anche le vespe scompaiono dalla circolazione e la luna crescente fa capolino tra la macchia mediterranea.

 
Lo sbarco nel porticciolo di Kyparisi

Sabato 5 agosto 2017 - 83° giorno di viaggio
Akrotiri Bournia - Kyparisi (20 km)
Vento variabile - mare calmo - 40°C
La triade armata di vespe, mosche e zanzare ci costringe a smontare il campo in fretta e furia.
Il caldo diventa appiccicoso ed asfissiante, se non si alza almeno una bava di vento rischiamo di squagliarci di sudore.
Appena mettiamo la prua fuori dalla baia, troviamo una leggera brezza da nord che ci fa ben sperare: procediamo spediti verso sud ma ben presto capiamo che se vogliamo sopravvivere dobbiamo passare più tempo a bagnarci che non a pagaiare.
Il mare come ieri si spiana pian piano, ma prima di diventare una tavola blu ci concede un paio d'ore per sfruttare le onde che come noi corrono verso sud. Rispetto a ieri sono onde più nervose, dalla trama irregolare e dalla sequenza ravvicinata: non ci si può rilassare, a pagaiarci sopra, bisogna concentrarsi sul tempo che tengono perchè ogni poche battute cambia il ritmo.
Approfittiamo di una baietta incassata tra le montagne vellutate per sbarcare, fare una sosta e concederci uno shampoo (aspettiamo visite, nei prossimi giorni: meglio farsi belli!).
Riprendiamo la navigazione poco prima che il vento, proprio come ieri, decida di cambiare direzione e di ostacolare la nostra già lenta avanzata.
La costa in questo tratto orientale della penisola di Monemvasia è molto frastagliata e le montagne ricoperte di questa fitta macchia mediterranea così simile al velluto si alzano ancor di più verso il cielo, si liberano delle pale eoliche e si caricano di picchi rocciosi rosati e puntuti. Le lingue di roccia che si allungano in mare sono di pietra lavica nera e variegata, tra gli scogli sull'acqua scorgiamo strane figure antropomorfe e finalmente Mauro trova l'ispirazione per fare una foto sotto una parete verticale rossastra e ricca di intarsi fantasiosi. Il mare è profondo e scuro, il riflesso della luce sull'acqua non ci permette di osservare il fondale e solo quando siamo a pochi metri dalla riva il sole illumina le spugne ed i ricci che riempiono le scogliere sommerse. Ad un tratto, poco oltre un capo roccioso, la strada costiera incide una profonda cicatrice bianca e rossa lungo la costa verdeggiante: sembra una ferita molto recente, a giudicare dalla terra rossa ammassata lungo la carreggiata che corre a zig-zag attorno alla montagna di velluto. Ci ricorda una chiusura lampo, una cerniera che congiunge terra e mare ma che ha aperto la montagna per raggiungere luoghi altrimenti irraggiungibili... Comunque, a parte la strada, non ci sono altri segni di (in)civiltà, niente alberghi o palazzi o case sul mare.
Io continuo a canticchiare la canzoncina di Henry: "I'm going down to the sea, my kayak and paddle and me...". Ma forse l'ho sempre fatto, durante un viaggio in kayak, perchè è proprio la sua giusta colonna sonora.
Oggi scegliamo una tappa breve per aggiornare il blog e dopo una serie di manovre tattiche per sbarcare coi nostri due piccoli panfili sullo scivolo di alaggio del porticciolo di Kyparisi ci ritiriamo in taverna, una grande terrazza affacciata sul golfo che offre un'ampia visuale tra terra e mare.
Abbiamo adocchiato un spazio in ombra accanto alla chiesetta sul molo e speriamo di dormire oltre le sette del mattino!