SUMMER OPEN SEA KAYAK EXPEDITION...

... un altro lungo viaggio in Grecia...
prima le coste occidentali delle Isole Ioniche... quelle che più ci sono piaciute nei viaggi precedenti, e poi il periplo del Peloponneso.
Per noi è un viaggio aperto, sia per il tempo a disposizione che per altri kayaker che si vorranno unire a noi.
Partiremo ai primi di maggio e contiamo di finire entro settembre. Controllando la posizione che regolarmente pubblicheremo
sul blog e su Facebook, sarà possibile raggiungerci in ogni momento per far parte della squadra.
Tatiana e Mauro


Please use the translator on the left.
We're paddling most of the day and we don't have enough time to translate every single post...
We're confident you understand our position!

Le nostre pagine Facebook: Tatiana Cappucci - Mauro Ferro
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martedì 22 agosto 2017

Il bello dei programmi di viaggio è che si possono sempre cambiare...

Sabato 19 agosto 2017 - 97° giorno di viaggio
Gherolimenas - Mezapos (18 km)
Vento N-NW 5-8 nodi (F2-3) - mare calmo - 33°C
Gherolimenas è un piccolo ed accogliente borgo marinaro.
Le casette sul mare sono tutte in pietra, anche se soltanto una, l'unica diroccata, è un'originaria casa-torre del Mani.
Alle spalle del paese, sul versante settentrionale della piccola baia, si erge il massiccio di Capo Grosso ed una scalinata intagliata nella roccia e dipinta di bianco sale lungo la parete rocciosa che a tratti svetta sul mare con un'inclinazione perfettamente verticale. La notte è tutto illuminato, i ristorantini sulla passeggiata ed i gradini sulla montagna.
Al mattino il sole arriva prima del solito perchè la spiaggia di ciottoli bianchi è aperta sul mare e non ci sono alberi che possano ritardare il nostro risveglio. Che comunque, come da migliore tradizione, è sempre molto lento. Oggi anche perchè vogliamo attendere che il vento, secondo le previsioni molto più forte di quanto noi non riusciamo ad intuire da questo angolino chiuso e ridossato, si attenui quanto basta per farci prendere il mare con tranquillità.
Capo Grosso è un'altro dei punti critici del Peloponneso.
E' un massiccio roccioso di notevoli dimensioni, un promontorio alto e disabitato che non offre possibilità di sbarco per oltre 16 chilometri, con un inconfondibile profilo che Mauro definisce da pecora addormentata, anche se ieri da lontano ci era sembrato più una marmotta.
La brezza leggera increspa di poco il mare blu che circonda il capo, ma sulle punte più esposte le raffiche diventano subito forti ed imprevedibili. Anche oggi dobbiamo fare i conti con i venti catabatici, benchè la giornata si preannunci calma e senza vento. Capo Grosso ci impone sin dalle prime pagaiate di procedere uno dietro l'altro, allineati secondo la tecnica di caccia Inuit, il popolo groenlandese che ha "inventato" il kayak da mare oltre 4000 anni fa: procediamo per un buon tratto con la prua del secondo kayak che sfiora la poppa del primo, neanche dovessimo affrontare il Piterak artico, il più famoso al mondo tra i venti catabatici.
Sotto le pareti rocciose di Capo Grosso capiamo la maestosa possanza di questo promontorio che sembra non finire mai. Chiamato nel passato "Lo specchio" per il gran numero di grotte e cavità naturali, Capo Grosso è sempre stato temuto dai marinai e dai pescatori nel corso dei secoli ed ancora oggi incute un rispetto reverenziale ai naviganti che affrontano le sue scogliere strapiombanti. Manolis, il nostro amico greco che ha completato il periplo del Peloponneso in inverno lo scorso mese di gennaio, ci ha raccontato più volte del senso di assoluta fragilità ed impotenza che lo ha investito quando si è ritrovato da solo a pagaiare lungo le monumentali pareti del capo. Il portolano definisce Capo Grosso un "enorme masso roccioso dal profilo inconfondibile le cui pareti precipitano in mare da un'altezza di oltre 250 metri, spezzate da gole e costellate da grotte", molte delle quali hanno l'ingresso murato e si sono per questo conquistate la fama di custodire le ricchezze dei pirati. Bisognerebbe essere provetti scalatori per arrivare a visitarle e quella che si apre sul capo è talmente grande e visibile, sia da terra che dal mare, che nel tempo ha conteso alla grotta di Capo Tenaro la nomea di essere l'ingresso dell'Ade. In alcuni tratti ci sono talmente tanti fichi d'india abbarbicati alla roccia che ci viene spontaneo domandarci come abbiamo mai fatto ad attecchire in quella posizione verticale, tra sbalzi levigati dal vento e del tutto inaccessibili all'uomo e agli animali. Vediamo solo qualche coppia di rapaci in volo, ed un topolino di campagna che galleggia privo di vita sul pelo dell'acqua, sfuggito forse ai loro artigli...
Ci devono essere delle correnti particolari intorno a Capo Grosso: per il primo tratto, quello meridionale, procediamo a 4.3 chilometri orari, ed in alcuni punti arranchiamo anche a 3.2; poi però, passata la punta più esterna, prendiamo una velocità inaspettata di 7 chilometri orari.
La costa corre sempre molto alta e noi proseguiamo con una buona andatura per tre ore tonde tonde, fino a quella che all'inizio pensavamo fosse solo una tappa intermedia. E che presto si trasforma invece nella conclusione della nostra giornata di navigazione.
Appena sbarchiamo sull'ennesima spiaggia di ciottoli bianchi del Mani, ai piedi del piccolo villaggio di Mezapos, una manciata di casette cresciute in maniera disordinata attorno al ridossato porticciolo centrale, veniamo avvicinati da una bella ragazza dai capelli lunghi e dagli occhi verdi che ci chiede se non abbiamo bisogno di qualcosa dalla barca a vela. Lavinia e Peter hanno saputo del nostro viaggio in kayak dai signori veneti incontrati a Porto Kaghio, quelli che ci hanno promesso di sostenerci col pensiero. Quando ci hanno visto arrivare non ci hanno pensato due volte: sono scesi dalla barca, lei a nuoto e lui col tender, e si sono messi a farci un'infinità di domande. E siccome le nostre risposte non sono mai sintetiche, perchè parlare di kayak è, dopo l'andare in kayak, una delle nostre attività predilette, abbiamo bruciato il momento giusto per riprendere il mare e per raggiungere la meta successiva. Poco male: il bello dei programmi di viaggio è che si possono sempre cambiare!
Questo lungo tratto di costa occidentale del Mani è caratterizzato, oltre che dalla notoria natura selvaggia e dalla sequenza di paesi-fortezza, anche da una scarsa presenza di spiagge (l'unica di sabbia è quella di Marmari, sul versante nord-ovest di Capo Tenaro) e soprattutto da una limitata possibilità di sbarchi per chi come noi viaggia in kayak. La possibile tappa successiva dista altri 17 chilometri: non c'è niente prima. Niente tra Mezapos e gli approdi della baia di Dhyros. Siccome sono passate le sei del pomeriggio, decidiamo di non ripartire e di continuare a chiacchierare.
Ci spostiamo però dalla spiaggia assolata all'unica taverna del posto, un piccolo locale ricavato nella terrazza panoramica di una delle casette del paese, proprio sopra l'unica chiesetta ortodossa affacciata su quell'unico porticciolo, dove stasera festeggiano il compleanno di un bimbo con palloncini colorati lanciati in acqua tra i gozzi all'ancora e festoni tipo gran-pavese tirati tra i pali della luce.
Salutiamo e ringraziamo le due famiglie bresciane che, non appena sbarchiamo nella caletta affianco, più aperta ed adatta a montare il campo, ci offrono due bottiglie d'acqua fresca e che con domande mirate e molto attinenti sembrano voler introdurre i quattro pargoli curiosi e silenziosi alle meraviglie del campeggio nautico in kayak da mare. Ritroviamo presto Lavinia e Peter e dopo aver ammirato un tramonto di fuoco appena oltre il capo che si allunga in mare e che protegge l'intera baia di Mezapos ci prepariamo alla cena. Il paese ha la nomea di essere stato un villaggio di pirati e l'aspetto che ancora oggi conserva a metà strada tra il trasandato ed il defilato lo lascia credere molto facilmente. Il portolano dice anche che Tim Severin, durante il suo viaggio sulle rotte di Ulisse, lo avrebbe identificato, in concorrenza con il paese di Bonifacio in Corsica, col porto dei Lestrigoni, i famosi giganti cannibali che gettarono dall'alto dei massi per affondare le navi, tutte tranne quella di Ulisse.
Affascinati da cotante storie passate, noi ci perdiamo subito a parlare di storie presenti, delle avventure di Peter nei cinque continenti, dell'attaccamento di Lavinia alla sua amata Lecce, delle nostre pagaiate nel Mediterraneo, di kayak, di vela, di viaggi... e forse troviamo, grazie ad un ingegnoso suggerimento di Peter, il modo di navigare in sicurezza ed in tranquillità tra le Isole greche del Dodecanneso e la costa turca durante la prossima estate!

Le primi propaggini di Capo Grosso
Peter sulla barca a vela con cui viaggia insieme a Lavinia...
Lo sbarco sulla seconda caletta di Mezapos...
Il campo sotto il paese di Mezapos...
Le coste piene di grotte e cavità...
L'ingresso alla Grotta di Vlikada nella Baia di Dhyros...

Domenica 20 agosto 2017 - 98° giorno di viaggio
Mezapos - Karavostasi (24 km)
Vento W-SW 5-6 nodi (F2) - mare calmo - 32°C
Quando ci svegliamo la vela di Peter e Lavinia non è più in rada.
Speriamo di ritrovarli più avanti, o chissà quando: è stato un incontro insperato e piacevole che ha riempito e allietato un'intera giornata.
L'insalata greca e lo tzatziki di ieri sera, però, accompagnati da una doppia razione di tsipouro, ci hanno lasciato addosso una gran fame: prima di partire, stamattina ci regaliamo una doppia colazione in spiaggia, prima con la frutta fresca dell'ultima spesa in paese, pesche noci e fichi di stagione, e poi col solito pane inzuppato nel caffè-latte arricchito di frutta secca e miele greco. Ci stiamo ancora leccando i baffi quando la prima brezza del mattino ci ricorda che forse oggi dovremo pagaiare contro vento. Ma è soltanto un avviso, poi tutto si smorza e noi navighiamo per il terzo giorno consecutivo in un mare così piatto che quasi ci annoia.
Superiamo tre promontori alti e grossi, che diventano sempre più bassi man mano che risaliamo verso nord, tutti ugualmente disabitati e brulli.
La vegetazione è ancora scarsa, solo qualche rada pianta di fichi d'india, di capperi e di finocchio marino che si affaccia dalle pareti rocciose a strapiombo sul mare. Il resto è ricoperto di arbusti rossastri bruciati dal sole e dal vento.
Oggi facciamo una lunga sosta nella baia di Dhyros: vogliamo visitare la famosa grotta di Vlikada.
E' una vera meraviglia della natura, piena di così tante stalattiti e stalagmiti da lasciare a bocca aperta.
Solo che si tratta di una grotta marina, che procede per la quasi totalità della sua lunghissima estensione (oltre 14.000 metri!) sotto il livello del mare. Quindi si può visitare solo a bordo di un barchino di legno ad otto posti governato da un barcaiolo che siede a poppa e che fa avanzare la barca usando una sorta di remo. Normale, direte voi: tutte le barche procedono a remi. Esatto. Solo che siccome le gallerie della grotta sono piccole e basse e strette, larghe poco più della barchetta carica di visitatori, il timoniere usa il remo... sulle pareti della grotta! Ed in alcuni casi, quando la volta si innalza al punto da non offrirgli altri appigli, anche lasciando il remo in barca, mettendosi in piedi ed attaccandosi direttamente alle stalattiti! Che sono diventate tutte nere, ovviamente. In alcuni punti sono anche state tagliate di netto, per permettere alle barche di continuare la loro corsa nelle cavità della terra. Una corsa che a volte m'è sembrata troppo veloce, un po' precipitosa: io avrei voluto fermarmi qualche momento in più per osservare quelle straordinarie formazioni calcaree, per guardare le gocce scendere lungo le colonnine illuminate, per ammirare gli angoli più nascosti e le innumerevoli deviazioni possibili... anche quando le virate diventano un po' troppo brusche ed in un paio di occasioni arriviamo persino a sfregare sia con lo scafo che coi giubbottini sui passaggi sempre più angusti della grotta... la barca procede ondeggiando ad ogni spinta del timoniere e noi abbiamo la sensazione di poterci ribaltare da un momento all'altro!
Ad un certo punto, ad un'inclinazione più accentuata delle altre, Mauro sbotta: "Odio le barche a fondo piatto"!
Il barcaiolo prosegue la sua gimcana veloce lungo il percorso turistico, annunciando e subito lasciando il lago delle fate, il grande oceano, l'antro del dragone, la camera rossa, gli appartamenti bianchi e rosa, la cattedrale... in 25 minuti arriviamo alla banchina di sbarco, scendiamo, consegniamo i giubbottini al barcaiolo, che se ne va per la sua strada d'acqua, e dopo i primi 1.200 metri lacustri visitiamo gli ultimi 300 metri pedonali: adesso che siamo rimasti finalmente da soli, posso soffermarmi quanto voglio a curiosare tra stalattiti e stalagmiti, a leggere le (poche) informazioni del dépliant turistico e a chiedermi dove siano ora conservati i fossili di ossa di pantera, iena, leone, cervo e martora ritrovati nella grotta, che oltre agli altri suoi primati vanta anche quello del più grande giacimento di ossa di ippopotami in Europa (giuro: ippopotami!).
Mauro avrebbe gradito una visita più breve, quindi mi affretto a raggiungerlo all'uscita. Fuori si muore dal caldo, dentro si moriva dal freddo: la temperatura dell'acqua in grotta è di appena 14°C, mentre quella dell'aria si aggira sui piacevoli 16-19°C. La visita dura un'oretta, di cui 25 minuti in barchetta, ma noi ci abbiamo messo poco più di tre ore: un'ora preliminare per rifocillarci a dovere prima di affrontare la scalata alla collina sulla cima della quale hanno posizionato l'unica biglietteria (senza tenere in minima considerazione i visitatori che arrivano dal mare: ma forse noi siamo stati gli unici!), un'ora regolamentare in grotta ed un'altra ora per riprenderci dall'esperienza del barchino dal fondo piatto!
Ci servono un gelato e un caffè frappè per poter proseguire in mare.
Lasciamo l'ampia baia di Dhyros sapendo bene che le tappe successive sono forzate.
Anche oggi non ci sono molti punti di possibile sbarco, quindi decidiamo di entrare nel golfo successivo e di cercare il nostro campo per una notte. Sbarchiamo dopo molti tentennamenti: qui c'è la strada asfaltata e chissà che rumore, là c'è un muretto a secco troppo vicino al mare e i kayak forse non ci stanno, qua c'è un vecchio casolare abbandonato e magari c'è uno spiazzo accanto, lì che la spiaggia si allarga ci sono troppi massi sulla riva... Ecco, trovato: davanti alle canne, così domattina siamo in ombra!
Appena sbarcati si avvicina una mamma con un bimbo e ci dice di avere fatto kayak in passato e di apprezzare molto le nostre pagaie groenlandesi. Poi arriva anche il gentile signore francese che qualche giorno fa aveva offerto a Mauro una birra fresca per cena.
Poi cala il tramonto e restiamo soli sotto le stelle! E sotto l'unico lampione acceso del lungo mare!

Turisti per caso!
Le foto sono quasi tutte mosse, peccato: non abbiamo voluto usare il flash!
Le stalattiti (mosse!) della Grotta di Dhyros...
Sono state trovate stalattiti alla profondità di 71 metri sotto il livello del mare...
Sulla barchetta si rischia sempre di sfregare contro le pareti della grotta...
L'ultimo tratto a piedi...

Lunedì 21 agosto 2017 - 99° giorno di viaggio
Karavostasi - Stupa (25 km)
Vento W 8-10 nodi (F3) - mare poco mosso - 30°C
Dormiamo dodici ore filate, protetti dalle canne e dalle nuvole.
Oggi il cielo è coperto e la mattina, e poi anche l'intera giornata, è carica di umidità.
Il risveglio è lento, oggi anche più del solito perchè Mauro mi nega un salto al bar per la mia droga mattutina, il caffè frappè.
Resisto poco: dopo i primi 3 chilometri contro vento per uscire dall'ampio golfo di Karavostasi e dopo altri 10 chilometri lungo una costa alta, rocciosa ed inaccessibile, ripariamo nel porticciolo del bel paesino di Trachila per una pranzo in taverna. La doppia razione di zuppa di fagioli e di tzipouro mi fa navigare per il resto del pomeriggio in uno stato di grazie tale che arrivo a creare un poema epico sui pagaiatori di ogni epoca che sarà dato presto alle stampe coll'evocativo titolo di "Quelli che in kayak"...
Il Mani è finito: oggi varchiamo il confine ideale con la regione della Laconia. La costa però non cambia: è sempre orlata da scogliere basse a carciofo, di quel tipo appuntito e forato che non ci puoi avvicinare neanche la pagaia, è sempre chiusa da pareti strapiombanti di altezze notevoli, di quel tipo verticale ed inospitale che non ci puoi costruire neanche una chiesetta, ed è sempre sovrastata da montagne puntute e brulle, di quel tipo che il vento ha reso bruciate e pelate al punto che non si intravede neanche un alberello solitario.
Anche oggi dobbiamo programmare la tappa giornaliera tenendo conto dei pochissimi punti di sbarco.
Ne incontriamo uno soltanto, che però Mauro non aveva trovato sulle mappe satellitari, forse perchè lo scivolo ricavato tra gli scogli è molto recente. Guardiamo interessati quel piccolo porticciolo naturale dal nome altisonante di Porto Ghatea perchè abbiamo già risalito 8 chilometri ed il mio stomaco lamenta vuoti insaziabili, ma lo scalino ricoperto di alghe che si intravede anche dal largo non ci convince al punto da tentare uno sbarco. In più, tra lo scivolo e gli scogli, galleggiano troppi bambini vocianti e dopo la quinta volta che ci chiedono urlando "Where are you from?" pensiamo sia il caso di proseguire oltre.
Il paesino di Trachila è un piccolo gioiello, uno degli ultimi (o dei primi, a seconda del giro di visita) della penisola del Mani. Ha tutta una coroncina di casette di pietra a due piani, una piccola torre difensiva nel mezzo ed uno scivolo recente che rende possibile l'accesso al minuscolo porticciolo. Quasi non si capisce dove sia l'ingresso, così chiuso e protetto da una massicciata di scogli naturali spostati poco più in là del loro posto originario. C'è un piccolo scivolo di alaggio perfetto per sbarcare coi nostri due panfili, che trovano posto accanto a quattro grandi pentoloni lasciati in ammollo sul moletto di cemento, forse per pulire le incrostazioni più resistenti dopo una, pensiamo ben riuscita, festa di paese.
L'unica taverna è affacciata sul mare: dai bastioni rocciosi che sovrastano la baietta raccolta e ridossata si gode una visuale interessante.
Mangiamo da leccarci i baffi!
Ripartire non è facile, soprattutto perchè la nuvolaglia spessa e la foschia densa rendono mare e cielo di un uniforme grigio spento e non invitano certo alla navigazione. Però lo tsipouro fa il suo effetto ed io ricopro Mauro di chiacchiere fino allo sbarco serale.
Qualcosa cambia nella conformazione della costa, riesco a rendermene conto anch'io nonostante l'elevato grado etilico: la costa si abbassa e si ricopre delle prime piante, qualche cipresso e qualche pino, le montagne sono sempre molto alte ma più interne e meno incombenti.
C'è una chiesa che sembra una cattedrale, una vecchia taverna abbandonata ed una passeggiata sul lungo mare molto romantica.
Quando il sole tramonta dietro l'altra penisola, per noi la quarta del Peloponneso, la nostra prossima meta, il cielo si tinge di un rosa pesca prima e di un rosso amaranto dopo, tonalità così intense da lasciare tutti gli avventori della "nostra" taverna a bocca aperta, meglio ad obiettivo aperto, tanti sono gli scatti fotografici che riempiono la serata. Le lucine giallognole pian piano illuminano il vicoletto affacciato sul mare.
Mangiamo in taverna. E' vero. Sia a pranzo che a cena. Per ben due volte in una stessa giornata. Ma io continuo ad avere una fame tale che mangerei pure le gambe del tavolo!
Stanotte dormiremo tranquilli, anzi con tutta quest'ombra attorno, rischiamo di svegliarci a mezzogiorno!

Tra Dhyros e Karvostasi...
Il risveglio a Karavostasi...
Le ultime propaggini del Mani...
Il porticciolo di Trachila!
Ancora scogliere e montagne...
Ubriaca tra le ondine...
I nostri pini "soporiferi"!
Sosta culinaria a Stupa!

Martedì 22 agosto 2017 - 100° giorno di viaggio
Stupa - Stupa (0 km)
Vento W 8-10 nodi (F3) - mare quasi calmo - 30°C
Mezzogiorno no, però le dieci e mezza si!
I pini marittimi spandono odore di resina, che dev'essere forse soporifera.
Facciamo una prima colazione accanto ai kayak e poi programmiamo di andare a fare spesa in paese.
Stupa è una piccola cittadina balneare famosa per la sua spiaggia a mezza luna di una sabbia fine e dorata che attira bagnanti su tre file di ombrelloni e lettini. Le casette basse ed in pietra sono raccolte intorno ad un piccolo porticciolo naturale e le ultime taverne si affacciano sugli scogli traforati del capo, quelli tra i quali abbiamo trovato ieri un passaggio tutt'altro che lineare ed accanto ai quali oggi giacciono i nostri due piccoli panfili, al fondo di una caletta ridossata dove non entra neanche un'onda, all'ombra di una siepe di oleandri in fiore che sembra essere disdegnata da tutti gli altri vacanzieri. In paese c'è grande animazione, bar all'aperto, ristoranti sul mare, un centro di noleggio sit-on-top e pedalò, negozi di artigianato locale, e persino un laboratorio settimanale (che si tiene tutti i venerdì) di lavoretti coi "prodotti del mare": mi fermo ammirata a leggere il cartello almeno una decina di volte, pensando che sarebbe questo il lavoro ideale della mia vita, giocare coi legnetti e le conchigliette per realizzare "cose creative" e dare così sfogo alla mia vena latente di follia... Mauro mi scuote dai miei sogni ad occhi aperti e mi riporta sui miei passi: torniamo ai kayak per riporre la spesa nei gavoni, sperando che il puzzle tridimensionale riesca anche stavolta.
Pensiamo di ripartire non appena fatto il pieno di soldini e di droghe liquide: ci sediamo alla "nostra" taverna a bere un doppio caffè frappè e ci ritroviamo a modificare per l'ennesima volta il programma di viaggio. Invece di andare, oggi possiamo restare.
Un bel modo per festeggiare i nostri primi 100 giorni in mare: stando fermi a terra!
Qui a Stupa c'è tutto quello di cui abbiamo bisogno: ombra, cibo, tramonto sul mare e... pure il wi-fi per aggiornare il blog.
E questo vento leggero, che increspa appena il mare e che avrebbe reso anche oggi la navigazione tutt'altro che adrenalinica e spumeggiante, ci convince presto che abbiamo fatto la scelta giusta: secondo le previsioni meteorologiche, nei prossimi giorni il vento che interesserà il grande Golfo di Mesinia, dove ora ci troviamo, sembra voler seguire passo passo il nostro programma di viaggio, prima accompagnandoci verso nord e poi spingendoci verso sud quando sarà il momento di virare le prue di quasi 180 gradi. Insomma, cambiare idea in queste condizioni di bonaccia non è poi così difficile, e non dobbiamo neanche più pianificare le tappe con attenzione perchè i punti di sbarco adesso sono molto più numerosi e comodi...
Trascorriamo l'intero pomeriggio in completo relax, perfettamente a nostro agio tra il computer e le chiacchiere fitte tra noi!

venerdì 18 agosto 2017

Il Mani!

Martedì 15 agosto 2017 - 93° giorno di viaggio
Paralia Trinisa - Parala Trinisa (0 km)
Vento SW 15-18 nodi (F4-5) - mare mosso - 35°C
Seconda giornata di sosta.
Ieri sono passati a trovarci Maurizio e Laura, due amici lombardi che non vedevamo da tempo.
La loro presenza ha giocato al caso nostro: questo posto è un po' speciale e vale la pena passarci un'altra giornata.
In più, il vento è ancora molto forte e soffia sempre in direzione ostinata e contraria alla nostra rotta.
L'incontro col Riva mi è fatale: m'è salita la febbre a 39.5°C! E non si tratta certo di febbre d'amore!
Dopo due ore e due pasticche di paracetamolo m'è già passato tutto, ma nel frattempo ho trascorso l'ora di cena nascosta sotto due paia di pantaloni, due paia di calzettoni, due maglie e due giacche, due cappelli di pile e persino due piumoni invernali! Alle due di notte ero di nuovo fresca come una rosa! E abbiamo continuato a chiacchierare ancora a lungo, complice anche la compagnia di due simpatici ragazzi toscani che hanno parcheggiato il loro camper demodè accanto al fuoristrada del Riva e che hanno volentieri accettato il suo invito a bere birra fresca a fiumi.
Non ho mai conosciuto nessuno che abbia la passione del Riva nel parlare di kayak, moto, cani, computer e viaggi: abbiamo tirato le quattro del mattino... Il giorno dopo, cioè oggi, non siamo proprio nel pieno delle forze: l'attività fisica più impegnativa in cui ci cimentiamo è solo quella di portare il cane a passeggio sulla lunga spiaggia di sabbia di Trinisa... e di spostarci dalle sedie all'ombra della kantina alle sedie all'ombra del Riva!

Laura, Maurizio, Gustavo, Tatiana e Mauro
Campo condiviso a Paralia Trinisa...
Piccolo 'necessaire' per aggiornare il blog...  
Campo a Paralia Kalyvia...

Mercoledì 16 agosto 2017 - 94° giorno di viaggio
Paralia Trinisa - Paralia Kalyvia (24 km)
Vento NW 10-12 nodi (F3-4) - mare poco mosso - 34°C
Arriva sempre il momento dei saluti.
Stamattina di buon'ora il Riva smonta la sua magica Maggiolina e riparte e tutto gas per l'Albania (perchè era quella la vera meta del loro viaggio estivo, non certo il sud del Peloponneso!).
Noi invece ce la prendiamo comoda, come al nostro solito, e smontiamo la tendina soltanto dopo la (seconda) colazione davanti al mare!
Appena in acqua, guardiamo con trepidazione la costa rocciosa davanti a noi: tre giorni fa, quando il vento era ancora molto forte, è stata investita da una portentosa tromba d'aria che dalla vallata è scivolata dritta dritta in mare aperto, sollevando a mulinello mezzo golfo... Oggi sembra tutto molto più tranquillo, il vento è calato abbastanza per non creare altre intemperanze climatiche, ma noi abbiamo imparato a non fidarci mai dei venti catabatici: bastano due collinette ed una valle perchè riescano a creare un putiferio.
Non smettiamo di guardare la nave all'ancora in rada: da giorni è la nostra personalissima "manichetta a vento" e quasi esultiamo quando vediamo che finalmente sposta la sua prua verso nord, come a volerci dire "forza, adesso è il momento di andare!"
Pagaiamo di nuovo verso sud: dopo aver ridisceso la prima penisola dell'Argolide, bassa, frastagliata e disseminata di isole ed isolette sparse, e la seconda penisola di Monemvasia, stretta, alta e verdissima, adesso ci apprestiamo ad affrontare la terza penisola, il Mani, montuoso, brullo e ventoso.
Il Mani non ha forse bisogno di presentazioni: è il "dito" più famoso del Peloponneso, quello centrale delle tre dita più lunghe e secche (esclusa quindi quella più larga ed orientale!), quello più lungo di tutti, tanto da spingersi in mare aperto più a sud della latitudine di Tunisi. Il Mani è anche la regione più impervia, inaccessibile ed inclemente dell'intero Peloponneso, conosciuta per la sua natura aspra ed allucinatoria, per i suoi paesaggi brulli e lunari, per la sua gente fiera ed introversa. Il Mani: a lungo sognato e letto, ora finalmente raggiunto!
La porta d'accesso al Mani è la sua cittadina più grande e curata, Ghythio, dolcemente allungata tra le colline raccolte intorno ad un basso promontorio, cinto a nord e a sud da alcune delle spiagge predilette per la cova delle uova dalle tartarughe marine. Su una di queste si è spiaggiato anni addietro anche un vecchio bastimento, ora tutto arrugginito ed inclinato su un lato, divenuto presto attrazione turistica come molti altri relitti greci.
Il bel faro di Ghythio ci tiene compagnia per qualche chilometro e troneggia sul mare con una torre slanciata alta sei piani, cinque finestrelle che guardano l'orizzonte e pietre di taglio regolare come fossero tanti mattoncini Lego.
Dopo una breve pausa tra le scogliere traforate di Mavrovouni, una lunga spiaggia di sabbia ricolma di campeggi e di stabilimenti balneari, riprendiamo a navigare verso sud: ora però il cielo si è rannuvolato e la nuova coltre biancastra, che rinfresca l'aria e sembra persino acquietare il vento, rende anche il mare più scuro e cinerino, con una trama a rombi che è facile riconoscere e seguire, per sfruttare la minima forza residua delle piccole onde.
Ovunque galleggiano meduse "occhio di bue" e saltano pesci voltanti.
I monti si tingono di vari toni di grigio e fuggono lontano seguendo le gole che si aprono lungo la costa.
Alle sette di sera sbarchiamo nella nostra cala per una notte: è una spiaggetta di ciottoli piatti e policromi che si allarga a mezza luna e che è stretta meno di un kayak. Dobbiamo tirare in secca i Voyager fin sotto il muretto a secco e montare la tenda sul parcheggio sterrato: la notte è stellata e, proprio mentre stiamo cenando il gentile signore francese che occupa con la numerosa famigliola l'unica casetta in pietra sul mare, scende in spiaggia e offre a Mauro una bella birra ghiacciata!

I forti contrasti del Mani!
Campo a Porto Kaghio...
Il faro di Capo Tenaro...

Giovedì 17 agosto 2017 - 95° giorno di viaggio
Parala Kalyvia - Porto Kaghio (32 km)
Vento NW 8-10 nodi (F3) - mare quasi calmo - 33°C
La brezza entra in tenda e nella baia di buon mattino.
E' un chiaro invito a prendere il mare per approfittare della sua delicata spinta verso sud.
Lasciamo l'ampia baia di Skoutari gettando un occhio incuriositi alla sua cittadina più grande, quella che dà il nome all'intero golfo.
Si cominciano ad intravedere le case-torri tipiche del Mani. Da qui fino al capo meridionale e poi lungo tutto il versante occidentale si rincorrono a decine i paesi manioti costruiti come piccole fortezze: ce ne sono su ogni costone roccioso, ma anche nelle vallate più nascoste, a distanza di pochi chilometri gli uni dagli altri, a riprova che i manioti sono sempre stati in guerra gli uni contro gli altri. E non sono mai stati sottomessi da nessun occupante: il Mani è l'unica regione greca a non aver mai subito alcuna invasione, ma ad avere resistito nei secoli a tutti gli invasori.
Queste alte case-torri sono costruite in pietra locale, perfettamente mimetizzate coll'ambiente circostante, anche quando i quattro merli della sommità spuntano dall'alto delle creste montuose; sono a base quadrata, con piccole finestrelle disposte su più livelli, per difendersi tanto dagli attacchi dei nemici che della forte luce estiva; sono affiancate da stanze più basse, sempre quadrate, disposte in maniera all'apparenza irregolare, forse a seguire più le pendenze del terreno che non le esigenze costruttive dei proprietari. Oggi molte di queste case-torri sono state restaurate ed adibite a case-vacanze ed il turismo della regione è diventato residenziale e discreto: anche le poche strade di accesso, spesso sterrate e con un'unica carreggiata, vedono il passaggio di poche decine d'auto ogni giorno.
Leggendo il libro sul Mani scritto da Sir Patrick Leigh Fermor si intuisce bene la vita dura e semplice dei manioti e anche l'ambiente aspro ed inospitale in cui sono sempre rimasti, alcuni senza mai lasciare il paese natio; visitando i luoghi più pittoreschi della penisola si comprende meglio la straordinaria arsura che regna in questa regione e l'altrettanto straordinaria fierezza del suo popolo; solo esplorando la penisola con la dovuta calma si capisce fino in fondo perchè il Mani non è mai stato occupato e perchè i manioti sono così attaccati alle proprie tradizioni.
In kayak, poi, il Mani si apprezza in tutta la sua estensione, in tutta la sua grandezza ed in tutta la sua desolazione.
Pagaiando lungo le sue scogliere scure si può gustare sia la visione d'insieme sui paesi-fortezza delle case-torri e sia la vista di ogni singolo dettaglio, di ogni particolare anche insignificante ma che testimonia della dura vita locale nei secoli passati e nei giorni nostri: molte cittadine sono circondate da alte mura difensive su tutti i lati, come fossero veri e propri castelletti fortificati in cui si viveva una vita barricata; molte case moderne  hanno un accesso al mare ma in tutta la penisola sono poche le spiagge di sabbia o di ciottoli e per raggiungere l'acqua in molti hanno costruito dei lunghi sentieri di pietre che serpeggiano tra gli scogli appuntiti ed irregolari.
Ne vediamo molti, di questi sentieri e di questi castelli, e quando un piccolo fiordo si incunea nella costa rocciosa noi ci infiliamo in questo inusuale pertugio per vedere se si può sbarcare. Si potrebbe, in verità, sulla spiaggia di ciottoli bianchi che chiude una lunga e stretta vallata ricoperta di case-torri (e come sappiamo già dai punti che Mauro ha inserito metodicamente nel gps!), ma lo spazio è ridotto e già tutto occupato dai bagnanti della settimana centrale d'agosto. Riusciamo in mare e rientriamo nel fiordino successivo, quello più largo e pittoresco di Aghia Eghila, ai piedi di una chiesetta e di una serie di costruzioni moderne non ancora terminate ma tutte rigorosamente in pietra locale. C'è un bar e ci regaliamo un caffè espresso freddo, con tanto zucchero e con tanto ghiaccio.
Poco dopo, nel primo pomeriggio, il cielo si ricopre nuovamente di nuvole e, come già è successo ieri, il mare diventa color del mercurio.
Benchè il vento oggi non sia altro che una brezza tesa, incorriamo presto in raffiche catabatiche che caracollano giù dai monti del Mani.
Ovunque basta che ci sia una sola vallata piccola come un bacinella per creare queste folate violente e turbolente, che precipitano giù dall'alto dei monti e che investono il mare con una forza che può raggiungere quella di burrasca in pochi istanti. Oggi non sembra il caso, ma noi stiamo sempre sul chi va là, ed ogni volta che il mare si increspa ci prepariamo ad affrontare il peggio. Ma sono soltanto sbuffi di circostanza, che ci fanno giusto piegare un po' la testa e la pagaia e che ci ricordano quanto potente può essere il vento da queste parti.
Quando entriamo nell'ampia cala ridossata di Porto Kaghio tiriamo un profondo respiro di sollievo.
La cala è incassata tra alte propaggini montuose e fa bella mostra di un paio di castelletti fortificati sul versante settentrionale, oltre che di un paio di splendide spiagge di ciottoli bianchi che a quest'ora della sera sono già completamente deserte. Noi però subiamo il richiamo seduttivo delle taverne del porticciolo: ce ne sono tre che fanno capolino tra le dieci casette in pietra affacciate sul mare, un triangolo d'acqua occupata da una dozzina di barche a vela e di altrettanti gozzi di pescatori locali. C'è una strada sterrata che corre tra le casette ed il mare, cioè tra le porte e gli ombrelloni, praticamente tra i vasi di basilico e le sdraio blu, talmente stretta che il primo camper che vediamo scendere il paese dalla tortuosa strada costiera deve procedere a passo d'uomo per non sfiorare ora le tapparelle delle finestre ed ora le balze degli ombrelloni. Praticamente, l'unica strada del paese è la spiaggia stessa e noi non restiamo molto sorpresi quando l'auto rossa di un pescatore raggiunge il molo e parcheggia a pochi metri dai nostri due Voyager.
Un'altra cena in taverna e un'altra notte nel parcheggio sterrato.

Dal faro di Capo Tenaro verso nord lungo il versante occidentale del Mani!
Verso Gherolimenas...

Venerdì 18 agosto 2017 - 96° giorno di viaggio
Porto Kaghio - Gherolimenas (24 km)
Vento N 8-10 nodi (F3) - mare poco mosso - 35°C
Siamo circondati da camper: ne contiamo sette, tutti allineati in questo piccolo parcheggio sul mare.
Siamo anche circondati da italiani: mai visti così tanti connazionale in vacanza nello stesso posto. Sono toscani, romani e veneti. Con bambini al seguito, vocianti già dalla sera prima e con una incredibile capacità di recupero sin dal primo mattino.
Facciamo colazione in taverna per velocizzare le operazioni di imbarco. In men che non si dica siamo in acqua.
Appena le prue galleggiano, si avvicinano in sequenza uno dei ragazzi toscani e poi un signore veneto. Il primo ci apostrofa col suo accento aspirato: "L'ho detto subito ai miei amici, basta guardare il giubbottino ed il cappellino e si capisce che siete dei professionisti!". Il secondo invece ci chiede conferma del giro fatto fin'ora ("Ma davvero siete partiti da Igoumenitza?!) e poi ritorna dalla numerosa famigliola a riferire: una volta sdraiato all'ombra ci urla con entusiasmo "Vi sosteniamo col pensiero!" E tutti scoppiano a ridere, loro e noi.
La giornata scorre tranquilla. I primi cavalli bianchi che avevano fatto capolino nel baia di Porto Kaghio scompaiono non appena usciamo in mare aperto e contro ogni previsione ci ritroviamo a passare Capo Tenaro con calma di vento ed acqua piatta.
Capo Tenaro ci impensieriva un po', non alla stregua del suo "fratello maggiore" Capo Maleas, ma almeno per la nomea del Mani.
Capo Tenaro, conosciuto anche col nome di Capo Matapan, è il capo più meridionale del Peloponneso e della Grecia e, dopo Tarifa in Spagna, è anche il più meridionale di tutta l'Europa continentale. Mauro non è tanto d'accordo con questo elenco di primati perchè secondo lui il Peloponneso non può più essere considerato una penisola, visto che grazie allo stretto di Corinto, è ormai possibile navigarci tutt'intorno senza mai trasbordare: dovrebbe figurare piuttosto tra le grandi isole del Mediterraneo, e quindi addio punto continentale più meridionale...
A parte tutte queste digressioni geografiche, noi ci godiamo la costa che corre bassa e brulla fino a Capo Tenaro.
C'è una specie di fiordo appena prima del capo, una cala lunga e stretta che si insinua nella terra e che termina in una caletta di ciottoli bianchi. C'è un promontorio ai piedi dell'ultimo paese-fortezza con alcune case-torri restaurate da poco e forse anche un tempio dedicato a Poseidone, che però non riusciamo a scorgere da nessuna parte e che scopriamo a sera, curiosando su internet, che è stato trasformato in chiesa cristiana ai tempi dei Bizantini.
C'è poi il faro che svetta sul capo. Attira la nostra attenzione per lunghi minuti.
Capo Tenaro l'opposto di Capo Maleas: lì il capo era alto, massiccio e imponente, con le scogliere a strapiombo sul mare profondo e la vegetazione lussureggiante a ricoprire ogni cosa; qui invece il capo è basso, spoglio e bruciato dal sole e dal vento, le colline scendono morbide verso il mare e si abbassano sempre più come a voler scomparire nell'acqua turchese. Il faro di Capo Maleas era alto, slanciato ed imponente. Il faro di Capo Tenaro è basso come la costa, basso forse la metà dell'altro: solo che il faro di Capo Maleas l'abbiamo appena intravisto tra le onde e questo di Capo Tenaro, invece, ce lo godiamo in tutto il suo splendore in una giornata di bonaccia.
Risaliamo finalmente verso nord e dopo una breve pausa nella caletta di Marmari, una delle pochissime spiagge di sabbia dell'intera penisola del Mani, riprendiamo la navigazione verso la nostra meta serale.
Vogliamo fare tappa al paesino costiero di Gherolimenas per due diversi motivi: è uno dei paesini-fortezza che vanta alcune belle case-torri restaurate proprio sulle basse scogliere rocciose a due passi dal mare ed è stata una delle soste che il nostro amico Manolis ha scelto di fare durante il suo periplo invernale del Peloponneso lo scorso mese di gennaio. A quell'epoca, l'unica taverna aperta era quella di Mr. Spiros, quella chiamata Akrotenaritis che, una volta raggiunta, scopriamo essere stata anche il luogo in cui ha soggiornato Sir. Former ed in cui ha scritto il suo libro sul Mani.
I nostri due piccoli panfili riposano sotto il sole cocente del primo pomeriggio sulla spiaggia di ciottoli bianchi, incastrati tra due caicchi colorati tirati in secca a pochi metri dalla battigia. Non sappiamo ancora dove monteremo la tenda: domattina però il sole ci sveglierà prima del solito!