SUMMER OPEN SEA KAYAK EXPEDITION...

... un altro lungo viaggio in Grecia...
prima le coste occidentali delle Isole Ioniche... quelle che più ci sono piaciute nei viaggi precedenti, e poi il periplo del Peloponneso.
Per noi è un viaggio aperto, sia per il tempo a disposizione che per altri kayaker che si vorranno unire a noi.
Partiremo ai primi di maggio e contiamo di finire entro settembre. Controllando la posizione che regolarmente pubblicheremo
sul blog e su Facebook, sarà possibile raggiungerci in ogni momento per far parte della squadra.
Tatiana e Mauro


Please use the translator on the left.
We're paddling most of the day and we don't have enough time to translate every single post...
We're confident you understand our position!

Le nostre pagine Facebook: Tatiana Cappucci - Mauro Ferro
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lunedì 15 maggio 2017

Il primo giorno di sole pieno

Sabato 13 maggio 2017 - 7° giorno di viaggio
Agios Stefanos - Akrotiri Iliadoros, Corfù (24 km)
Vento SW tendente a NW 8-10 nodi (F3) - mare poco mosso - 20°C
La taverna di Manthos ha un menù coi fiocchi e riscatta così la nomea di Agios Stefanos.
Ci gustiamo i piatti forti del locale, preparati secondo la ricetta della nonna tramandata di generazione in generazione: la cena è a base di tzatziki, il tradizionale intingolo di yogurt, aglio e cetrioli greci guarnito di olive locali, di sofrito, la carne in umido con una salsina da leccarsi i baffi, e di spanokòpita, una ricca porzione di torta rustica ripiena di spinaci. E due bicchieri di vino rosso aromatico.
Torniamo anche per la colazione, Mauro all'inglese ed io alla mediterranea, con due caffè lunghi all'americana. Prima di salutarci, Manthos ci chiede di attendere un momento alla cassa: ci chiede di firmare il libro dei clienti, le prime righe della nuova stagione 2017, ci dice. 
Non abbiamo fretta di riprendere mare, dobbiamo aspettare che il vento giri e cali: ieri non sarebbe stato possibile navigare verso sud, col vento di burrasca che spirava da sud, nella direzione esattamente contraria alla nostra rotta. Oggi, invece, che le previsioni lo danno in attenuazione, possiamo proseguire verso la parte meridionale dell'isola senza battagliare troppo contro vento.
All'ora di pranzo, come annunciato, il vento si attenua: rimane un'onda lunga e morbida, residuo della burrasca dei due giorni precedenti, ma come sempre è per noi un vero piacere navigare sul mare di scaduta. E' come un'altalena che sale e che scende, lenta ed ipnotica.
Volgiamo le spalle alle Isole Diapontine, le quattro isolette a nord di Corfù che siamo stati tentati di andare a visitare: distano una decina di miglia dall'isola madre e tra di loro, sono abitate da pochi pescatori e vantano un solo porto, un unico faro ed un profilo che da lontano sembra interessante. Ma non siamo in vena di traversate, non ancora almeno. Siamo un po' in ritardo sulla tabella di marcia e tra una decina di giorni abbiamo un appuntamento importante a cui non possiamo mancare: il nostro amico George Gazetas della scuola di kayak Odysea ha organizzato a Lefkada un training 4* della British Canoeing e mi ha invitato a tenere il corso. Dobbiamo recuperare e proseguire.
Pagaiamo al largo per sfruttare al meglio il primo timido vento da nord-ovest: spira poco deciso ma è già sufficiente per farci mantenere una buona andatura. E' una mattinata fitta di chiacchiere, forse per distrarci dalla monotonia dei primi due golfi della costa nord-occidentale di Corfù: sono densamente abitati e costruiti e benchè vantino della belle spiagge sono già intasati di auto in strada e turisti sotto gli ombrelloni. Si vede che il primo fine settimana di bel tempo ha attirato al mare anche i locali.
Quando la costa sale, le costruzioni scompaiono: tornano le scogliere dirupate, popolate solo da un piccola colonia di cormorani.
Più in alto sulle montagne spuntano le chiome ampie dei pini marittimi ed i profili allungati e puntuti dei cipressi, di un bel verde intenso così tipico di tutte le Isole Ioniche e che tanto ci aveva conquistato nei viaggi precedenti. In una vallata soleggiata se ne sta incastonato un paesino lungo e stretto con le casupole dai colori pastello che sembra il luogo ideale per ammirare dall'alto lo spettacolo della costa e del mare. Ai suoi piedi si adagia il più famoso ma sgraziato centro di Paleokastritza, una doppia insenatura ad abbracciare un piccolo promontorio roccioso sormontato dall'omonima chiesetta, da un recente acquario e da un gigantesco parcheggio. Sembra già di essere in alta stagione.
Giriamo oltre il piccolo faro di un secondo promontorio di cui ho un vivido ricordo dal precedente viaggio del 2008: non mi sono mai dimenticata della spiaggetta di sassolini bianchi dove, nell'atto di spingere in acqua il pesante kayak doppio di una coppia di amici, mi sono procurata un profondo taglio sulla gamba destra appoggiandomi appena al suo micidiale timone (un motivo in più per detestare i timoni!). E se la memoria non mi inganna, qui mi sembra tutto cambiato, molto più costruito e molto meno pittoresco.
Accenniamo una breve entrata nel golfo successivo, ma un albergo a sette piani color aragosta ci blocca sul limitare e scegliamo di volgere altrove le nostre prue. Raggiungiamo in poco tempo la nostra cala per una notte, incassata tra due scogliere ricoperte di macchia mediterranea all'estremità meridionale del golfo di Liapades, lontana da tutte quelle costruzioni. La scelgo io, stavolta, la nostra cala per una notte: e sbaglio tutto. L'orientamento, l'esposizione al vento, l'ampiezza, tutto. Mulinelli si formano in ogni dove e sollevano coriandoli di posidonia, onde frangono sulla battigia con crescente aggressività e rendono lo sbarco alquanto turbolento, nuvolette dispettose nascondono il sole proprio quando ne avremmo più bisogno. Mauro è chiaramente scontento e a nulla valgono i miei sforzi per fargli notare la bellezza della cala: mi ha attirato da lontano e non ho saputo resistere al suo richiamo. Poi come d'incanto tutto si placa: il sole torna a scaldare i ciottolini bianchi, il vento attenua le sue sferzate improvvise e non fa neanche troppo freddo, tanto che riusciamo a cenare fuori dalla tenda.
Il tramonto ci regala un momento indimenticabile e non appena ci infiliamo nei sacchi a pelo crolliamo come due pere cotte.


Domenica 14 maggio 2017 - 8° giorno di viaggio
Akrotiri Iliadoros - Akrotiri Gardiki, Corfù (31 km)
Vento NW 18-21 nodi (F5) - mare da calmo a mosso - 20°C
Il risveglio è lento, come piace a noi.
Il sole entra piano in tenda. Il vento riprende piano a imbiancare il mare. Le onde salgono piano a lambire le poppe dei kayak.
Tutto inizia piano, con calma, senza fretta. Anche la nostra giornata, la prima con un bel sole caldo di inizio estate.
Provo a grufolare un po' sulla spiaggia mentre Mauro si fa la barba ma non c'è niente da raccattare e torno a mani vuote a smontare il campo. Meglio così: quando non ho da riporre sassi e ricci e conchigliette varie, riusciamo di solito ad imbarcarci ad un orario decente. Stamattina, però, perdiamo del tempo prezioso per un altro motivo, e non per colpa mia e delle mie manie: uno dei soliti cafonauti della domenica, che Mauro prontamente definisce "marinaio da ghigliottina" (anche se marinaio è già troppo lusinghiero per i miei gusti) si affaccia alla cala, getta l'ancora al centro e tiene il motore acceso per un'eternità. Incurante delle nostre manovre di avvicinamento al mare, che richiedono un evidente sforzo combinato, specie per girare i kayak con la prua alle onde sfruttando il notevole scalino creato sulla spiaggia dalla risacca della notte, il tipo paffuto e tatuato si posiziona proprio davanti a noi, occupando il poco spazio libero dagli scogli sommersi. La tipa paffuta e tatuata al suo fianco, incurante della nostra attesa, si tuffa per un bagnetto con annesso gridolino. Poi risale sulla scaletta che il tipo le porge e sembrano decisi a ripartire. Il tipo tatuato accende i motori e la tipa tatuata recupera l'ancora ma... qualcosa non funziona e l'ancora non ne vuole sapere di risalire. Provano e riprovano per almeno mezz'ora, appestando l'aria e intorbidando l'acqua. Noi intanto decidiamo di entrare in acqua, cercando di schivare sia gli scogli che il motoscafo. Quando lasciamo la nostra cala per una notte, i due tipi tatuati stanno ancora lì a cercare invano di recuperare l'ancora.
Non facciamo in tempo a doppiare il primo capo che si avvicina un secondo "marinaio da ghigliottina": questi sono sei, a dire il vero, tutti belli affacciati ad ogni parapetto del motoscafo, a prua a poppa e su ogni lato. Da quando hanno preso a noleggiare motoscafi a motore anche a chi non ha la patente nautica, s'è persa non solo la cultura del mare ma anche la nozione delle più elementari regole di navigazione, tipo quelle sul diritto di precedenza e sugli obblighi di incrocio... Vabbè, questi sei tipi ci tagliano il mare a prua, tra un putiferio di spruzzi, urletti e saluti entusiasti. A cui noi non rispondiamo: siamo sempre contenti di ricambiare i saluti in mare, ma da oggi rifiutiamo il saluto ai "motocafonauti", ecco!
La costa è molto verde e lussureggiante, con un bel monastero costruito a pochi passi dal mare ed immerso nella vegetazione circostante. Peccato che subito dopo si susseguano degli alberghi giganteschi, ma forse c'è ancora spazio per il campeggio libero organizzato, a giudicare da tutte quei teli da spiaggia colorati che svolazzano nella caletta limitrofa. Poi altri alberghi, altre case sul mare ma anche tanti altri pini e cipressi.
Poco oltre si profilo uno scoglio che sembra un piccolo ritrovo di civette che ci osservano incuriosite, ma è solo il gioco di luci ed ombre di questo primo sole estivo. Potrebbe offrirci un riparo per sgranocchiare uno spuntino ed invece ci tocca proseguire per altri cinque o sei chilometri, fino all'isolotto più grande, nei pressi del quale scorgiamo la nostra prima tartaruga Caretta caretta: se ne sta un paio di metri sotto il pelo dell'acqua a nuotare placida su questi bassi fondali sabbiosi disseminati di scogli semi-sommersi. Non c'è nessuna possibilità di sbarco, a meno di non voler ingaggiare una sfida con le onde frangenti di un oltre metro, e così ci accontentiamo di scendere in mezzo metro d'acqua nel piccolo passaggio ridossato dal vento offerto dall'isolotto. 
Abbiamo preso questa abitudine per noi insolita di saltare il pranzo e di sgranocchiare in navigazione uno dei fruttini di mele cotogne del Mammut oppure una delle barrette di sesamo col miele che qui in Grecia sono molto comuni. Riusciamo così a sfruttare in pieno le ore centrali della giornata, da mezzogiorno alle cinque, per coprire la nostra tappa quotidiana senza correre dietro al tempo e senza perderci nessun pezzetto di costa. Risaliamo in kayak dopo la veloce ricarica di zuccheri e ci apprestiamo a costeggiare un altro tratto di costa alta e rocciosa.
Il mare è cresciuto, insieme al vento. Adesso le onde, che stamattina ci spingevano a velocità sostenuta e ci facevano sfiorare i sette nodi, sono diventate più paffute, irregolari e dispettose e molto volte ci impongono di usare il frustino per domare i cavalli più irrequieti.
Poi la costa si abbassa e si rovina. Skala è un paesino anonimo che di bello ha solo il nome: le scogliere di arenaria rossa sono sormontate di casette per le vacanze che hanno tutte i muretti precipitati in mare. Le scalette in legno o ferro che penzolano nel vuoto mettono tristezza.
Raggiungiamo le prime propaggini del grande lago salato di Korission e cominciamo ad essere preoccupati di non riuscire a trovare un luogo riparato dal vento dove poter montare la tenda. E siamo anche impensieriti da queste onde frangenti che si caricano non solo di spuma bianca ma anche di filamenti di posidonia, che nel momento dello sbarco sono capaci di infilarsi dappertutto, sotto i tienti bene dei ponti, sotto i pannelli solari, sotto le pagaie di riserva e persino dentro al pozzetto. Abbiamo imparato ad amare la posidonia, soprattutto da quando il mio fratellino geologo marino ha iniziato il progetto Medonia, ma detestiamo quando ci costringe alle grandi pulizie di primavera sul kayak.
Ma siamo fortunati: la prima parte del sentiero costiero è occupata da un vecchio bar abbandonato, dotato però ancora di una doccia d'acqua dolce e di un comodo tavolato con tanto di tettoia e parete retrostante. Il luogo è perfetto, anche se un tantino malandato. Impieghiamo una buona oretta per lavare i kayak dalla sabbia e dalla posidonia ma poi godiamo di tutte le comodità, persino dell'acqua corrente per lavare i piatti dopo cena!


Lunedì 15 maggio 2017 - 9° giorno di viaggio
Akrotiri Gardiki - Paralia Arkoudilas, Corfù (25 km)
Vento NW 8-10 nodi (F3) in attenuazione - mare poco mosso e quasi calmo - 20°C
Quando tira vento, anche solo una bava di vento, una spiaggia di sabbia diventa un incubo per il canoista di lungo corso.
La sabbia s'infila dappertutto, in kayak, nei vestiti e nella scodella della prima colazione, e rende la vita in campeggio nautico una prova di coraggio. 
L'unica nota positiva di una spiaggia di sabbia è che la sabbia pulisce meglio di ogni altra cosa la mia lavagnetta degli appunti.
Questa spiaggia di sabbia è lunga cinque o sei chilometri, l'intero sviluppo del lago salato interno. Per un lungo tratto, è anche sormontata da dune alte e nobili, di quelle ormai sempre più rare nel Mediterraneo perchè sempre più ambite da turisti e catene alberghiere. Qui a Corfù hanno saputo proteggere la duna costiera con un sentiero segnalato ed alcune barriere di canne per riparare i punti più delicati. Ci sono gigli di mare ovunque e nel periodo della fioritura offriranno uno spettacolo nello spettacolo. Non ci sono strade. E la duna mostra tutta la sua grandiosa bellezza.
Poco oltre si apre un paesino anonimo che però attira l'attenzione di Mauro: ha finito le sigarette. Torna con due gelati, il nostro pranzo di oggi.
Dopo qualche altro chilometro di costa bassa e casette in bilico sulla scogliera, tornano le pareti di arenaria alte e imponenti.
Somigliano a quelle del Canal d'Amour a nord di Corfù, gli stessi colori ambrati e le stesse striature grigiastre, ma qui sul versante sud-occidentale hanno un aspetto meno inquietante: non sono più così verticali e strapiombanti e gli alberi non sono più così precari sulle sommità franose. Qui le scogliere hanno spicchi triangolari creati da erosioni e frane e dall'instancabile lavorio del vento e dell'acqua e ogni triangolo di sabbia dorata è ricoperto di arbusti caparbi e verdissimi che macchiano di colore questa distesa uniforme di striature grigio-ambrate. Sono scogliere molto alte ma anche molto profonde, scavate da canyon che serpeggiano nell'interno come a voler cercare un nascondiglio sicuro per ripararsi dagli assalti del mare.
Le onde oggi si sono attenuate ma la costa è disseminata di scogli affioranti e di tanto in tanto si creano ancora frangenti che imbiancano il mare. 
Dobbiamo destreggiarci tra le secche, chiedendo ai Voyager di sopportare continui cambi di rotta. E' divertente, anche se un tantino faticoso.
Le scogliere di arenaria sembrano non finire più: si alternano in un sali scendi molto suggestivo per una decina di chilometri, lungo i quali non si incontrano che tre o quattro ristorantini sulla riva del mare, nei punti in cui le gole si allargano e lasciano spazio ad una strada sterrata.
Non ci sono altro che scogliere punteggiate di macchia mediterranea e profumo di miele nell'aria. Niente case, niente alberghi, nient'altro.
Non stacchiamo più gli occhi dalla costa.
Se non fosse per l'esiguità della spiaggia, così schiacciata sotto la scogliera, ci piacerebbe fare una bella sosta da queste parti. La lunga spiaggia rossa di Megali Laka è senza dubbio la più bella: e ha un piccolo porticciolo, metà naturale e metà artificiale, dove sono ormeggiati un paio di pescherecci e un paio di motoscafi. Dalla barriera frangiflutti, creata con gli stessi massi crollati dalla scogliera, ci salutano due pescatori, tutti intenti a fare i complimenti ai due sub che sono appena riemersi con due grossi pesci appena arpionati.
Ci viene voglia di calare le nostre povere lenze, che sono da giorni a prendere acqua e sale sul ponte posteriore del mio Voyager. Il sole che da ieri è diventato padrone assoluto del cielo azzurro, ha scaldato per bene l'aria, tanto che quando entriamo in baiette ridossate il caldo si fa sentire al punto da farci desiderare di togliere anche la giacca d'acqua a maniche corte (che da ieri speriamo abbia definitivamente sostituito quella a maniche lunghe). L'acqua però resta ancora freddina, specie per i miei gusti, e restare immersi fino alle ginocchia per lavare l'eventuale bottino di pesca non è proprio quel che più ci entusiasma in queste prime giornate di viaggio non ancora pienamente estivo. Aspetteremo.
Nel frattempo, la costa si alza ancora e crescono le scogliere triangolari macchiate di macchia mediterranea.
E' così fino al penultimo capo meridionale dell'isola, caratterizzato da un lungo sperone roccioso che si allunga in mare come un uncino, tanto da accogliere nel suo incavo un altro piccolo porticciolo naturale. L'uncino è basso sull'acqua e disseminato di grandi massi tondeggianti, perfettamente levigati come grandi uova di dinosauro. Provo a farli notare a Mauro, che però già fila verso il nostro campo base, scovato in una zona della spiaggia a mezza luna che diventa un poco più profonda, proprio sul limitare del sentiero costiero che arriva fino all'altro capo meridionale di Corfù, l'ultimo.
Qui l'isola finisce e davanti a noi c'è solo il mare calmo e la foschia che avvolge Paxos, la nostra prossima meta.

venerdì 12 maggio 2017

Vento forte di burrasca

Giovedì 11 maggio 2017 - 5° giorno di viaggio
Avlaki - Agios Stefanos, Corfù (34 km)
Vento S-SE 44 nodi (F9) - Mare da mosso a calmo - 20°C
Abbiamo montato la tenda al buio, appena rientrati dalla cena in taverna.
La luna piena non era ancora sorta ma a farci luce sono arrivate decine di lucciole!
Non ci era mai capitato prima di addormentarci tra tante lucine intermittenti e svolazzanti.
Il vento gelido ci porta in tenda anche il gracidare di sottofondo delle ranocchie che popolano lo stagno retrostante e l'odore intenso della macchia mediterranea che in questa piccola penisola verde del nord-est di Corfù è punteggiata di fiorellini gialli, arancioni e viola e persino di tanti papaveri rossi. Si schiudono di primo mattino e impreziosiscono la corona verde che cinge la nostra spiaggia.
Appena sveglia passeggio sulla battigia in attesa che si svegli anche l'Uomo di Ferro. Tra i sassolini policromi della riva trovo un piccolo pescecane di plastica e torno tutta contenta alla tenda: "Questo significa che possono iniziare la mia nuova collezione di pescetti delle Isole Ioniche", dico tutta contenta a Mauro. E lui freddo di rimando: "La cosa non mi fa piacere per niente!"
Comincia così una nuova giornata di kayak e di mare.
Con poche pagaiate raggiungiamo il piccolo paesino costiero di Kassiopi: i ruderi dell'antico castello sono avvolti da una fitta boscaglia e appena fuori dal porticciolo si rincorrono ville con piscine e parchi e terrazze panoramiche. I numerosi stabilimenti balneari sono già pronti per la stagione estiva e sfoggiano sdraio colorate ben appaiate sotto gli ombrelloni di paglia. Ma sono ancora vuoti perché i turisti, pur numerosi, non si arrischiano a scendere in spiaggia quando il cielo è così plumbeo da minacciare pioggia da un momento all'altro. L'acqua arriva e ci accompagna per un buon tratto: scende prima timida, gocciolando leggera sul pelo dell'acqua, poi decisa e pesante, imponendoci di calcare in testa il cappello impermeabile, infine costante ma gentile e neanche troppo fredda, tanto che il suo ticchettio ritmato diventa una piacevole colonna sonora.
Le previsioni annunciano già da giorni un forte vento meridionale e noi ci ritroviamo nel posto giusto al momento giusto: la costa settentrionale di Corfù è abbastanza ridossata e le raffiche che imbiancano lo stretto arrivano attutite nel golfo di Avlaki e ci sospingono veloci fino al capo più settentrionale dell'isola senza farci fare quasi nessuna fatica. Questo è il mare che ci piace navigare, quando possiamo "pagaiare a babà", come direbbe il nostro amico Papele, e sul gps spuntano come per incanto velocità incoraggianti fino a 6 nodi. Ogni tanto capita, meglio approfittarne.
Raggiungiamo in un baleno il faro di Akrotiri Ekaterini, un lilliput-faro a cui siamo ormai da lungo tempo abituati: non è in muratura, come ci si aspetterebbe di trovarne sui capi più pronunciati, ma piuttosto, come spesso accade in Grecia, è una misera struttura metallica dipinta di bianco sormontata da un pannello solare per alimentarne la luce. Ci consoliamo leggendo il suo codice di riferimento, Fl10s3m6M, che indica il tipo di luce, la frequenza, l'altezza e la portata del faro: imparare a leggere le carte nautiche è stata una delle nostre prime passioni e ogni volta riscopriamo che sono dei grandi libri aperti che, a saperli leggere ed interpretare a dovere, raccontano tantissime cose utili ed interessanti sul mare.
Fino al successivo capo è tutto un susseguirsi di bassi fondali e scogli affioranti e lunghe spiagge di sabbia chiara e fine.
Poi la costa si alza e alcune collinette di arenaria creano delle strane e curiose conformazioni rocciose, tutte striate di linee orizzontali grigio chiaro e grigio scuro che attirano subito la nostra attenzione.
Sulla mappa dell'isola ho riportato il punto esatto in cui avevamo fatto campo durante il viaggio dell'estate 2008, quando con un gruppo di quattro amici abbiamo circumnavigato l'isola per la prima volta. E' passato talmente tanto tempo che non riesco a ricordare se avevamo scelto di fare il giro orario oppure antiorario e per quanto mi sforzi non riconosco quasi nulla di questa costa già battuta ma che mi sembra sconosciuta.
La costa bassa e anonima non aiuta la memoria. Fino al paese di Sidari si susseguono delle villette a due piani che a Mauro ricordano le casine del Polesine, per essere tutte costruite col tetto spiovente ma senza grondaie. Alcune sono talmente vicino al mare che, come spesso avviene, i muretti di recinzione sono stati mangiati dalla furia delle onde. Per quanto si siano ingegnati con cataste di sassi giganti e con pile di tubi in cemento, per creare delle fantasiose ed alquanto precarie barriere frangiflutti, non sempre i locali sono riusciti a conciliare l'avidità della terra con il rispetto dell'ambiente, tanto che persino il piccolo cimitero è stato chiuso dietro un alto muraglione tirato su ad un passo dal mare.
Poi la memoria mi torna tutta insieme. Non appena entriamo nel Canal d'Amour.
In un luogo suggestivo persino nel nome, Akrotiri Apotripoti, si aprono una serie di alte scogliere di arenaria scavate dal vento e dall'acqua con una creatività artistica da far invidia al più talentuoso scultore: tra le lamine monocromatiche si aprono delle piccole nicchie scure che in alcuni punti sono riuscite a crearsi un varco fino a raggiungere altre nicchie vicine, così da formare una concatenazione di tante navate in miniatura che impreziosiscono questa piccola cattedrale di sabbia stratificata.
Ad un certo punto la costa sembra richiudersi su se stessa e queste perfette pareti verticali, così levigate e traslucide, si insinuano nella terra fino a creare uno stretto e lungo canale serpeggiante, in cui entra a malapena un kayak: la leggenda vuole che la donna capace di percorrere a nuoto l'intera insenatura possa conquistare per sempre il cuore dell'uomo dei suoi sogni... Chissà se vale anche per le canoiste. E comunque, l'uomo dei miei sogni nel Canal d'Amour si guarda bene dall'entrare, preso com'è dalla ricerca spasmodica di un triangolo di spiaggia su cui sbarcare.
Ma gli unici possibili attracchi sono stati nel tempo colonizzati da bar, taverne e discoteche, privando due poveri viandanti del mare della possibilità di scendere per montare le tende. Quell'unica spiaggetta di sabbia rossa incassata tra le scogliere di arenaria è sovrastata da un enorme riflettore che garantisce notti illuminate ed insonni e che incombe sulla balconata in legno e vetro del "sunset bar" con tutti i tavolini già preparati per la sera.
E capisco che la memoria non trattiene ogni cosa, la mia almeno: io lascio spazio solo alle cose belle!
E così fino a sera, una volta che le ultime propaggini del paesini vacanziero lasciano spazio alle impraticabili ed inarrivabili scogliere verticali, noi pagaiamo in perfetta solitudine tra triangoli di arenaria striata di grigio perla e giallo ocra e sormontata da un sottile strato di macchia verdeggiante, abbarbicata alla sommità in condizioni incerte e instabili, con gli alberelli più esterni già secchi ma ancora eretti e con molti arbusti ormai appesi nel vuoto e caracollati giù in mare. E' una costa spettacolare di pareti tagliate di netto, contornate di faraglioni e archi naturali e grotte passanti e isolette e scogli isolati, il tutto striato di grigio in una perfetta sovrapposizione di linee orizzontali. E' così per oltre dieci chilometri, fino a quando ritrovo il piccolissimo promontorio su cui avevamo fatto una sosta memorabile nove anni addietro, tirando in secca i cinque kayak sugli scaloni piatti ed inclinati e giocando per ore ad imbrattarci viso e corpo con il fango del luogo, dalle decantate proprietà miracolose...
E poi ancora scogliere e stratificazioni e sezioni triangolari, mentre noi vaghiamo alla ricerca di una spiaggia che non c'è, benchè sulla carta ce ne siano segnate almeno tre: tutte impraticabili, così risicate sotto le pareti strapiombanti e sgretolate che non ci fideremmo neanche a farci una sosta, figurarsi un campo per la notte...
Poi finalmente la costa si abbassa, si profila in lontananza un paesino e pian piano si preannuncia un'altra cena in taverna.
Il tramonto ci regala qualche raggio di sole che tinge il mare d'argento e scalda l'aria quel poco da farci cambiare senza battere i denti.
In meno di mezz'ora siamo in paese, pronti per gustarci una cena coi fiocchi: ma qualcosa non funziona come dovrebbe e mangiamo male come mai ci era capitato prima in Grecia. Neanche il balletto improvvisato dai due camerieri più giovani ed aitanti sulle note di Zorba il Greco riesce a toglierci dalla bocca il retrogusto amaro della delusione: non tutte le ciambelle riescono col buco.


Venerdì 12 maggio 2017 - 6° giorno di viaggio
Agios Stefanos - Agios Stefanos, Corfù (0 km)
Vento S-SW 35 nodi (F8) - Mare molto mosso - 20°C
Altre lucciole a tenerci compagnia per la notte.
E il fruscio costante delle canne ad attenuare le folate più aggressive che si abbattono sulla tenda.
Ma anche il gorgheggio costante delle onde frangenti che crescono di ora in ora e che diventano ruggenti di primo mattino.
Su questa bella ed ampia spiaggia a mezza luna, incassata all'estremità nord-occidentale di Corfù, i riccioli di ritorno del vento forte che investe l'isola gonfiano il mare con una gradualità crescente. Il basso fondale sabbioso fa il resto: in poco tempo la rinomata "Golden Beach" si riempie di surfisti a caccia di onde da cavalcare. Le creste bianche si allungano sempre più e sopra il metro di schiuma si innalza un altro metro di spruzzi, lanciati in aria dal vento contrario che sfilaccia con accanimento ognuno di quei cavalloni morbidi e corposi. Le mute nere dei ragazzi più intrepidi scompaiono e ricompaiono tra le onde, risaltando nel mare color verde smeraldo: vicino alla riva, invece, i surfisti vengono spesso disarcionati e le loro tavole colorate affondano per qualche istante nell'acqua divenuta color sabbia per i granelli di rena in sospensione. Quella stessa sabbia che ha ricoperto i kayak, s'è infilata in ogni gavone e ha reso complicato smontare la tenda e riporre materassini e sacchi a pelo nelle relative sacche. Abbiamo ingaggiato una breve battaglia mattutina col vento e alla fine, stremati e scontenti, abbiamo riparato nella più vicina taverna.
Stavolta per fare colazione. All'inglese. L'isola di Corfù vanta una sostanziosa presenza di turisti britannici, tanto che i negozietti del posto fanno sventolare appena sotto la bandiera greca anche quella anglosassone. Non commettiamo l'errore di ieri sera e scegliamo con cura un'altra taverna: stavolta a due passi dai kayak. "Così possiamo vedere il mare", sottolineo io. "Come se non ne vedessimo mai abbastanza", ribatte Mauro.
Ma quello di oggi è il mare che guarderemmo per ore e per giorni. Senza stancarci mai. Cambia ogni momento, restando sempre lo stesso affascinante potente ed infinito mistero di sempre. Cambia il colore, cambia l'odore, cambia il rumore. Cambia il suo aspetto esterno, ora mosso ora calmo, ma non cambia mai la sua essenza intima, il grande involucro liquido del mondo. Il mare seduce ed ammalia. Il mare addestra e insegna. Il mare è maestro di vita.
Il bello del mare è anche questo: quando tira vento al massimo ti ricopri di qualche spruzzo salato. Il brutto della terra è invece che quando tira vento ti ricopri immancabilmente di sabbia, polvere e lerciume. E i capelli diventano spighe di grano.
Ci sentiamo sporchi più del solito. Assomigliamo tanto a Pig-Pen, l'amico polveroso e impolverato di Charlie Brown, quel bimbetto sempre avvolto in una nuvoletta di sporco e che ammette serafico di portarsi addosso "la polvere di secoli"...
In mare siamo puliti, lavati e felici: le unghie sempre bianche, le dita sempre morbide, le mani sempre vellutate. Solo la pelle del viso è un po' tirata e imbrattata di salsedine, ma basta un gesto e un getto d'acqua, anche salata, per sciogliere via ogni alone biancastro... A terra è tutta un'altra storia.
Domani il vento è dato in attenuazione, quel poco per farci sperare di poter riprendere il mare!
Intanto facciamo buon viso a cattivo gioco ed ascoltiamo i racconti del proprietario della taverna, il simpatico e baffuto Manthos.
Il nonno ha aperto il primo locale della zona, erano gli anni venti del secolo scorso e gli avventori erano soltanto i pescatori del posto. Negli anni trenta ha anche restaurato la chiesetta di origine bizantina che svetta sulla scogliera davanti al porticciolo in disuso e lo zio è diventato il primo monaco ortodosso, promosso nel tempo dal Vescovo di Corfù a diacono, pope e persino archimandrita. In un inglese stentato ma generoso, l'anziano ristoratore ci spiega che è lui adesso ad occuparsi della manutenzione della chiesa che da' il nome al paese. Ci invita anche a leggere la storia riportata sul menù, che noi sfogliamo ancora prima di metterci a mangiare: sembra che Santo Stefano, a cui la chiesa è appunto dedicata, abbia trasformato in pietra la prima nave pirata che provò ad avvicinarsi all'isola. Anche l'Odissea di Omero parla di una nave pietrificata, quella che Ulisse ricevette in dono da Nausica per ritornare ad Itaca e che invece il dio del mare Poseidone trasformò in pietra non appena l'eroe del mare lasciò il porto. In molti sostengono che si tratti proprio del porto di Agios Stefanos e che la nave pietrificata di Ulisse sia la piccola isoletta di Kravia, che allunga il suo inconfondibile profilo di naviglio naufragato proprio al di là del capo. Talmente forte era la credenza locale legata alla nave pietrificata che degli archeologi tedeschi iniziarono degli scavi importanti nella zona per cercare l'antica residenza di Alcinoo, il re dei Feaci ed il padre di Nausica: non riuscirono a trovare nè la residenza imperiale nè la nave pietrificata ma portarono alla luce degli insediamenti neolitici talmente interessanti da giustificare scavi successivi che si protrassero fino agli anni sessanta del Novecento.
Il piccolo villaggio di pescatori è cresciuto nel tempo e intorno alla chiesa sono sorti negozi, ristoranti e alberghi: il confronto col passato non regge perchè sembra essere andato perduto il fascino rupestre del luogo isolato e sconosciuto, ma a partire dagli anni sessanta i turisti inglesi hanno preso ad arrivare sempre più numerosi... E sul menù la storia finisce così: in Grecia anche il posto più piccolo ha una storia importante e ogni angolo del paese è parte della grande storia greca, che coniuga passato e presente, mitologia e realtà!
La realtà storica, in effetti, dice che Corfù è stata un'antica colonia di Corinto col nome di Corcyra: per rendersi indipendente da Corinto, Corfù chiese aiuto ad Atene proprio quando Corinto lo chiese a Sparta e l'isola diventò così indirettamente la causa della disastrosa guerra del Peloponneso, che di fatto cancellò dalla storia la grandezza di Atene. Contesa poi da Bizantini e Normanni, perchè da sempre ponte tra l'Egeo e la Sicilia, Corfù passò poi sotto la dominazione veneziana: molti ulivi furono allora piantati sull'isola perchè la popolazione locale potesse pagare i tributi alla Serenissima in olio d'oliva. Dopo lunga dominazione turca, durata quattro secoli pieni, Corfù divenne prima francese a fine Settecento e poi inglese per tutto l'Ottocento, fin quando ai primi del Novecento la neonata monarchia greca riconquistò i territori dell'Epiro, del Dodecanneso e dell'Egeo Settentrionale. C'è stata anche una breve occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale (che ha lasciato un segno profondo ma anche una punta di vivo orgoglio nei Corfioti e nei greci tutti, che festeggiano come giornata nazionale il "No" del primo ministro Metaxa alla richiesta di invasione di Mussolini) e il feroce regime militare della giunta dei colonnelli (che pure ha marcato la storia greca recente, tanto che in molti parlano ancora di "passato nero") e la rinascita democratica del primo governo socialista di Papandreu del 1981 e dell'ingresso nell'Unione Europea del 1986... Nonostante la recentissima crisi economica e le vessazioni imposte dalla Troika, in Grecia si sentono tutti molto europei e anche qui a Corfù il sentimento europeista sembra molto forte, a giudicare dal folto numero di bandiere blu con le stelle dorate che sventolano sui pennoni di alberghi, negozi e palazzi comunali.
Gli inglesi, comunque, più di altri popoli, hanno lasciato un'impronta incisiva, forse perchè Corfù è diventata un'isola di fama internazionale proprio da quando hanno preso a frequentarla i regnanti europei e hanno iniziato a tesserne le lodi gli scrittori inglesi, come quell'Henry Miller che vi tornava spesso per "assaporarne la solitudine" o quel Laurence Durrel che ne descrisse il paesaggio bucolico in alcune delle sue opere più famose.
Sta di fatto che a Corfù giocano a cricket, mangiano focaccine all'uvetta e bevono birra allo zenzero.
Mauro invece ha assaggiato la birra rossa di Corfù ed è rimasto molto soddisfatto.
Non sappiamo ancora cosa mangeremo per cena ma il menù di Manthos ispira molte storie, culturali e culinarie.

mercoledì 10 maggio 2017

La battaglia delle giacche d'acqua

Martedì 9 maggio 2017 - 3° giorno di viaggio
Nea Selefkia - Confine greco-albanese (20 km)
Vento NW 8-10 nodi (F3) - mare da poco mosso a calmo - 19°C
Prima ancora del sole, ci svegliano i rondoni che discutono animatamente appollaiati sulla nostra tenda.
Ma noi restiamo impassibili fino allo scoccare delle dodicesima ora: ritemprati dalla lunga notte, andiamo a fare colazione al bar!
Il paesino affacciato sul mare è ancora sonnolento: due pescherecci ancorati in porto e due barche a vela impegnate in ripetute manovre di ormeggio, qualche ragazzotto che gira in motorino e poche persone che passeggiano davanti alle cinque taverne di pesce.
Non c'è molta scelta, dobbiamo accontentarci di due cornetti gelato e di due caffè frappè, stamattina senza ghiaccio.
Il sole tarda ad uscire ma quando finalmente si apre un varco tra le nuvole paffute allora la mattinata prende un'altra piega: ce ne restiamo seduti al tavolino all'aperto gustandoci un dolce far niente insieme allo spettacolo di questo mare interno stirato dalle prime ore di luce e dalla completa assenza di vento. Ovunque si volga lo sguardo, da questo paesino senza nome e senza storia, si scorgono terre emerse tutte intorno alla linea dell'orizzonte e sembra quasi di trovarsi sulla riva di un grande lago pacioso e cinereo. Riconosciamo le alture di Corfù verso ovest e le ultime propaggini di costa greca verso nord, come pure le isolette che chiudono il golfo di Igoumenitza e si protendono ancora più a sud: la costa si insinua dentro e fuori molti golfi e golfetti e anche le montagne salgono e scendono come per rincorrere le nuvole che vagano in cielo.
Siamo quasi pronti a prendere il mare quando compare un camper bianco con la fiancata ricolma di adesivi: una coppia di tedeschi dai capelli bianchi scende per chiedere informazioni sul posto e per rispondere ai nostri sguardi meravigliati quando notiamo una mappa del mondo con parecchi paesi colorati in verde, rosso e marrone. Ci spiegano che sono i luoghi visitati in dieci anni di viaggi tra la Terra del Fuoco e l'Alaska. Adesso stanno per lasciare la Grecia, risalire l'Albania e la ex-Yugoslavia e tornare a casa prima del grande caldo... Restiamo senza parole, a bocca aperta e completamente affascinati dalla loro avventura: in confronto, il nostro viaggio diventa un giretto intorno all'isolato!
Oggi il tempo è bizzarro: il sole ancora splende sulla spiaggia dell'imbarco ma dense nubi scure si addensano oltre i monti.
Siamo indecisi se tenere o meno il cappello nord-ovest a portata di mano, in caso di pioggia. Ci imbarchiamo sperando che non piova ma con addosso la giacca d'acqua a maniche corte. Dopo neanche tre chilometri, però, iniziano a scendere goccioline fredde e sempre più frequenti e dobbiamo fare una sosta per indossare la giacca d'acqua a maniche lunghe, anche se fino all'ultimo momento il sole ci tiene sulle spine perchè appare e scompare dietro le nuvole. Appena sbarchiamo brilla sullo specchio del mare, tanto da farci tentennare per l'ennesima volta. Ma non ci lasciamo ingannare: quando finiamo di vestirci, il sole si nasconde. E non esce più per il resto della giornata. E piove fino a sera!
E la costa è anonima, poco frastagliata, bassa e quasi completamente disabitata.
I cinque sensi sono tutti sollecitati: il tatto impegnato ad impugnare le nostre belle pagaie groenlandesi, finalmente restaurate dopo la lunga invernata di manutenzione; il gusto ancora stordito dai fruttini di mele cotogne con cui abbiamo pranzato, quelli fatti in casa dal Mammut che Mauro ha diviso in confezioni monodose sottovuoto; la vista abbagliata dal chiarore perlaceo di questa giornata invernale, anche se la scogliera è ricoperta dalle macchie gialle delle ginestre in fiore, oggi anche più lucide del solito per essere dilavate dalla pioggia; l'udito occupato a riconoscere i versi dei pochi animali che aleggiano all'intorno, qualche gabbiano familiare ed un airone che non si capisce come possa conciliare una tale eleganza nel volo con un verso tanto sgraziato. Ad un certo punto sentiamo anche i campanacci delle mucche al pascolo e tra la macchia bassa e rada scorgiamo il loro manto nero e fulvo. Quando abbiamo fatto la sosta per indossare le giacche d'acqua, siamo rimasti sorpresi anche da uno strano rumore di sottofondo, continuo e persistente, che sulle prime non siamo riusciti ad identificare: abbiamo impiegato qualche minuto per capire che si trattava del ronzio corposo di api e calabroni. "Chissà quanti saranno, dico a Mauro, e cosa ne sarebbe di noi se scendessero tutti in spiaggia". "Ma noi non siamo fiori", prova a tranquillizzarmi lui...
Il senso più sollecitato della giornata è senza dubbio il gusto. L'aria è intrisa di un forte odore di miele, simile a quello dei tigli in fiore all'inizio della primavera, ma talmente intenso che sembra di avere un barattolo di miele aperto sotto il naso. Siamo sottovento ed il vento spira da terra e così ci arrivano netti e diretti gli aromi della boscaglia bagnata dalla pioggia, della macchia mediterranea battuta dalle capre selvatiche e delle onde che ogni tanto frangono tra gli scogli e riempiono l'aria di iodio. Questo è per noi l'odore di mare, l'odore della vita di mare. Un miscuglio di profumi di terra e di aria che è possibile gustare solo dal kayak.
Fortuna che siamo sottovento, altrimenti la magia olfattiva sarebbe rovinata dal penetrante ed inconfondibile olezzo degli allevamenti ittici che si susseguono per oltre 10 chilometri (mai vista una così alta concentrazione di allevamenti!). In ogni ansa si scorge una casetta del custode, in mare una barchetta dal fondo piatto e ovunque boe gialle e arancioni che proteggono la zona dalla navigazione a motore. Noi ci troviamo spesso a entrare e uscire tra le vasche galleggianti ed i filari di bidoni blu per gli allevamenti di mitili. Capiamo così, dopo quasi quattro anni, l'origine di quei bidoni spiaggiati che notavamo in gran numero sulle coste dell'Isola di Eubea nel 2013: sono utilizzati per sostenere i filari di cozze, e qui sono talmente numerosi che si saranno sparsi forse fino al Mar Egeo...
Oggi le ore volano e ogni volta che abbasso lo sguardo sul gps leggo un numero in più sul totale dei chilometri percorsi: 10, 15, 18...
Quando finalmente si interrompere la monotonia di una pioggia che sembrava infinita, allora scegliamo il punto di sbarco.
Entriamo in una piccola baia contornata di piccole spiagge e raggiungiamo quella più lontana ed isolata. Il sole sembra gradire la nostra scelta al punto che, una volta messo piede a terra, colora il cielo di un bell'azzurro acceso, allontana le ultime nuvole e resta a splendere caldo e avvolgente fino al tramonto. Ci gustiamo il risotto alla cantonese accanto alla tenda, dopo aver perlustrato la spiaggia alla ricerca di sassolini maculati e di ricci spiaggiati da una recente mareggiata più rovinosa delle altre... La luna sorge quando siamo pronti per andare a dormire.

Il confine greco-albanese!
I colori del mare!

Mercoledì 10 maggio 2017 - 4° giorno di viaggio
Confine greco-albanese - Avlaki, Corfù (18 km di cui 3 in traversata)
Vento NW 10-12 nodi (F3-4) - mare calmo e poco mosso - 19°C
Abbiamo dormito sul confine.
Sulla linea sottile ed immaginaria che separa la Grecia dall'Albania.
E' segnato sulla carta e riportato nel gps e noi sappiamo che c'è solo perchè siamo in grado di individuare il luogo esatto lungo la costa.
Ma a terra, e anche in mare, non c'è nessun segnale. Non un cartello, nè un cancello, nè altro. Il confine è stato eliminato tanti anni fa, quando anche l'Albania è entrata a far parte dell'Unione Europea. E' un confine invisibile e quindi inesistente. Come dovrebbero essere tutti i confini del mondo.
Di qua e di là del confine immaginario la terra è la stessa, i colori e i rumori e gli odori sono gli stessi, le mucche e le pecore e le capre al pascolo sono le stesse e anche i pascoli sono gli stessi, i fiori e gli alberi sono gli stessi, gli stessi scogli di qua e di là del confine, la stessa costa, la stessa sabbia. E lo stesso cielo, anche. Di qua e di là del confine il mare è lo stesso: il mare unisce i paesi che separa, dice un grande poeta croato, il mare fonde le terre di confine: il mare è il luogo senza confine per antonomasia.
Oggi ci svegliamo in Albania.
Gli uomini fanno le stesse cose di qua e di là del confine: ci sono allevamenti ittici anche in queste baie, ci sono barche dal fondo piatto e casette di guardiani anche lungo la costa albanese, ci sono solo le bandiere a segnalare una differenza altrimenti incomprensibile (di là bianche e blu a righe orizzontali, di qua rosse con l'aquila gialla). Cambiano gli idiomi di qua e di là del confine e anche noi sembriamo cadere nella trappola della incomprensione linguistica: Mauro mi fa notare che se lui riesce a capire il napoletano "azzeffunnato" allora io posso sforzarmi di capire il meneghino "sgigutato" (analogo forse al greco antico "scotoliare"!)... Poi ogni cosa si risolve in mare. Il pescatore sulla barchetta a motore, che non sappiamo se parli greco oppure albanese, e che non sa se parliamo italiano o dialetto mescolato, usa il linguaggio universale dei segni: una mano alzata al cielo per il saluto, un sorriso come benvenuto e un mano portata al mento per l'invito a bere un caffè. Caffè, caffè, continua a ripetere a voce sempre più alta, convinto ormai di essersi fatto capire. Rispondiamo grazie, anche noi più volte, ma poi decliniamo l'invito perchè le nostre barche si dirigono in direzioni opposte. Altro sorriso e altre mani levate al cielo.
Anche noi facciamo le stesse cose: anche oggi litighiamo col tempo per capire se mettere o meno la giacca d'acqua. Partiamo senza, convinti che il sole l'avrà vinta sulle nuvole, e così succede. Ma appena oltre il primo capo, il vento si alza contrario (ovviamente!) e ci costringe a ripensare i nostri piani: dobbiamo fare una sosta veloce per indossare la giacca d'acqua. Troviamo un'isoletta di sabbia all'ingresso del Canale di Butrinto che fa al caso nostro ma nel mentre il vento rinforza: scartiamo la giacca a maniche corte e tiriamo fuori quella a maniche lunghe. E Mauro indossa anche il cappello nord-ovest, benchè ancora splenda il sole e se non fosse per questo vento polare sembrerebbe di essere in una giornata estiva: e noi due vestiti come dei palombari norvegesi!
Ad un tratto le prue dei nostri kayak virano da 280° a 010° e noi capiamo di essere entrati nel tratto più stretto del canale di Corfù.
Possiamo prepararci a traversare sull'isola più settentrionale delle Ioniche della Grecia.
Prima di lasciare l'ultimo breve tratto costiero dell'Albania, però, facciamo un altro incontro curioso: un nutrito branco di mucche al bagno se ne sta' con le zampe infilate nell'acqua fino ai garretti. Mai visto niente di simile. Ci avviciniamo timidi e muggiamo a nostra volta per farci accettare nel mucchio. Molte mucche si voltano a guardarci incuriosite ma i vitellini sono irrequieti e noi preferiamo allontanarci: con poche pagaiate recuperiamo l'acqua profonda e verdolina del canale di Corfù.
Traversiamo in poco meno di mezz'ora, con un forte vento contrario che non ci permette di superare i due nodi.
Ma siamo da soli in mezzo al mare, non avvistiamo nessun'altra imbarcazione, salvo un aliscafo albanese che corre lungo costa, su quello che ormai per noi è diventato l'altro versante del canale. Il braccio di mare è largo appena tre chilometri. Superiamo il primo segnale cardinale, poi il faro verde sulla scogliera allineato con quello rosso sull'isolotto di fronte e poi doppiamo anche il capo nord-orientale dell'isola di Corfù. Per tutto il tempo non incrociamo nessuno. Pagaiamo da soli, a testa bassa per via del vento contrario. Dopo un altro capo scegliamo di darla vinta al vento. Sbarchiamo.
Sulla spiaggia giusta. Lo scalino di sassolini è molto alto e dobbiamo ingegnarci un po' per tirare in secca i kayak senza spezzarci la schiena. Ma il sole splende alto in cielo, il vento prima o poi calerà e soprattutto alla fine della spiaggia s'intravede una taverna! E' nostra: dopo quattro giorni di navigazione e di stenti, ci meritiamo proprio una cena in taverna!
Mangiamo il tabulè di verdure più buono di sempre e le acciughe marinate più fresche di sempre. Accompagnate da tzatziki e crema di melanzane e spiedini di carne e patate fritte. Tutto davvero molto buono. Lo diciamo alla cameriera in un modo talmente entusiasta che lei, dopo averci fatto i complimenti per le poche parole greche usate per l'ordinazione, si sente di tradurci in greco anche i nostri complimenti: Inne poli kalo!
Tsipouro a chiudere la serata: il liquore di anice di questa regione greca è l'ideale per scaldarci fino al rientro in tenda. Kalinikta!