Domenica 21 maggio 2017 - 15° giorno di viaggio
Preveza, Grecia - Agia Maura, Lefkada (16 km)
Vento W 8-10 nodi (F3) - mare da calmo a poco mosso - 20°C
La nostra terza settimana di viaggio inizia sotto la pioggia.
Restiamo bloccati in tenda da un temporale primaverile, di quelli che scaricano secchiate d'acqua.
Allora facciamo quello che mi riesce meglio, quello che come dice Mauro anche il dio Kronos viene da me per sapere come si fa: perdere tempo!
E le tre ore di acquazzone passano in un baleno, tra chiacchiere, sonnellini e sbirciatine fuori dalla tenda.
I nuvoloni neri che corrono in cielo sono uno spettacolo che si apprezza in pieno facendo campeggio nautico: la visuale spazia a 360° e si capisce da dove vengono e dove vanno, quanto tempo impiegano e quanta acqua trasportano. Contiamo di evitare gli ultimi scrosci ed iniziamo a smontare.
La giacca d'acqua è d'obbligo e mentre finiamo di prepararci si avvicina il tipo dell'unica barca a vela ormeggiata in porto: "Non mi dite che siete voi la coppia che sta per fare il giro del Peloponneso, vi seguo su Facebook!". Scambiamo ancora quattro parole, tra le nostre domande su Preveza, la sua città, e i suoi dubbi sulle nostre pagaie: "Ma davvero usate queste invece delle altre? E per tutto il tempo?"
Le nostre pagaie groenlandesi prendono il mare, il vento e la pioggia che è una meraviglia. Oggi che il sole impiega ancora mezza giornata per uscire, ci conducono sicure e leggere prima verso le porte della città di Preveza, sormontate da un castello sul mare, poi attraverso il canale navigabile che esce dalla laguna interna, disseminata di una selva impressionante di alberi di vele, infine verso l'aeroporto Aktio, costruito proprio a due passi dal mare, tanto che le ultime luci della pista di atterraggio sono poste su due pilastri di cemento ad una ventina di metri dalla costa. Gli aerei scendono a bassa quota proprio sulle nostre teste ed il rumore è assordante.
Pian piano ci allontaniamo dall'aeroporto e pian piano esce il sole.
Il vento che soffia sin dal primo mattino ha avuto il tempo di gonfiare della belle onde tonde e lunghe che, forse anche per i bassi fondali dell'ampio golfo triangolare che si spinge verso l'interno, si alzano fino ad oltre due metri e a tempi alterni nascondono ora l'orizzonte aperto sul mare e ora il promontorio sulla terra ferma verso il quale stiamo dirigendo. Le stesse onde si schiantano con grande frastuono sulle prime isolette sabbiose che si allungano davanti al canale di Lefkada. C'è una chiesetta col tetto spiovente di tegole rosse che spunta quasi dal nulla in mezzo a quel bailamme di schiuma bianca e sembra quasi dimenticata in mezzo al mare. Ci teniamo a distanza di sicurezza e ci avviciniamo alla costa in prossimità dell'ingresso del canale, alla ricerca di un punto di sbarco lontano dalle onde frangenti e possibilmente anche al riparo dal vento. Impresa ardua, oggi.
Il canale di Lefkada è stato scavato dal governo greco all'inizio del secolo scorso su precedenti canali già scavati dai corinzi intorno al VII secolo a.C. e da Augusto durante il dominio romano. Si riconoscono ancora i vecchi argini di mattoni che scorrono accanto ai nuovi di cemento armato, tutti che serpeggiano attraverso la doppia palude salmastra che occupa il bacino antistante la cittadina di Lefkada, che porta il nome stesso dell'isola. All'ingresso del canale sorge la fortezza medioevale di Santa Maura, che porta il nome della chiesetta eretta tra le sue mura. Anche il ponte girevole porta lo stesso nome della chiesetta ma è stato costruito da poco, forse qualche decennio, per sostituire la chiatta che faceva da traghetto tra le due sponde e che adesso giace arrugginita lì accanto.
Non siamo ancora arrivati sull'isola che già riconosciamo le due rampe del ponte girevole: vengono sollevate come le ali pieghevoli degli aerei cacciabombardieri da portaerei, e mentre si forma la fila di auto in attesa sotto il semaforo rosso il ponte si sposta su un lato e lascia passare le imbarcazioni in entrata o in uscita. Sbarchiamo sotto la fortezza e attraversiamo il ponte girevole a piedi per andare in città: appena tre chilometri ci separano dalla nostra taverna di questa sera, tre chilometri percorsi lungo il marciapiede basso e largo che costeggia il canale.
La cittadina di Lefkada è stata quasi interamente ricostruita dopo il terribile terremoto del 1953, quello che ha provocato ingenti danni e numerosi morti su tutte le Isole Ioniche della Grecia: ha però conservato alcuni elementi architettonici del suo glorioso passato e ancora si riconoscono le residenze neoclassiche, i viali pavimentati e le tradizionali case a due piani con le finestre colorate. Rispetto al porticciolo pieno di caicchi in legno che ci ricordavamo dalla nostra prima visita del 2009, oggi la capitale dell'isola vanta un moderno marina stracolmo di barche a vela e grandi yacht.
Rientriamo al tramonto, in tempo per salutare i nostri vicini di casa, due austriaci in camper diretti a Salonicco che hanno parcheggiato a pochi metri dai nostri due kayak, sotto il faro di ingresso del canale, che ha appena iniziato a lanciare i suoi due lampi ogni dodici secondi.
E' una notte secca e lunga, piena delle nostre amate dieci ore di sonno
Lunedì 22 maggio 2017 - 16° giorno di viaggio
Agia Maura - Aghios Nikitas, Lefkada (16 km)
Vento W 12-15 nodi (F4) - mare poco mosso - 21°C
Il posto è tranquillo, ma non proprio esaltante.
E' attiguo ad un cantiere nautico ed è il cimitero di alcuni relitti di pescherecci, dimenticati al lato del canale senza che nessuno si sia preso la briga di rimuoverli o demolirli. Ci penserà il mare, ed in poco tempo, a giudicare dal continuo moto ondoso che interessa la nostra spiaggetta ai piedi della fortezza medioevale di Agia Maura. E' anche il posto prediletto dei pescatori locali per venire a pulire il pesce: arriva prima un silenzioso vecchietto col cappello da capitano ben calcato sulla testa e poi un simpatico pancione che si siede comodo su un scoglio con due bagnarole di plastica tra i piedi. Incuriositi ricambiamo il saluto e ci avviciniamo: con una mazzetta da muratore sta frantumando centinai di sconcigli e già nell'acqua bassa si è riunita una discreta colonia di castagnole pronte a pasteggiare. E pensare che io ci metto un'estate intera a collezionare un pugno di sconcigli, e qui invece si mettono a spappolarli con la mazzetta...
Mauro mi distrae chiamandomi a contare le barche a vela che si accalcano all'ingresso del canale in attesa della sua apertura: dalle sette del mattino alle dieci di sera apre per dieci minuti ogni ora, al tocco, e le vele arrivano da tutto il golfo a nord dell'isola come api sul miele. Ne conto sei in ingresso e due in uscita alle nove, otto in entrata e quattro in uscita alle dieci, cinque in entrata e tre in uscita alle undici. A mezzogiorno siamo anche noi in mare, insieme alle altre vele di passaggio. Ci infiliamo dietro la vecchia chiatta e ci godiamo lo spettacolo dell'apertura. Ci ricordavamo dei bidoni arrugginiti a segnalare il canale, mentre oggi fanno bella mostra una serie impeccabile di segnali laterali nuovissimi, tre coppie di boe rosse e verdi a nord del ponte girevole con tanto di luci automatiche e perfetti miragli cilindrici e conici. Poco più a nord, tre luci gialle segnalano delle nuove barriere sottomarine che si aprono a raggiera dal vecchio faro, costruite forse per attenuare l'insabbiamento del canale. Tutto intorno, infatti, campeggiano ancora cumuli giganteschi di sabbia, come quelli che ci ricordavamo dal 2009, e ce se sono altri anche sulla lunga spiaggia che chiude a nord la laguna salmastra di Lefkada.
La costeggiamo con fatica, proprio mentre cresce il vento da ovest.
Una serie di ondicelle antipatiche si alzano davanti alle nostre prue e ci rallentano come mai prima.
Ci mettiamo quasi un'ora a doppiare il primo capo ad appena un paio di chilometri e un'altra ora abbondante per raggiungere la spiaggia dei mulini, dove imperversano avanti e indietro decine di kite-surf colorati. Quello che speriamo sia il maestro dei kiters si avvicina talmente tanto ai nostri due kayak che pensiamo ci voglia saltare addosso, invece si limita ad urlare da qualche metro di distanza "Have fun!" e se ne torna indietro verso riva.
Noi sgranocchiamo una barretta di sesamo e nocciole e speriamo di tutto cuore che il vento si attenui.
Invece un'ora dopo è ancora tutto lì, che imbianca il mare e frena la nostra avanzata.
Il vento da ovest corre lungo la costa alta del versante occidentale di Lefkada e viene a sfogarsi tutto in questo golfo scoperto a nord dell'isola. Siamo costretti a fronteggiare il vento forte finchè non scapoliamo, poi vedremo.
A testa bassa, bevendo in continuazione e lanciandoci fugaci sguardi di incoraggiamento, ci concentriamo sulla pagaiata, sfruttando l'unico elemento positivo della situazione: il mare al mascone è quello che il Voyager tiene meglio, l'andatura sua preferita, tanto che quasi avanza da solo. Sfruttando bene le onde contrarie riusciamo a superare il capo, ad intravedere quello successivo e dopo un altro paio d'ore di fatica anche a scorgere la nostra meta odierna, il paesino costiero di Aghios Nikitas.
E' un villaggio di pescatori convertito al turismo, pieno di caffè e taverne ricavate nelle vecchie abitazioni coi tipici balconi in legno colorato. Raccolto nel piccolo golfo ai piedi di un promontorio alto e ventoso, dal quale si lanciano nel cielo dei parapendio colorati, è affacciato su una spiaggia di ciottolini bianchi e levigati: in acqua qualche scoglio scuro punteggia i fondali e conferisce al mare una tonalità ancora più invitante del solito. L'angolino è davvero incantevole, da cartolina, non riusciamo a fotografarlo a dovere solo perché, anche se non sono neanche le cinque del pomeriggio, la cala è già per metà in ombra.
Ci inoltriamo nell'unico vicolo che sale verso la vallata lussureggiante e tra una pasticceria ed un alimentari troviamo la nostra taverna per questa sera. Torniamo in spiaggia con le ultime luci del giorno ed aspettiamo che faccia notte per montare la tenda.
Sarà un'altra notte lunga e serena...
SUMMER OPEN SEA KAYAK EXPEDITION...
... un altro lungo viaggio in Grecia...
prima le coste occidentali delle Isole Ioniche... quelle che più ci sono piaciute nei viaggi precedenti, e poi il periplo del Peloponneso.
Per noi è un viaggio aperto, sia per il tempo a disposizione che per altri kayaker che si vorranno unire a noi.
Partiremo ai primi di maggio e contiamo di finire entro settembre. Controllando la posizione che regolarmente pubblicheremo
sul blog e su Facebook, sarà possibile raggiungerci in ogni momento per far parte della squadra.
Tatiana e Mauro
_____________________________________________________________________________________________________
Visualizzazione post con etichetta Grecia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Grecia. Mostra tutti i post
lunedì 22 maggio 2017
sabato 20 maggio 2017
Tappa di trasferimento
Venerdì 19 maggio 2017 - 13° giorno di viaggio
Ormos Odyssea - Kastrosikia, Grecia (22 km)
Vento N-NW 6-10 nodi (F3) - mare da calmo a poco mosso - 22°C
Di questo tratto di costa non abbiamo la mappa, ci affidiamo al gps.
Mauro mi sta insegnando tutti i segreti di questa macchinetta magica: salvare il punto, impostare le rotte, memorizzare le tracce e le altre diecimila cose che può fare uno scatolino impermeabile con uno schermo che per l'Uomo di Ferro è diventato troppo piccolo. Miracoli dell'elettronica.
Oggi sappiamo di dover penare un poco: la costa è bassa e lineare, poco interessante.
Forse per questo ci viene difficile lasciare la bellissima cala a mezza luna su cui abbiamo fatto campo: tergiversiamo fino all'ora di pranzo e riusciamo a partire molto più tardi del solito, quando sono ormai suonate quasi le due del pomeriggio. Ma non abbiamo fretta, come sempre.
Per un paio di chilometri la costa nasconde qualche altra caletta molto attraente, dove pensiamo subito di poter fare una sosta sulla strada del ritorno, quando dovremo risalire verso nord fino ad Igoumenitza: quella incassata sotto le scogliere ricoperte di pini marittimi, per esempio, sembra proprio una baia perfetta per il campeggio nautico e appuntiamo mentalmente il luogo per quando torneremo da queste parti.
Dopo qualche altro chilometro facciamo una sosta per il solito gelato e per altri quindici chilometri non c'è quasi nulla da vedere: solo lunghissime spiagge di sabbia, qualche taverna sul mare e file di ombrelloni greci, quelli possenti col cappello rotondo di ferro rivestito di paglia. Nient'altro.
Tanto che quando adocchiamo da lontano i ruderi di un castello su una delle collinette dell'interno, ci portiamo il più vicino possibile alla riva per scattare una foto, benchè non si capisca granchè nè noi sappiamo se si tratti di una fortezza greca, romana, veneziana, bizantina o turco-ottomana...
Altri due chilometri per scoprire un gruppetto di scogli dall'aspetto incoraggiante, tutti punte dorate e pinnacoli sovrapposti, che però perdono ogni attrattiva man mano che ci avviciniamo coi kayak: sono solo scogli di poco conto. Niente, lungo questo tratto di costa non c'è proprio niente.
L'unico vero motivo di interesse è il mare: nel tardo pomeriggio si alzano delle ondine frangenti che mordono le poppe dei kayak e che ci fanno planare senza sforzo fino a destinazione, giocando di tanto in tanto con la deriva per evitare gli scogli affioranti che compaiono sui bassi fondali.
Sbarchiamo alla solita ora in un porticciolo dalla lunga massicciata d'ingresso che però ospita soltanto una decina di piccoli caicchi: la zona centrale del porto è completamente insabbiata e una bella montagna di ciottoli e posidonia cresce in quello che doveva essere il centro della banchina, di cui però non resta più nessuna traccia. Restano soltanto le cinque grandi luci che illuminano lo stagno come fosse uno stadio olimpico. Non ci preoccupano: navighiamo in maglietta a maniche corte ma dormiamo ancora sotto il doppio telo della tenda, grazie al quale l'oscurità diventa quasi totale. Siamo indecisi se montare prima o dopo, ma lo stomaco ha la meglio: andiamo prima in taverna.
Ci basta fare quattro passi lungo la spiaggia per trovare quella che fa al caso nostro: due grandi palme disegnate sulla vetrata esterna danno il nome alla nostra taverna di questa sera, Palmos, e una sorridente ragazza con il pancione di otto mesi ci fa accomodare ai divanetti interni. Un lusso, cenare sprofondati tra i cuscini. Un lusso anche il menù, ancora scarno per l'inizio della stagione ma per noi più che sufficiente: souvlakia, gli spiedini di carne alla griglia di cui andiamo matti, patatine fritte con una salsa di formaggio quasi più buona del solito tzatziki e insalata greca, la nostra prima insalata greca di questo viaggio in kayak. E due tzipouro, così dormiamo come due piombi, senza neanche preoccuparci troppo di dove montare la nostra tendina oscurante.
Sabato 20 maggio 2017 - 14° giorno di viaggio
Kastrosikia - Preveza, Grecia (22 km)
Vento W 4-8 nodi (F2-3) - mare da calmo a poco mosso - 22°C
Sarà anche un porto insabbiato, ma è molto frequentato.
Di buon mattino arrivano quasi tutti i proprietari dei caicchi ormeggiati lungo la massicciata e con manovre da manuale riescono ad uscire in mare aperto senza rimanere incagliati nella palude interna. Un paio di pescatori si mettono a pulire le reti sul barcone più grande e più esterno ed in pochi minuti alla puzza dello stagno si somma quella di una mezza dozzina di pesci morti, tra cui riconosciamo una grossa murena. Duro lavoro, quello dei pescatori. E pure quello dei kayaker di lungo corso, quando non trovano un campo degno di questo nome.
Lasciamo il porto insabbiato con la solita calma: anche oggi ci tocca una costa bassa e sabbiosa, senza niente di attraente. Si vede sul gps e si vede ancor meglio ad occhio nudo: i primi dieci chilometri, dopo un paesino disordinato cresciuto tra il mare e le colline retrostanti, sono una lunga sequenza di bellissime spiagge di sabbia fine, bellissime da terra, visto che la strada costiera corre all'ombra di un bosco lussureggiante che si intuisce esteso anche verso l'interno. Ci sono le solite poche taverne sul mare e i soliti filari di ombrelloni greci, qualche auto ferma sotto gli alberi e un paio di coppie distese a prendere il sole. Bellissime da terra, queste lunghe spiaggia sabbiose, molto meno dal mare.
Noi pagaiamo come automi verso quel primo promontorio lontano, basso ma con un faro a segnalare uno scoglio isolato: chissà che non ci sia anche qualcos'altro da vedere, ma all'arrivo scorgiamo soltanto un porticciolo, stavolta non insabbiato. Nient'altro, ma almeno le lunghe bellissime spiagge sabbiose sono finite.
I successivi dieci chilometri sono una lunga sequenza di secche rocciose sommerse da onde bianche e spumeggianti, tra le quali dobbiamo destreggiarci proprio mentre il mare cresce quel tanto da farci tornare l'interesse. Come sempre è il mare a richiamare la nostra attenzione: le poppe salgono e scendono e scodinzolano e qualche volta vengono sommerse dall'acqua e noi ci divertiamo a sfruttare ognuna di quelle spintarelle per dimenticare la costa anonima.
La foschia avvolge ogni cosa e le distanze sembrano infinite. Stamattina vedevamo il profilo netto ed ancora lontano di Lefkada, adesso non riusciamo a scorgere che alcune nuvolette che indoviniamo sovrastare le sue montagne, ma l'orizzonte è sparito dietro una cortina biancastra.
Quando finalmente raggiungiamo il promontorio di Preveza non ci pensiamo su due volte: entriamo in porto e corriamo in taverna.
Ne scoviamo una dietro la chiesa moderna del quartiere residenziale, Tolis, con le pareti ricoperte di frasi celebri in bei caratteri greci che prima o poi impareremo a decifrare e comprendere. La musica è piacevole ed il menù è perfetto per noi, souvlaki e patatine, tzatziki e insalata greca.
Due giorni simili in mare e due menù simili per cena, una consolazione giusta e dovuta, vista la monotonia della costa.
Una cosa pensiamo prima di ritirarci in tenda, anzi due. La prima è che constatiamo con vero piacere che qui il vento la sera va a dormire e non rimane a sventolare sulle nostre teste per giorni interi, come invece capitava col Meltemi alle Isole Cicladi l'estate scorsa. La seconda è che forse questo tratto di costa greca non merita una seconda visita: dopo il periplo del Peloponneso, potremmo decidere di fermarci a Patrasso oppure di visitare le Isole Ioniche minori, che numerose affollano il braccio di mare tra Cefalonia e la terra ferma e che non abbiamo avuto tempo e modo di esplorare, sin'ora. Vedremo, come tutti i nostri viaggi anche questo è aperto all'imprevisto e all'eventuale cambio di programma...
Intanto ci godiamo i due tsipouro che riscaldano la notte: per la prima volta vediamo le stelle!
Ormos Odyssea - Kastrosikia, Grecia (22 km)
Vento N-NW 6-10 nodi (F3) - mare da calmo a poco mosso - 22°C
Di questo tratto di costa non abbiamo la mappa, ci affidiamo al gps.
Mauro mi sta insegnando tutti i segreti di questa macchinetta magica: salvare il punto, impostare le rotte, memorizzare le tracce e le altre diecimila cose che può fare uno scatolino impermeabile con uno schermo che per l'Uomo di Ferro è diventato troppo piccolo. Miracoli dell'elettronica.
Oggi sappiamo di dover penare un poco: la costa è bassa e lineare, poco interessante.
Forse per questo ci viene difficile lasciare la bellissima cala a mezza luna su cui abbiamo fatto campo: tergiversiamo fino all'ora di pranzo e riusciamo a partire molto più tardi del solito, quando sono ormai suonate quasi le due del pomeriggio. Ma non abbiamo fretta, come sempre.
Per un paio di chilometri la costa nasconde qualche altra caletta molto attraente, dove pensiamo subito di poter fare una sosta sulla strada del ritorno, quando dovremo risalire verso nord fino ad Igoumenitza: quella incassata sotto le scogliere ricoperte di pini marittimi, per esempio, sembra proprio una baia perfetta per il campeggio nautico e appuntiamo mentalmente il luogo per quando torneremo da queste parti.
Dopo qualche altro chilometro facciamo una sosta per il solito gelato e per altri quindici chilometri non c'è quasi nulla da vedere: solo lunghissime spiagge di sabbia, qualche taverna sul mare e file di ombrelloni greci, quelli possenti col cappello rotondo di ferro rivestito di paglia. Nient'altro.
Tanto che quando adocchiamo da lontano i ruderi di un castello su una delle collinette dell'interno, ci portiamo il più vicino possibile alla riva per scattare una foto, benchè non si capisca granchè nè noi sappiamo se si tratti di una fortezza greca, romana, veneziana, bizantina o turco-ottomana...
Altri due chilometri per scoprire un gruppetto di scogli dall'aspetto incoraggiante, tutti punte dorate e pinnacoli sovrapposti, che però perdono ogni attrattiva man mano che ci avviciniamo coi kayak: sono solo scogli di poco conto. Niente, lungo questo tratto di costa non c'è proprio niente.
L'unico vero motivo di interesse è il mare: nel tardo pomeriggio si alzano delle ondine frangenti che mordono le poppe dei kayak e che ci fanno planare senza sforzo fino a destinazione, giocando di tanto in tanto con la deriva per evitare gli scogli affioranti che compaiono sui bassi fondali.
Sbarchiamo alla solita ora in un porticciolo dalla lunga massicciata d'ingresso che però ospita soltanto una decina di piccoli caicchi: la zona centrale del porto è completamente insabbiata e una bella montagna di ciottoli e posidonia cresce in quello che doveva essere il centro della banchina, di cui però non resta più nessuna traccia. Restano soltanto le cinque grandi luci che illuminano lo stagno come fosse uno stadio olimpico. Non ci preoccupano: navighiamo in maglietta a maniche corte ma dormiamo ancora sotto il doppio telo della tenda, grazie al quale l'oscurità diventa quasi totale. Siamo indecisi se montare prima o dopo, ma lo stomaco ha la meglio: andiamo prima in taverna.
Ci basta fare quattro passi lungo la spiaggia per trovare quella che fa al caso nostro: due grandi palme disegnate sulla vetrata esterna danno il nome alla nostra taverna di questa sera, Palmos, e una sorridente ragazza con il pancione di otto mesi ci fa accomodare ai divanetti interni. Un lusso, cenare sprofondati tra i cuscini. Un lusso anche il menù, ancora scarno per l'inizio della stagione ma per noi più che sufficiente: souvlakia, gli spiedini di carne alla griglia di cui andiamo matti, patatine fritte con una salsa di formaggio quasi più buona del solito tzatziki e insalata greca, la nostra prima insalata greca di questo viaggio in kayak. E due tzipouro, così dormiamo come due piombi, senza neanche preoccuparci troppo di dove montare la nostra tendina oscurante.
![]() |
| Il porto insabbiato di Kastrosikia... |
![]() |
| Giunti al termine delle lunghe bellissime spiagge sabbiose... |
Sabato 20 maggio 2017 - 14° giorno di viaggio
Kastrosikia - Preveza, Grecia (22 km)
Vento W 4-8 nodi (F2-3) - mare da calmo a poco mosso - 22°C
Sarà anche un porto insabbiato, ma è molto frequentato.
Di buon mattino arrivano quasi tutti i proprietari dei caicchi ormeggiati lungo la massicciata e con manovre da manuale riescono ad uscire in mare aperto senza rimanere incagliati nella palude interna. Un paio di pescatori si mettono a pulire le reti sul barcone più grande e più esterno ed in pochi minuti alla puzza dello stagno si somma quella di una mezza dozzina di pesci morti, tra cui riconosciamo una grossa murena. Duro lavoro, quello dei pescatori. E pure quello dei kayaker di lungo corso, quando non trovano un campo degno di questo nome.
Lasciamo il porto insabbiato con la solita calma: anche oggi ci tocca una costa bassa e sabbiosa, senza niente di attraente. Si vede sul gps e si vede ancor meglio ad occhio nudo: i primi dieci chilometri, dopo un paesino disordinato cresciuto tra il mare e le colline retrostanti, sono una lunga sequenza di bellissime spiagge di sabbia fine, bellissime da terra, visto che la strada costiera corre all'ombra di un bosco lussureggiante che si intuisce esteso anche verso l'interno. Ci sono le solite poche taverne sul mare e i soliti filari di ombrelloni greci, qualche auto ferma sotto gli alberi e un paio di coppie distese a prendere il sole. Bellissime da terra, queste lunghe spiaggia sabbiose, molto meno dal mare.
Noi pagaiamo come automi verso quel primo promontorio lontano, basso ma con un faro a segnalare uno scoglio isolato: chissà che non ci sia anche qualcos'altro da vedere, ma all'arrivo scorgiamo soltanto un porticciolo, stavolta non insabbiato. Nient'altro, ma almeno le lunghe bellissime spiagge sabbiose sono finite.
I successivi dieci chilometri sono una lunga sequenza di secche rocciose sommerse da onde bianche e spumeggianti, tra le quali dobbiamo destreggiarci proprio mentre il mare cresce quel tanto da farci tornare l'interesse. Come sempre è il mare a richiamare la nostra attenzione: le poppe salgono e scendono e scodinzolano e qualche volta vengono sommerse dall'acqua e noi ci divertiamo a sfruttare ognuna di quelle spintarelle per dimenticare la costa anonima.
La foschia avvolge ogni cosa e le distanze sembrano infinite. Stamattina vedevamo il profilo netto ed ancora lontano di Lefkada, adesso non riusciamo a scorgere che alcune nuvolette che indoviniamo sovrastare le sue montagne, ma l'orizzonte è sparito dietro una cortina biancastra.
Quando finalmente raggiungiamo il promontorio di Preveza non ci pensiamo su due volte: entriamo in porto e corriamo in taverna.
Ne scoviamo una dietro la chiesa moderna del quartiere residenziale, Tolis, con le pareti ricoperte di frasi celebri in bei caratteri greci che prima o poi impareremo a decifrare e comprendere. La musica è piacevole ed il menù è perfetto per noi, souvlaki e patatine, tzatziki e insalata greca.
Due giorni simili in mare e due menù simili per cena, una consolazione giusta e dovuta, vista la monotonia della costa.
Una cosa pensiamo prima di ritirarci in tenda, anzi due. La prima è che constatiamo con vero piacere che qui il vento la sera va a dormire e non rimane a sventolare sulle nostre teste per giorni interi, come invece capitava col Meltemi alle Isole Cicladi l'estate scorsa. La seconda è che forse questo tratto di costa greca non merita una seconda visita: dopo il periplo del Peloponneso, potremmo decidere di fermarci a Patrasso oppure di visitare le Isole Ioniche minori, che numerose affollano il braccio di mare tra Cefalonia e la terra ferma e che non abbiamo avuto tempo e modo di esplorare, sin'ora. Vedremo, come tutti i nostri viaggi anche questo è aperto all'imprevisto e all'eventuale cambio di programma...
Intanto ci godiamo i due tsipouro che riscaldano la notte: per la prima volta vediamo le stelle!
mercoledì 10 maggio 2017
La battaglia delle giacche d'acqua
Martedì 9 maggio 2017 - 3° giorno di viaggio
Nea Selefkia - Confine greco-albanese (20 km)
Vento NW 8-10 nodi (F3) - mare da poco mosso a calmo - 19°C
Prima ancora del sole, ci svegliano i rondoni che discutono animatamente appollaiati sulla nostra tenda.
Ma noi restiamo impassibili fino allo scoccare delle dodicesima ora: ritemprati dalla lunga notte, andiamo a fare colazione al bar!
Il paesino affacciato sul mare è ancora sonnolento: due pescherecci ancorati in porto e due barche a vela impegnate in ripetute manovre di ormeggio, qualche ragazzotto che gira in motorino e poche persone che passeggiano davanti alle cinque taverne di pesce.
Non c'è molta scelta, dobbiamo accontentarci di due cornetti gelato e di due caffè frappè, stamattina senza ghiaccio.
Il sole tarda ad uscire ma quando finalmente si apre un varco tra le nuvole paffute allora la mattinata prende un'altra piega: ce ne restiamo seduti al tavolino all'aperto gustandoci un dolce far niente insieme allo spettacolo di questo mare interno stirato dalle prime ore di luce e dalla completa assenza di vento. Ovunque si volga lo sguardo, da questo paesino senza nome e senza storia, si scorgono terre emerse tutte intorno alla linea dell'orizzonte e sembra quasi di trovarsi sulla riva di un grande lago pacioso e cinereo. Riconosciamo le alture di Corfù verso ovest e le ultime propaggini di costa greca verso nord, come pure le isolette che chiudono il golfo di Igoumenitza e si protendono ancora più a sud: la costa si insinua dentro e fuori molti golfi e golfetti e anche le montagne salgono e scendono come per rincorrere le nuvole che vagano in cielo.
Siamo quasi pronti a prendere il mare quando compare un camper bianco con la fiancata ricolma di adesivi: una coppia di tedeschi dai capelli bianchi scende per chiedere informazioni sul posto e per rispondere ai nostri sguardi meravigliati quando notiamo una mappa del mondo con parecchi paesi colorati in verde, rosso e marrone. Ci spiegano che sono i luoghi visitati in dieci anni di viaggi tra la Terra del Fuoco e l'Alaska. Adesso stanno per lasciare la Grecia, risalire l'Albania e la ex-Yugoslavia e tornare a casa prima del grande caldo... Restiamo senza parole, a bocca aperta e completamente affascinati dalla loro avventura: in confronto, il nostro viaggio diventa un giretto intorno all'isolato!
Oggi il tempo è bizzarro: il sole ancora splende sulla spiaggia dell'imbarco ma dense nubi scure si addensano oltre i monti.
Siamo indecisi se tenere o meno il cappello nord-ovest a portata di mano, in caso di pioggia. Ci imbarchiamo sperando che non piova ma con addosso la giacca d'acqua a maniche corte. Dopo neanche tre chilometri, però, iniziano a scendere goccioline fredde e sempre più frequenti e dobbiamo fare una sosta per indossare la giacca d'acqua a maniche lunghe, anche se fino all'ultimo momento il sole ci tiene sulle spine perchè appare e scompare dietro le nuvole. Appena sbarchiamo brilla sullo specchio del mare, tanto da farci tentennare per l'ennesima volta. Ma non ci lasciamo ingannare: quando finiamo di vestirci, il sole si nasconde. E non esce più per il resto della giornata. E piove fino a sera!
E la costa è anonima, poco frastagliata, bassa e quasi completamente disabitata.
I cinque sensi sono tutti sollecitati: il tatto impegnato ad impugnare le nostre belle pagaie groenlandesi, finalmente restaurate dopo la lunga invernata di manutenzione; il gusto ancora stordito dai fruttini di mele cotogne con cui abbiamo pranzato, quelli fatti in casa dal Mammut che Mauro ha diviso in confezioni monodose sottovuoto; la vista abbagliata dal chiarore perlaceo di questa giornata invernale, anche se la scogliera è ricoperta dalle macchie gialle delle ginestre in fiore, oggi anche più lucide del solito per essere dilavate dalla pioggia; l'udito occupato a riconoscere i versi dei pochi animali che aleggiano all'intorno, qualche gabbiano familiare ed un airone che non si capisce come possa conciliare una tale eleganza nel volo con un verso tanto sgraziato. Ad un certo punto sentiamo anche i campanacci delle mucche al pascolo e tra la macchia bassa e rada scorgiamo il loro manto nero e fulvo. Quando abbiamo fatto la sosta per indossare le giacche d'acqua, siamo rimasti sorpresi anche da uno strano rumore di sottofondo, continuo e persistente, che sulle prime non siamo riusciti ad identificare: abbiamo impiegato qualche minuto per capire che si trattava del ronzio corposo di api e calabroni. "Chissà quanti saranno, dico a Mauro, e cosa ne sarebbe di noi se scendessero tutti in spiaggia". "Ma noi non siamo fiori", prova a tranquillizzarmi lui...
Il senso più sollecitato della giornata è senza dubbio il gusto. L'aria è intrisa di un forte odore di miele, simile a quello dei tigli in fiore all'inizio della primavera, ma talmente intenso che sembra di avere un barattolo di miele aperto sotto il naso. Siamo sottovento ed il vento spira da terra e così ci arrivano netti e diretti gli aromi della boscaglia bagnata dalla pioggia, della macchia mediterranea battuta dalle capre selvatiche e delle onde che ogni tanto frangono tra gli scogli e riempiono l'aria di iodio. Questo è per noi l'odore di mare, l'odore della vita di mare. Un miscuglio di profumi di terra e di aria che è possibile gustare solo dal kayak.
Fortuna che siamo sottovento, altrimenti la magia olfattiva sarebbe rovinata dal penetrante ed inconfondibile olezzo degli allevamenti ittici che si susseguono per oltre 10 chilometri (mai vista una così alta concentrazione di allevamenti!). In ogni ansa si scorge una casetta del custode, in mare una barchetta dal fondo piatto e ovunque boe gialle e arancioni che proteggono la zona dalla navigazione a motore. Noi ci troviamo spesso a entrare e uscire tra le vasche galleggianti ed i filari di bidoni blu per gli allevamenti di mitili. Capiamo così, dopo quasi quattro anni, l'origine di quei bidoni spiaggiati che notavamo in gran numero sulle coste dell'Isola di Eubea nel 2013: sono utilizzati per sostenere i filari di cozze, e qui sono talmente numerosi che si saranno sparsi forse fino al Mar Egeo...
Oggi le ore volano e ogni volta che abbasso lo sguardo sul gps leggo un numero in più sul totale dei chilometri percorsi: 10, 15, 18...
Quando finalmente si interrompere la monotonia di una pioggia che sembrava infinita, allora scegliamo il punto di sbarco.
Entriamo in una piccola baia contornata di piccole spiagge e raggiungiamo quella più lontana ed isolata. Il sole sembra gradire la nostra scelta al punto che, una volta messo piede a terra, colora il cielo di un bell'azzurro acceso, allontana le ultime nuvole e resta a splendere caldo e avvolgente fino al tramonto. Ci gustiamo il risotto alla cantonese accanto alla tenda, dopo aver perlustrato la spiaggia alla ricerca di sassolini maculati e di ricci spiaggiati da una recente mareggiata più rovinosa delle altre... La luna sorge quando siamo pronti per andare a dormire.
Mercoledì 10 maggio 2017 - 4° giorno di viaggio
Confine greco-albanese - Avlaki, Corfù (18 km di cui 3 in traversata)
Vento NW 10-12 nodi (F3-4) - mare calmo e poco mosso - 19°C
Abbiamo dormito sul confine.
Sulla linea sottile ed immaginaria che separa la Grecia dall'Albania.
E' segnato sulla carta e riportato nel gps e noi sappiamo che c'è solo perchè siamo in grado di individuare il luogo esatto lungo la costa.
Ma a terra, e anche in mare, non c'è nessun segnale. Non un cartello, nè un cancello, nè altro. Il confine è stato eliminato tanti anni fa, quando anche l'Albania è entrata a far parte dell'Unione Europea. E' un confine invisibile e quindi inesistente. Come dovrebbero essere tutti i confini del mondo.
Di qua e di là del confine immaginario la terra è la stessa, i colori e i rumori e gli odori sono gli stessi, le mucche e le pecore e le capre al pascolo sono le stesse e anche i pascoli sono gli stessi, i fiori e gli alberi sono gli stessi, gli stessi scogli di qua e di là del confine, la stessa costa, la stessa sabbia. E lo stesso cielo, anche. Di qua e di là del confine il mare è lo stesso: il mare unisce i paesi che separa, dice un grande poeta croato, il mare fonde le terre di confine: il mare è il luogo senza confine per antonomasia.
Oggi ci svegliamo in Albania.
Gli uomini fanno le stesse cose di qua e di là del confine: ci sono allevamenti ittici anche in queste baie, ci sono barche dal fondo piatto e casette di guardiani anche lungo la costa albanese, ci sono solo le bandiere a segnalare una differenza altrimenti incomprensibile (di là bianche e blu a righe orizzontali, di qua rosse con l'aquila gialla). Cambiano gli idiomi di qua e di là del confine e anche noi sembriamo cadere nella trappola della incomprensione linguistica: Mauro mi fa notare che se lui riesce a capire il napoletano "azzeffunnato" allora io posso sforzarmi di capire il meneghino "sgigutato" (analogo forse al greco antico "scotoliare"!)... Poi ogni cosa si risolve in mare. Il pescatore sulla barchetta a motore, che non sappiamo se parli greco oppure albanese, e che non sa se parliamo italiano o dialetto mescolato, usa il linguaggio universale dei segni: una mano alzata al cielo per il saluto, un sorriso come benvenuto e un mano portata al mento per l'invito a bere un caffè. Caffè, caffè, continua a ripetere a voce sempre più alta, convinto ormai di essersi fatto capire. Rispondiamo grazie, anche noi più volte, ma poi decliniamo l'invito perchè le nostre barche si dirigono in direzioni opposte. Altro sorriso e altre mani levate al cielo.
Anche noi facciamo le stesse cose: anche oggi litighiamo col tempo per capire se mettere o meno la giacca d'acqua. Partiamo senza, convinti che il sole l'avrà vinta sulle nuvole, e così succede. Ma appena oltre il primo capo, il vento si alza contrario (ovviamente!) e ci costringe a ripensare i nostri piani: dobbiamo fare una sosta veloce per indossare la giacca d'acqua. Troviamo un'isoletta di sabbia all'ingresso del Canale di Butrinto che fa al caso nostro ma nel mentre il vento rinforza: scartiamo la giacca a maniche corte e tiriamo fuori quella a maniche lunghe. E Mauro indossa anche il cappello nord-ovest, benchè ancora splenda il sole e se non fosse per questo vento polare sembrerebbe di essere in una giornata estiva: e noi due vestiti come dei palombari norvegesi!
Ad un tratto le prue dei nostri kayak virano da 280° a 010° e noi capiamo di essere entrati nel tratto più stretto del canale di Corfù.
Possiamo prepararci a traversare sull'isola più settentrionale delle Ioniche della Grecia.
Prima di lasciare l'ultimo breve tratto costiero dell'Albania, però, facciamo un altro incontro curioso: un nutrito branco di mucche al bagno se ne sta' con le zampe infilate nell'acqua fino ai garretti. Mai visto niente di simile. Ci avviciniamo timidi e muggiamo a nostra volta per farci accettare nel mucchio. Molte mucche si voltano a guardarci incuriosite ma i vitellini sono irrequieti e noi preferiamo allontanarci: con poche pagaiate recuperiamo l'acqua profonda e verdolina del canale di Corfù.
Traversiamo in poco meno di mezz'ora, con un forte vento contrario che non ci permette di superare i due nodi.
Ma siamo da soli in mezzo al mare, non avvistiamo nessun'altra imbarcazione, salvo un aliscafo albanese che corre lungo costa, su quello che ormai per noi è diventato l'altro versante del canale. Il braccio di mare è largo appena tre chilometri. Superiamo il primo segnale cardinale, poi il faro verde sulla scogliera allineato con quello rosso sull'isolotto di fronte e poi doppiamo anche il capo nord-orientale dell'isola di Corfù. Per tutto il tempo non incrociamo nessuno. Pagaiamo da soli, a testa bassa per via del vento contrario. Dopo un altro capo scegliamo di darla vinta al vento. Sbarchiamo.
Sulla spiaggia giusta. Lo scalino di sassolini è molto alto e dobbiamo ingegnarci un po' per tirare in secca i kayak senza spezzarci la schiena. Ma il sole splende alto in cielo, il vento prima o poi calerà e soprattutto alla fine della spiaggia s'intravede una taverna! E' nostra: dopo quattro giorni di navigazione e di stenti, ci meritiamo proprio una cena in taverna!
Mangiamo il tabulè di verdure più buono di sempre e le acciughe marinate più fresche di sempre. Accompagnate da tzatziki e crema di melanzane e spiedini di carne e patate fritte. Tutto davvero molto buono. Lo diciamo alla cameriera in un modo talmente entusiasta che lei, dopo averci fatto i complimenti per le poche parole greche usate per l'ordinazione, si sente di tradurci in greco anche i nostri complimenti: Inne poli kalo!
Tsipouro a chiudere la serata: il liquore di anice di questa regione greca è l'ideale per scaldarci fino al rientro in tenda. Kalinikta!
Nea Selefkia - Confine greco-albanese (20 km)
Vento NW 8-10 nodi (F3) - mare da poco mosso a calmo - 19°C
Prima ancora del sole, ci svegliano i rondoni che discutono animatamente appollaiati sulla nostra tenda.
Ma noi restiamo impassibili fino allo scoccare delle dodicesima ora: ritemprati dalla lunga notte, andiamo a fare colazione al bar!
Il paesino affacciato sul mare è ancora sonnolento: due pescherecci ancorati in porto e due barche a vela impegnate in ripetute manovre di ormeggio, qualche ragazzotto che gira in motorino e poche persone che passeggiano davanti alle cinque taverne di pesce.
Non c'è molta scelta, dobbiamo accontentarci di due cornetti gelato e di due caffè frappè, stamattina senza ghiaccio.
Il sole tarda ad uscire ma quando finalmente si apre un varco tra le nuvole paffute allora la mattinata prende un'altra piega: ce ne restiamo seduti al tavolino all'aperto gustandoci un dolce far niente insieme allo spettacolo di questo mare interno stirato dalle prime ore di luce e dalla completa assenza di vento. Ovunque si volga lo sguardo, da questo paesino senza nome e senza storia, si scorgono terre emerse tutte intorno alla linea dell'orizzonte e sembra quasi di trovarsi sulla riva di un grande lago pacioso e cinereo. Riconosciamo le alture di Corfù verso ovest e le ultime propaggini di costa greca verso nord, come pure le isolette che chiudono il golfo di Igoumenitza e si protendono ancora più a sud: la costa si insinua dentro e fuori molti golfi e golfetti e anche le montagne salgono e scendono come per rincorrere le nuvole che vagano in cielo.
Siamo quasi pronti a prendere il mare quando compare un camper bianco con la fiancata ricolma di adesivi: una coppia di tedeschi dai capelli bianchi scende per chiedere informazioni sul posto e per rispondere ai nostri sguardi meravigliati quando notiamo una mappa del mondo con parecchi paesi colorati in verde, rosso e marrone. Ci spiegano che sono i luoghi visitati in dieci anni di viaggi tra la Terra del Fuoco e l'Alaska. Adesso stanno per lasciare la Grecia, risalire l'Albania e la ex-Yugoslavia e tornare a casa prima del grande caldo... Restiamo senza parole, a bocca aperta e completamente affascinati dalla loro avventura: in confronto, il nostro viaggio diventa un giretto intorno all'isolato!
Oggi il tempo è bizzarro: il sole ancora splende sulla spiaggia dell'imbarco ma dense nubi scure si addensano oltre i monti.
Siamo indecisi se tenere o meno il cappello nord-ovest a portata di mano, in caso di pioggia. Ci imbarchiamo sperando che non piova ma con addosso la giacca d'acqua a maniche corte. Dopo neanche tre chilometri, però, iniziano a scendere goccioline fredde e sempre più frequenti e dobbiamo fare una sosta per indossare la giacca d'acqua a maniche lunghe, anche se fino all'ultimo momento il sole ci tiene sulle spine perchè appare e scompare dietro le nuvole. Appena sbarchiamo brilla sullo specchio del mare, tanto da farci tentennare per l'ennesima volta. Ma non ci lasciamo ingannare: quando finiamo di vestirci, il sole si nasconde. E non esce più per il resto della giornata. E piove fino a sera!
E la costa è anonima, poco frastagliata, bassa e quasi completamente disabitata.
I cinque sensi sono tutti sollecitati: il tatto impegnato ad impugnare le nostre belle pagaie groenlandesi, finalmente restaurate dopo la lunga invernata di manutenzione; il gusto ancora stordito dai fruttini di mele cotogne con cui abbiamo pranzato, quelli fatti in casa dal Mammut che Mauro ha diviso in confezioni monodose sottovuoto; la vista abbagliata dal chiarore perlaceo di questa giornata invernale, anche se la scogliera è ricoperta dalle macchie gialle delle ginestre in fiore, oggi anche più lucide del solito per essere dilavate dalla pioggia; l'udito occupato a riconoscere i versi dei pochi animali che aleggiano all'intorno, qualche gabbiano familiare ed un airone che non si capisce come possa conciliare una tale eleganza nel volo con un verso tanto sgraziato. Ad un certo punto sentiamo anche i campanacci delle mucche al pascolo e tra la macchia bassa e rada scorgiamo il loro manto nero e fulvo. Quando abbiamo fatto la sosta per indossare le giacche d'acqua, siamo rimasti sorpresi anche da uno strano rumore di sottofondo, continuo e persistente, che sulle prime non siamo riusciti ad identificare: abbiamo impiegato qualche minuto per capire che si trattava del ronzio corposo di api e calabroni. "Chissà quanti saranno, dico a Mauro, e cosa ne sarebbe di noi se scendessero tutti in spiaggia". "Ma noi non siamo fiori", prova a tranquillizzarmi lui...
Il senso più sollecitato della giornata è senza dubbio il gusto. L'aria è intrisa di un forte odore di miele, simile a quello dei tigli in fiore all'inizio della primavera, ma talmente intenso che sembra di avere un barattolo di miele aperto sotto il naso. Siamo sottovento ed il vento spira da terra e così ci arrivano netti e diretti gli aromi della boscaglia bagnata dalla pioggia, della macchia mediterranea battuta dalle capre selvatiche e delle onde che ogni tanto frangono tra gli scogli e riempiono l'aria di iodio. Questo è per noi l'odore di mare, l'odore della vita di mare. Un miscuglio di profumi di terra e di aria che è possibile gustare solo dal kayak.
Fortuna che siamo sottovento, altrimenti la magia olfattiva sarebbe rovinata dal penetrante ed inconfondibile olezzo degli allevamenti ittici che si susseguono per oltre 10 chilometri (mai vista una così alta concentrazione di allevamenti!). In ogni ansa si scorge una casetta del custode, in mare una barchetta dal fondo piatto e ovunque boe gialle e arancioni che proteggono la zona dalla navigazione a motore. Noi ci troviamo spesso a entrare e uscire tra le vasche galleggianti ed i filari di bidoni blu per gli allevamenti di mitili. Capiamo così, dopo quasi quattro anni, l'origine di quei bidoni spiaggiati che notavamo in gran numero sulle coste dell'Isola di Eubea nel 2013: sono utilizzati per sostenere i filari di cozze, e qui sono talmente numerosi che si saranno sparsi forse fino al Mar Egeo...
Oggi le ore volano e ogni volta che abbasso lo sguardo sul gps leggo un numero in più sul totale dei chilometri percorsi: 10, 15, 18...
Quando finalmente si interrompere la monotonia di una pioggia che sembrava infinita, allora scegliamo il punto di sbarco.
Entriamo in una piccola baia contornata di piccole spiagge e raggiungiamo quella più lontana ed isolata. Il sole sembra gradire la nostra scelta al punto che, una volta messo piede a terra, colora il cielo di un bell'azzurro acceso, allontana le ultime nuvole e resta a splendere caldo e avvolgente fino al tramonto. Ci gustiamo il risotto alla cantonese accanto alla tenda, dopo aver perlustrato la spiaggia alla ricerca di sassolini maculati e di ricci spiaggiati da una recente mareggiata più rovinosa delle altre... La luna sorge quando siamo pronti per andare a dormire.
![]() |
| Il confine greco-albanese! |
![]() |
| I colori del mare! |
Mercoledì 10 maggio 2017 - 4° giorno di viaggio
Confine greco-albanese - Avlaki, Corfù (18 km di cui 3 in traversata)
Vento NW 10-12 nodi (F3-4) - mare calmo e poco mosso - 19°C
Abbiamo dormito sul confine.
Sulla linea sottile ed immaginaria che separa la Grecia dall'Albania.
E' segnato sulla carta e riportato nel gps e noi sappiamo che c'è solo perchè siamo in grado di individuare il luogo esatto lungo la costa.
Ma a terra, e anche in mare, non c'è nessun segnale. Non un cartello, nè un cancello, nè altro. Il confine è stato eliminato tanti anni fa, quando anche l'Albania è entrata a far parte dell'Unione Europea. E' un confine invisibile e quindi inesistente. Come dovrebbero essere tutti i confini del mondo.
Di qua e di là del confine immaginario la terra è la stessa, i colori e i rumori e gli odori sono gli stessi, le mucche e le pecore e le capre al pascolo sono le stesse e anche i pascoli sono gli stessi, i fiori e gli alberi sono gli stessi, gli stessi scogli di qua e di là del confine, la stessa costa, la stessa sabbia. E lo stesso cielo, anche. Di qua e di là del confine il mare è lo stesso: il mare unisce i paesi che separa, dice un grande poeta croato, il mare fonde le terre di confine: il mare è il luogo senza confine per antonomasia.
Oggi ci svegliamo in Albania.
Gli uomini fanno le stesse cose di qua e di là del confine: ci sono allevamenti ittici anche in queste baie, ci sono barche dal fondo piatto e casette di guardiani anche lungo la costa albanese, ci sono solo le bandiere a segnalare una differenza altrimenti incomprensibile (di là bianche e blu a righe orizzontali, di qua rosse con l'aquila gialla). Cambiano gli idiomi di qua e di là del confine e anche noi sembriamo cadere nella trappola della incomprensione linguistica: Mauro mi fa notare che se lui riesce a capire il napoletano "azzeffunnato" allora io posso sforzarmi di capire il meneghino "sgigutato" (analogo forse al greco antico "scotoliare"!)... Poi ogni cosa si risolve in mare. Il pescatore sulla barchetta a motore, che non sappiamo se parli greco oppure albanese, e che non sa se parliamo italiano o dialetto mescolato, usa il linguaggio universale dei segni: una mano alzata al cielo per il saluto, un sorriso come benvenuto e un mano portata al mento per l'invito a bere un caffè. Caffè, caffè, continua a ripetere a voce sempre più alta, convinto ormai di essersi fatto capire. Rispondiamo grazie, anche noi più volte, ma poi decliniamo l'invito perchè le nostre barche si dirigono in direzioni opposte. Altro sorriso e altre mani levate al cielo.
Anche noi facciamo le stesse cose: anche oggi litighiamo col tempo per capire se mettere o meno la giacca d'acqua. Partiamo senza, convinti che il sole l'avrà vinta sulle nuvole, e così succede. Ma appena oltre il primo capo, il vento si alza contrario (ovviamente!) e ci costringe a ripensare i nostri piani: dobbiamo fare una sosta veloce per indossare la giacca d'acqua. Troviamo un'isoletta di sabbia all'ingresso del Canale di Butrinto che fa al caso nostro ma nel mentre il vento rinforza: scartiamo la giacca a maniche corte e tiriamo fuori quella a maniche lunghe. E Mauro indossa anche il cappello nord-ovest, benchè ancora splenda il sole e se non fosse per questo vento polare sembrerebbe di essere in una giornata estiva: e noi due vestiti come dei palombari norvegesi!
Ad un tratto le prue dei nostri kayak virano da 280° a 010° e noi capiamo di essere entrati nel tratto più stretto del canale di Corfù.
Possiamo prepararci a traversare sull'isola più settentrionale delle Ioniche della Grecia.
Prima di lasciare l'ultimo breve tratto costiero dell'Albania, però, facciamo un altro incontro curioso: un nutrito branco di mucche al bagno se ne sta' con le zampe infilate nell'acqua fino ai garretti. Mai visto niente di simile. Ci avviciniamo timidi e muggiamo a nostra volta per farci accettare nel mucchio. Molte mucche si voltano a guardarci incuriosite ma i vitellini sono irrequieti e noi preferiamo allontanarci: con poche pagaiate recuperiamo l'acqua profonda e verdolina del canale di Corfù.
Traversiamo in poco meno di mezz'ora, con un forte vento contrario che non ci permette di superare i due nodi.
Ma siamo da soli in mezzo al mare, non avvistiamo nessun'altra imbarcazione, salvo un aliscafo albanese che corre lungo costa, su quello che ormai per noi è diventato l'altro versante del canale. Il braccio di mare è largo appena tre chilometri. Superiamo il primo segnale cardinale, poi il faro verde sulla scogliera allineato con quello rosso sull'isolotto di fronte e poi doppiamo anche il capo nord-orientale dell'isola di Corfù. Per tutto il tempo non incrociamo nessuno. Pagaiamo da soli, a testa bassa per via del vento contrario. Dopo un altro capo scegliamo di darla vinta al vento. Sbarchiamo.
Sulla spiaggia giusta. Lo scalino di sassolini è molto alto e dobbiamo ingegnarci un po' per tirare in secca i kayak senza spezzarci la schiena. Ma il sole splende alto in cielo, il vento prima o poi calerà e soprattutto alla fine della spiaggia s'intravede una taverna! E' nostra: dopo quattro giorni di navigazione e di stenti, ci meritiamo proprio una cena in taverna!
Mangiamo il tabulè di verdure più buono di sempre e le acciughe marinate più fresche di sempre. Accompagnate da tzatziki e crema di melanzane e spiedini di carne e patate fritte. Tutto davvero molto buono. Lo diciamo alla cameriera in un modo talmente entusiasta che lei, dopo averci fatto i complimenti per le poche parole greche usate per l'ordinazione, si sente di tradurci in greco anche i nostri complimenti: Inne poli kalo!
Tsipouro a chiudere la serata: il liquore di anice di questa regione greca è l'ideale per scaldarci fino al rientro in tenda. Kalinikta!
lunedì 8 maggio 2017
Partenza bagnata, partenza fortunata
Domenica 7 maggio 2017 - 1° giorno di viaggio
Igoumenitza - Ormos Valtou, Grecia (15 km)
Vento SW 8-10 nodi (F3) - mare poco mosso - 18-20°C
Il nostro attico è molto ambito e fin troppo frequentato: da' accesso alla terrazza panoramica del traghetto ed è tutto un via vai di comitive di ragazzini, coppie con e senza bambini in gita turistica e fumatori incalliti in cerca di uno spazio all'aperto. Risultato: una notte insonne. Le luci non si spengono mai, il nostro angolino diventa prima freddo e poi caldissimo e alle quattro e mezzo del mattino gli altoparlanti annunciano a gran voce l'ingresso della nave nel porto di Igoumenitza. Non vediamo l'ora di scendere. Per restare un po' da soli!
I traghetti greci sono i nostri preferiti: sempre puliti, ben tenuti ed organizzati. E puntuali. Questo è carico di tir diretti in Turchia e l'autista del pulman turistico davanti al quale ci hanno fatto sistemare i nostri due kayak ci usa l'accortezza di spostarli prima di iniziare le manovre di sbarco. La banchina si riempie di ruote enormi e di gas di scarico per una ventina di minuti, poi tutto torna silenzioso. Il traghetto riparte e noi restiamo soli.
L'unico bar aperto della città è quello delle partenze internazionali nella stazione portuale: impieghiamo circa un'ora per raggiungere il nostro primo caffè frappè, il tipico caffè greco shakerato, zuccherato e ghiacciato che da mesi sognavamo di tornare a sorseggiare, e poi un'altra ora abbondante per raggiungere il nostro punto di imbarco, distante quasi due chilometri dal porto.
Ha piovuto solo mentre eravamo seduti al bar, due scrosci d'acqua così potenti da farci temere di rimanere bloccati per chissà quanto tempo. Invece il sole ha fatto subito capolino tra le belle nuvole gonfie e bianche e ci ha fatto sudare sette camicie per portare i kayak a destinazione. La piccola spiaggia che Mauro aveva individuato nella fase di preparazione del viaggio, usando le immagini satellitari della costa, è stata nel frattempo fagocitata dal cantiere di ampliamento del porto: non c'è nessuno ed entriamo alla chetichella, nella speranza di raggiungere il mare prima di essere sorpresi, ma appena superata la cancellata aperta il guardiano ci viene incontro con fare deciso e ci spiega che non si può transitare per ragioni di sicurezza. Ci fa segno di raggiungere il punto più lontano, seguendo una strada di brecciolino su cui le ruote dei nostri carrellini sprofondano ad ogni passo, ma almeno non è in salita, come la strada asfaltata che corre più alta lungo la costa.
Appena oltre il cantiere troviamo un punto che sembra meno problematico degli altri: il bordo digrada irregolare verso il mare ma il fondale non scende subito a profondità abissali. Poggiamo due tronchi tra i massi per allestire una sorta di scivolo di alaggio e ci mettiamo subito all'opera: dopo tre ore tiriamo fuori la testa dai gavoni, soddisfatti di aver compiuto ancora una volta il solito incredibile miracolo di riuscire a far entrare in kayak tutto quello che ci siamo portati in viaggio!
Subito fuori i blocchi di cemento armato che delimitano in mare la zona del cantiere portuale, veniamo attaccati da un pescione gigante che inizia a prendere a testate prima la poppa di Mauro e poi la mia, con una rabbia che non solo fa ribollire l'acqua di spruzzi e vortici inquietanti ma che ci costringe anche ad aumentare subito l'andatura come fossimo impegnati in una gara di velocità.
Non abbiamo neanche il tempo di ambientarci che ci tocca subito correre e sudare!
Abbiamo anche il vento contro: si alza appena lasciamo il paese anonimo ed irregolare di Igoumenitza e ci dirigiamo verso l'imboccatura dell'ampio golfo prospiciente. E' soltanto una brezza tesa che contrasta appena la nostra avanzata, perchè sebbene il vento oggi soffi da sud ovest, nella baia interna deve seguire delle direzioni differenti, quelle solitamente dettate dalla legge di Murphy del kayak da mare, seconda la quale il vento spira sempre in direzione ostinata e contraria.
Ci concediamo una breve sosta sulla lingua di sabbia che chiude a nord l'ingresso del golfo, giusto il tempo di raccogliere lo scheletro verde di un riccio di mare e di fotografare qualche prezioso ritrovamento: è la spiaggia delle ossa di seppia sbiancate dal sole, delle vongole rigate coi due gusci ancora accoppiati e degli sconcigli incrostati di concrezioni coralline molto articolate. Un piccolo angolo di paradiso per me e per le mie smanie di collezionismo.
Il caldo inizia a farsi sentire: in questa ansa ridossata il sole ci invita a spogliarci, a fare quattro passi a piedi nudi sulla battigia e persino ad entrare in acqua fino al ginocchio. Non se ne parla proprio di indossare nuovamente pantaloni semi-stagni e giacca d'acqua a maniche lunghe, fa troppo caldo e si cambia abbigliamento: calzoncini corti e maglietta a maniche corte. Sembra una giornata estiva, le temperature crescono insieme al sole in cielo, ma già prevediamo una navigazione bagnata: si impone comunque la giacca d'acqua leggera.
Oltre le due boe gialle che segnalano alcune secche pericolose e le quattro coppie di boe verdi e rosse che delimitano il canale navigabile, là fuori, nel braccio di mare aperto tra la costa greca e la lontana isola di Corfù, confusa all'orizzonte tra le nuvole basse e grigie, le onde stanno crescendo a vista d'occhio, e non soltanto per il continuo andirivieni di traghetti di ogni stazza e dimensione. La brezza si è tramutata in vento, un bel vento al traverso che imbianca la superficie e che ci accompagna lungo il nostro primo tratto di costa.
E' sempre la stessa storia: speriamo di iniziare il viaggio in maniera tranquilla, prendendocela comoda per avere tutto il tempo di ambientarci e di riprendere confidenza col mare, col vento e col kayak (che quando è carico di tutta l'attrezzatura per il campeggio nautico si comporta in modo diverso rispetto alle "classiche" uscite domenicali) e invece niente, succede sempre che all'inizio di ogni viaggio ci tocca faticare!
Non appena raggiungiamo il doppio golfo interno a nord della città, decidiamo di cercare un luogo adatto per accamparci: vogliamo sbarcare presto per goderci il pomeriggio caldo, per asciugare l'attrezzatura al sole e per riprenderci dalla notte insonne.
E invece niente: ci tocca mettere mano al kit di riparazione. Il primo giorno di viaggio: mai successo prima!
Il gavone di poppa del Voyager di Mauro è pieno d'acqua! Completamente allagato, fin quasi alla linea di galleggiamento! Mai vista prima una cosa del genere!
Saranno state le capocciate del pesce assassino del porto oppure una botta presa dalla poppa durante il trasferimento dalla banchina alla massicciata dell'imbarco, oppure chissà cos'altro: il tubetto di guida della deriva è saltato e ha fatto entrare nel gavone quasi mezzo Mar Mediterraneo!
E' tutto bagnato: il telo esterno della tenda, la cucina da campo, la confezione di pasticche e tutte le altre cose che non abbiamo riposto in sacche stagne, come le varie dosi di riso, cous-cous e sughi che viaggiano sempre liberi nel terzo vagone. Sono bagnate anche tutte le sacche stagne, che non reggono quasi mai la pressione di così tanta acqua nel gavone. Dobbiamo aprirle tutte per controllare in che condizioni è il contenuto e dobbiamo aprire anche tutte le varie sacchette di plastica in cui abbiamo preso l'abitudine di riporre le nostre mille dotazioni di bordo, per sincerarci che l'acqua di mare non si sia infiltrata nei posti più impensati.
E così, niente da fare: niente riposo! Ci tocca continuare a faticare: tirare fuori ogni cosa, far gocciolare l'acqua, asciugare tutto per bene e poi stendere al sole. Tre ore di lavoro: un primo giorno di vacanza tutto da ricordare!
Lunedì 8 maggio 2017 - 2° giorno di viaggio
Ormos Valtou - Nea Selefkia, Grecia (15 km)
Vento NW 8-10 nodi (F3) - mare poco mosso - 20°C
Alle nove di sera siamo entrati in tenda, alquanto provati dalla partenza bagnata che ha segnato questo viaggio.
Alle nove di mattina siamo ancora in tenda, coccolati dalle ondine che frangono dolcemente sulla battigia.
Il secondo giorno di viaggio sembra iniziare sotto una nuova stella: il sole splende alto in cielo sin dalle prime ore e ci accompagna per l'intera mattinata. I rondoni scuri, le garzette bianche e le sterne artiche sorvolano il nostro campo, attrezzato all'ombra di un vecchio peschereccio abbandonato e ormai quasi del tutto distrutto dalla intemperie. Due pescatori lavorano nella laguna retrostante muovendosi su una specie di barcè, usando prima una lunga pertica per calare le reti e poi un piccolo motore per spostarsi e spaventare i pesci battendo la pertica sulla superficie dell'acqua. Il nostro vicino è da ore intento ai lavori di manutenzione del pontile galleggiante che tra qualche settimana completerà lo stabilimento balneare, già corredato di ombrelloni e sdraio, ma anche di giochi d'acqua gonfiabili, tutti accatastati sotto il capanno di paglia costruito sulla battigia a pochi metri dal relitto.
Impieghiamo la bellezza di cinque ore per ricomporre il kayak di Mauro ma la riparazione è degna di nota: lavato con acqua dolce e asciugato a dovere l'innesto da riparare, l'Uomo di Ferro prima fissa il tubetto della deriva con una goccia di Attack, aspetta che prenda e ne versa un'altra, fino ad essere sicuro che il tubetto non uscirà più dalla sua guida, e per sicurezza ci passa attorno uno strato di stucco epossidico bicomponente. Poi pronuncia a mezza voce la sua formula magica segreta che usa sia per rinforzare l'effetto del catalizzatore che per scongiurare altri eventuali ed imprevisti interventi di riparazione nautica.
La prima colazione è alquanto speciale: banane fresche accompagnate da bucce d'arancia caramellate, preparate durante l'invernata casalinga, e da una porzione abbondante di fruttini di mele cotogne fatti in casa dal Mammut. Ben altra cosa rispetto alla misera cena di ieri sera: il pane carasau ammollato dall'acqua di mare filtrata nel gavone e qualche manciata di frutta secca dal vago retrogusto salmastro (alla fin fine le uniche due "perdite" subite nello scampato naufragio della nostra ammiraglia!)
Se non fosse per quell'immenso allevamento ittico sull'altro versante, da cui arrivano i colori sgargianti delle reti rosse poste a protezione delle vasche ed i rumori soffusi dei motori usati per spargere il mangime, questo luogo rimarrebbe calato nel silenzio e nella pace per l'intera giornata, visitato di tanto in tanto solo da qualche gabbiano reale, che però gracchia un paio di volte soltanto, forse per allontanare i cinque cormorani neri che volano in formazione proprio verso il centro della baia.
Siamo tentati di restare. Ma leviamo le tende: sappiamo che il viaggio ci riserverà delle altre sorprese.
Appena fuori dalla baia, ritroviamo i traghetti che incrociano al largo, meno numerosi di ieri perchè oggi non è un giorno festivo, ma certo puzzolenti come e più di ieri, visto che il vento continua a portarci l'odore acre dei loro motori. La costa oggi corre bassa e sabbiosa per un lungo tratto, perchè proprio oltre la stretta striscia di spiaggia si susseguono diverse lagune interne e molte saline probabilmente abbandonate. Ad un certo punto, secondo il gps ne stiamo attraversando una, mentre noi stiamo tagliano di netto la foce di un canale, disseminata di scogli affioranti e di vecchi pontili utilizzati per chissà quale scopo. All'intorno si scorgono solo un paio di casupole di legno dei pescatori locali e una lunga fila di uccellini limicoli che beccano il fondale con le zampette appena in acqua: fanno la loro comparsa anche tre beccacce di mare, con quel loro becco lungo e arancione che le rende così visibili e buffe. Poi è la volta di alcuni aironi cinerini che si spostano tra i pochi alberi sorti in riva al mare, di cinque coppie di cigni che volano sopra di noi e planano in perfetta sincronia pochi metri oltre i nostri kayak e di una folta schiera di sterne artiche che scendono in picchiata per pescare come tante frecce lanciate giù dal cielo.
La vera sorpresa ce la riserva il tempo: appena doppiamo il primo capo il vento rinforza nella direzione esattamente contraria alla nostra rotta. Come ieri le ondine si ricoprono di una crestina bianca e qualche spruzzo raggiunge i nostri ponti anteriori. E poi anche noi. Siamo contenti di pagaiare contro vento solo perchè ci piace l'idea che, se il nord-ovest è davvero il vento dominante di questa zona, allora dovrebbe accompagnarci anche nei giorni in cui navigheremo verso sud, sempre che la legge di Murphy del kayak da mare non ci metta lo zampino.
Poi di sorpresa ne arriva anche un'altra: alla foce di un fiume più grande degli altri si apre un'ampia zona di bassi fondali, acqua color cioccolata e tronchi incagliati qua e là: sembra un luogo un po' magico e un po' tetro, non ci siamo mai trovati a pagaiare in un posto del genere, dove ogni volta la pagaia tocca il fondo ondulato e talvolta risale nera di melma maleodorante e dove ora imperversano piccole onde frangenti, dispettose e frenetiche, che riescono a frenare la nostra già stanca andatura fin quando sullo schermo del gps compare l'allarmante e disarmante numero critico della velocità di crociera 0.0!
Ci portiamo al largo, facendo la gimcana tra gli ultimi tronchi sbiancati dal vento, dal sale e dal sole e finalmente ritroviamo un'acqua color cinerino che ci fa ben sperare di uscire dalle secche e di raggiungere presto una costa più adatta allo sbarco e alla sosta. La troviamo alle porte di una cittadina di cui ignoriamo il nome, con un porticciolo da un lato ed uno spiazzo attrezzato dall'altro: si intravede una coppia di casette in legno, una sorta di pergolato, alcuni bagni pubblici ormai in disuso, delle cabine e anche alcune panchine. E' il posto adatto.
Nello sbarco mi si riempie il pozzetto di troppa acqua perchè non riesco a schivare l'ultima onda impertinente della serata ma Mauro attrezza i due rulli di alaggio che aveva approntato per il viaggio e con grande soddisfazione di entrambi i kayak risalgono la corta ma ripida spiaggetta senza farci fare la benchè minima fatica. Una volta sulla strada sterrata, i rulli vengono degnamente sostituiti dal carrellino di Mauro, che traghetta i Voyager sull'altro lato della carreggiata fin sopra il prato secco.
Tra le due casette corre una passerella di legno che sembra della misura ideale per la nostra nuova tenda. Ci mettiamo un attimo a cambiarci per la cena e a goderci l'ultimo sole della giornata accucciati sul cemento ancora caldo della casetta vista mare, spazzolando tre-quattro scatolette di sgombri e legumi perchè non abbiamo nessuna voglia di accendere i fornelli. Quando il vento cala per lasciare posto all'aria fresca della sera, noi ripariamo in tenda, scegliamo qualche foto per il post e ci avvolgiamo nei sacchi a pelo: altre 12 ore di sonno non ce le toglie nessuno!
Igoumenitza - Ormos Valtou, Grecia (15 km)
Vento SW 8-10 nodi (F3) - mare poco mosso - 18-20°C
Il nostro attico è molto ambito e fin troppo frequentato: da' accesso alla terrazza panoramica del traghetto ed è tutto un via vai di comitive di ragazzini, coppie con e senza bambini in gita turistica e fumatori incalliti in cerca di uno spazio all'aperto. Risultato: una notte insonne. Le luci non si spengono mai, il nostro angolino diventa prima freddo e poi caldissimo e alle quattro e mezzo del mattino gli altoparlanti annunciano a gran voce l'ingresso della nave nel porto di Igoumenitza. Non vediamo l'ora di scendere. Per restare un po' da soli!
I traghetti greci sono i nostri preferiti: sempre puliti, ben tenuti ed organizzati. E puntuali. Questo è carico di tir diretti in Turchia e l'autista del pulman turistico davanti al quale ci hanno fatto sistemare i nostri due kayak ci usa l'accortezza di spostarli prima di iniziare le manovre di sbarco. La banchina si riempie di ruote enormi e di gas di scarico per una ventina di minuti, poi tutto torna silenzioso. Il traghetto riparte e noi restiamo soli.
L'unico bar aperto della città è quello delle partenze internazionali nella stazione portuale: impieghiamo circa un'ora per raggiungere il nostro primo caffè frappè, il tipico caffè greco shakerato, zuccherato e ghiacciato che da mesi sognavamo di tornare a sorseggiare, e poi un'altra ora abbondante per raggiungere il nostro punto di imbarco, distante quasi due chilometri dal porto.
Ha piovuto solo mentre eravamo seduti al bar, due scrosci d'acqua così potenti da farci temere di rimanere bloccati per chissà quanto tempo. Invece il sole ha fatto subito capolino tra le belle nuvole gonfie e bianche e ci ha fatto sudare sette camicie per portare i kayak a destinazione. La piccola spiaggia che Mauro aveva individuato nella fase di preparazione del viaggio, usando le immagini satellitari della costa, è stata nel frattempo fagocitata dal cantiere di ampliamento del porto: non c'è nessuno ed entriamo alla chetichella, nella speranza di raggiungere il mare prima di essere sorpresi, ma appena superata la cancellata aperta il guardiano ci viene incontro con fare deciso e ci spiega che non si può transitare per ragioni di sicurezza. Ci fa segno di raggiungere il punto più lontano, seguendo una strada di brecciolino su cui le ruote dei nostri carrellini sprofondano ad ogni passo, ma almeno non è in salita, come la strada asfaltata che corre più alta lungo la costa.
Appena oltre il cantiere troviamo un punto che sembra meno problematico degli altri: il bordo digrada irregolare verso il mare ma il fondale non scende subito a profondità abissali. Poggiamo due tronchi tra i massi per allestire una sorta di scivolo di alaggio e ci mettiamo subito all'opera: dopo tre ore tiriamo fuori la testa dai gavoni, soddisfatti di aver compiuto ancora una volta il solito incredibile miracolo di riuscire a far entrare in kayak tutto quello che ci siamo portati in viaggio!
Subito fuori i blocchi di cemento armato che delimitano in mare la zona del cantiere portuale, veniamo attaccati da un pescione gigante che inizia a prendere a testate prima la poppa di Mauro e poi la mia, con una rabbia che non solo fa ribollire l'acqua di spruzzi e vortici inquietanti ma che ci costringe anche ad aumentare subito l'andatura come fossimo impegnati in una gara di velocità.
Non abbiamo neanche il tempo di ambientarci che ci tocca subito correre e sudare!
Abbiamo anche il vento contro: si alza appena lasciamo il paese anonimo ed irregolare di Igoumenitza e ci dirigiamo verso l'imboccatura dell'ampio golfo prospiciente. E' soltanto una brezza tesa che contrasta appena la nostra avanzata, perchè sebbene il vento oggi soffi da sud ovest, nella baia interna deve seguire delle direzioni differenti, quelle solitamente dettate dalla legge di Murphy del kayak da mare, seconda la quale il vento spira sempre in direzione ostinata e contraria.
Ci concediamo una breve sosta sulla lingua di sabbia che chiude a nord l'ingresso del golfo, giusto il tempo di raccogliere lo scheletro verde di un riccio di mare e di fotografare qualche prezioso ritrovamento: è la spiaggia delle ossa di seppia sbiancate dal sole, delle vongole rigate coi due gusci ancora accoppiati e degli sconcigli incrostati di concrezioni coralline molto articolate. Un piccolo angolo di paradiso per me e per le mie smanie di collezionismo.
Il caldo inizia a farsi sentire: in questa ansa ridossata il sole ci invita a spogliarci, a fare quattro passi a piedi nudi sulla battigia e persino ad entrare in acqua fino al ginocchio. Non se ne parla proprio di indossare nuovamente pantaloni semi-stagni e giacca d'acqua a maniche lunghe, fa troppo caldo e si cambia abbigliamento: calzoncini corti e maglietta a maniche corte. Sembra una giornata estiva, le temperature crescono insieme al sole in cielo, ma già prevediamo una navigazione bagnata: si impone comunque la giacca d'acqua leggera.
Oltre le due boe gialle che segnalano alcune secche pericolose e le quattro coppie di boe verdi e rosse che delimitano il canale navigabile, là fuori, nel braccio di mare aperto tra la costa greca e la lontana isola di Corfù, confusa all'orizzonte tra le nuvole basse e grigie, le onde stanno crescendo a vista d'occhio, e non soltanto per il continuo andirivieni di traghetti di ogni stazza e dimensione. La brezza si è tramutata in vento, un bel vento al traverso che imbianca la superficie e che ci accompagna lungo il nostro primo tratto di costa.
E' sempre la stessa storia: speriamo di iniziare il viaggio in maniera tranquilla, prendendocela comoda per avere tutto il tempo di ambientarci e di riprendere confidenza col mare, col vento e col kayak (che quando è carico di tutta l'attrezzatura per il campeggio nautico si comporta in modo diverso rispetto alle "classiche" uscite domenicali) e invece niente, succede sempre che all'inizio di ogni viaggio ci tocca faticare!
Non appena raggiungiamo il doppio golfo interno a nord della città, decidiamo di cercare un luogo adatto per accamparci: vogliamo sbarcare presto per goderci il pomeriggio caldo, per asciugare l'attrezzatura al sole e per riprenderci dalla notte insonne.
E invece niente: ci tocca mettere mano al kit di riparazione. Il primo giorno di viaggio: mai successo prima!
Il gavone di poppa del Voyager di Mauro è pieno d'acqua! Completamente allagato, fin quasi alla linea di galleggiamento! Mai vista prima una cosa del genere!
Saranno state le capocciate del pesce assassino del porto oppure una botta presa dalla poppa durante il trasferimento dalla banchina alla massicciata dell'imbarco, oppure chissà cos'altro: il tubetto di guida della deriva è saltato e ha fatto entrare nel gavone quasi mezzo Mar Mediterraneo!
E' tutto bagnato: il telo esterno della tenda, la cucina da campo, la confezione di pasticche e tutte le altre cose che non abbiamo riposto in sacche stagne, come le varie dosi di riso, cous-cous e sughi che viaggiano sempre liberi nel terzo vagone. Sono bagnate anche tutte le sacche stagne, che non reggono quasi mai la pressione di così tanta acqua nel gavone. Dobbiamo aprirle tutte per controllare in che condizioni è il contenuto e dobbiamo aprire anche tutte le varie sacchette di plastica in cui abbiamo preso l'abitudine di riporre le nostre mille dotazioni di bordo, per sincerarci che l'acqua di mare non si sia infiltrata nei posti più impensati.
E così, niente da fare: niente riposo! Ci tocca continuare a faticare: tirare fuori ogni cosa, far gocciolare l'acqua, asciugare tutto per bene e poi stendere al sole. Tre ore di lavoro: un primo giorno di vacanza tutto da ricordare!
Lunedì 8 maggio 2017 - 2° giorno di viaggio
Ormos Valtou - Nea Selefkia, Grecia (15 km)
Vento NW 8-10 nodi (F3) - mare poco mosso - 20°C
Alle nove di sera siamo entrati in tenda, alquanto provati dalla partenza bagnata che ha segnato questo viaggio.
Alle nove di mattina siamo ancora in tenda, coccolati dalle ondine che frangono dolcemente sulla battigia.
Il secondo giorno di viaggio sembra iniziare sotto una nuova stella: il sole splende alto in cielo sin dalle prime ore e ci accompagna per l'intera mattinata. I rondoni scuri, le garzette bianche e le sterne artiche sorvolano il nostro campo, attrezzato all'ombra di un vecchio peschereccio abbandonato e ormai quasi del tutto distrutto dalla intemperie. Due pescatori lavorano nella laguna retrostante muovendosi su una specie di barcè, usando prima una lunga pertica per calare le reti e poi un piccolo motore per spostarsi e spaventare i pesci battendo la pertica sulla superficie dell'acqua. Il nostro vicino è da ore intento ai lavori di manutenzione del pontile galleggiante che tra qualche settimana completerà lo stabilimento balneare, già corredato di ombrelloni e sdraio, ma anche di giochi d'acqua gonfiabili, tutti accatastati sotto il capanno di paglia costruito sulla battigia a pochi metri dal relitto.
Impieghiamo la bellezza di cinque ore per ricomporre il kayak di Mauro ma la riparazione è degna di nota: lavato con acqua dolce e asciugato a dovere l'innesto da riparare, l'Uomo di Ferro prima fissa il tubetto della deriva con una goccia di Attack, aspetta che prenda e ne versa un'altra, fino ad essere sicuro che il tubetto non uscirà più dalla sua guida, e per sicurezza ci passa attorno uno strato di stucco epossidico bicomponente. Poi pronuncia a mezza voce la sua formula magica segreta che usa sia per rinforzare l'effetto del catalizzatore che per scongiurare altri eventuali ed imprevisti interventi di riparazione nautica.
La prima colazione è alquanto speciale: banane fresche accompagnate da bucce d'arancia caramellate, preparate durante l'invernata casalinga, e da una porzione abbondante di fruttini di mele cotogne fatti in casa dal Mammut. Ben altra cosa rispetto alla misera cena di ieri sera: il pane carasau ammollato dall'acqua di mare filtrata nel gavone e qualche manciata di frutta secca dal vago retrogusto salmastro (alla fin fine le uniche due "perdite" subite nello scampato naufragio della nostra ammiraglia!)
Se non fosse per quell'immenso allevamento ittico sull'altro versante, da cui arrivano i colori sgargianti delle reti rosse poste a protezione delle vasche ed i rumori soffusi dei motori usati per spargere il mangime, questo luogo rimarrebbe calato nel silenzio e nella pace per l'intera giornata, visitato di tanto in tanto solo da qualche gabbiano reale, che però gracchia un paio di volte soltanto, forse per allontanare i cinque cormorani neri che volano in formazione proprio verso il centro della baia.
Siamo tentati di restare. Ma leviamo le tende: sappiamo che il viaggio ci riserverà delle altre sorprese.
Appena fuori dalla baia, ritroviamo i traghetti che incrociano al largo, meno numerosi di ieri perchè oggi non è un giorno festivo, ma certo puzzolenti come e più di ieri, visto che il vento continua a portarci l'odore acre dei loro motori. La costa oggi corre bassa e sabbiosa per un lungo tratto, perchè proprio oltre la stretta striscia di spiaggia si susseguono diverse lagune interne e molte saline probabilmente abbandonate. Ad un certo punto, secondo il gps ne stiamo attraversando una, mentre noi stiamo tagliano di netto la foce di un canale, disseminata di scogli affioranti e di vecchi pontili utilizzati per chissà quale scopo. All'intorno si scorgono solo un paio di casupole di legno dei pescatori locali e una lunga fila di uccellini limicoli che beccano il fondale con le zampette appena in acqua: fanno la loro comparsa anche tre beccacce di mare, con quel loro becco lungo e arancione che le rende così visibili e buffe. Poi è la volta di alcuni aironi cinerini che si spostano tra i pochi alberi sorti in riva al mare, di cinque coppie di cigni che volano sopra di noi e planano in perfetta sincronia pochi metri oltre i nostri kayak e di una folta schiera di sterne artiche che scendono in picchiata per pescare come tante frecce lanciate giù dal cielo.
La vera sorpresa ce la riserva il tempo: appena doppiamo il primo capo il vento rinforza nella direzione esattamente contraria alla nostra rotta. Come ieri le ondine si ricoprono di una crestina bianca e qualche spruzzo raggiunge i nostri ponti anteriori. E poi anche noi. Siamo contenti di pagaiare contro vento solo perchè ci piace l'idea che, se il nord-ovest è davvero il vento dominante di questa zona, allora dovrebbe accompagnarci anche nei giorni in cui navigheremo verso sud, sempre che la legge di Murphy del kayak da mare non ci metta lo zampino.
Poi di sorpresa ne arriva anche un'altra: alla foce di un fiume più grande degli altri si apre un'ampia zona di bassi fondali, acqua color cioccolata e tronchi incagliati qua e là: sembra un luogo un po' magico e un po' tetro, non ci siamo mai trovati a pagaiare in un posto del genere, dove ogni volta la pagaia tocca il fondo ondulato e talvolta risale nera di melma maleodorante e dove ora imperversano piccole onde frangenti, dispettose e frenetiche, che riescono a frenare la nostra già stanca andatura fin quando sullo schermo del gps compare l'allarmante e disarmante numero critico della velocità di crociera 0.0!
Ci portiamo al largo, facendo la gimcana tra gli ultimi tronchi sbiancati dal vento, dal sale e dal sole e finalmente ritroviamo un'acqua color cinerino che ci fa ben sperare di uscire dalle secche e di raggiungere presto una costa più adatta allo sbarco e alla sosta. La troviamo alle porte di una cittadina di cui ignoriamo il nome, con un porticciolo da un lato ed uno spiazzo attrezzato dall'altro: si intravede una coppia di casette in legno, una sorta di pergolato, alcuni bagni pubblici ormai in disuso, delle cabine e anche alcune panchine. E' il posto adatto.
Nello sbarco mi si riempie il pozzetto di troppa acqua perchè non riesco a schivare l'ultima onda impertinente della serata ma Mauro attrezza i due rulli di alaggio che aveva approntato per il viaggio e con grande soddisfazione di entrambi i kayak risalgono la corta ma ripida spiaggetta senza farci fare la benchè minima fatica. Una volta sulla strada sterrata, i rulli vengono degnamente sostituiti dal carrellino di Mauro, che traghetta i Voyager sull'altro lato della carreggiata fin sopra il prato secco.
Tra le due casette corre una passerella di legno che sembra della misura ideale per la nostra nuova tenda. Ci mettiamo un attimo a cambiarci per la cena e a goderci l'ultimo sole della giornata accucciati sul cemento ancora caldo della casetta vista mare, spazzolando tre-quattro scatolette di sgombri e legumi perchè non abbiamo nessuna voglia di accendere i fornelli. Quando il vento cala per lasciare posto all'aria fresca della sera, noi ripariamo in tenda, scegliamo qualche foto per il post e ci avvolgiamo nei sacchi a pelo: altre 12 ore di sonno non ce le toglie nessuno!
Iscriviti a:
Post
(
Atom
)











































